La mia visione e il mio approccio

Dalla Memoria infantile incarnata alla Matrice interiore

Si parla molto, oggi, del cosiddetto “bambino interiore”. È un’espressione che ha avuto certamente una sua utilità e che può aiutare molte persone a comprendere quanto le esperienze dell’infanzia continuino ad agire nella vita adulta. Eppure è un’espressione che non ho mai amato particolarmente. Il motivo è semplice. Parlare di un “bambino interiore” rischia, almeno nel modo in cui spesso questa espressione viene utilizzata, di creare una sorta di personaggio dentro di noi: un piccolo essere ferito che abita da qualche parte nella nostra interiorità, che dobbiamo incontrare, ascoltare, rassicurare, prendere per mano. Comprendo naturalmente il valore simbolico di queste immagini e non intendo negarlo. Ma credo che, se vogliamo andare più in profondità, sia possibile descrivere ciò che accade in maniera diversa e, forse, più aderente alla realtà dell’esperienza. Quel bambino non è dentro di noi. Quel bambino siamo noi, oggi, ogni volta che il passato continua a organizzare il nostro presente. Per questo preferisco parlare di memoria infantile incarnata. Ho scelto volutamente il termine “incarnata” e non semplicemente “corporea”, perché ciò che permane delle nostre esperienze infantili non riguarda soltanto il corpo; la memoria dell’esperienza infantile continua a vivere incarnandosi nel nostro funzionamento presente, nel corpo, nelle emozioni, nelle relazioni e nelle modalità attraverso le quali percepiamo noi stessi, gli altri e ciò che ci accade.
La memoria infantile incarnata
Ciò che abbiamo vissuto nell’infanzia non rimane soltanto nella memoria sotto forma di ricordi. Molte delle esperienze più profonde che ci hanno formati sono avvenute quando non possedevamo ancora gli strumenti mentali e linguistici per comprenderle e raccontarle. Il bambino vive innanzitutto attraverso il corpo. Vive attraverso il bisogno di contatto, il piacere, la paura, l’abbandono, la sicurezza, l’insicurezza, la vicinanza, la separazione. E il corpo impara. Impara a respirare in un certo modo, impara a contrarsi. Impara a trattenere un impulso, impara che manifestare rabbia può essere pericoloso, che chiedere amore può significare essere rifiutati, che mostrarsi vulnerabili può esporre al dolore. Oppure impara che deve essere bravo, forte, intelligente, seduttivo, invisibile o indispensabile per ottenere ciò di cui ha bisogno. Con il tempo queste risposte possono diventare così abituali da non essere più percepite come risposte. Diventano semplicemente il nostro modo di essere nel mondo. Qui la prospettiva corporea, e in particolare l’eredità reichiana, ci offre a mio avviso un’intuizione fondamentale: la nostra storia non è soltanto ricordata dalla mente, ma è incarnata. Il passato continua a vivere nel tono muscolare, nella respirazione, nella postura, nello sguardo, nella sessualità, nelle modalità attraverso le quali cerchiamo o evitiamo il contatto, nelle nostre reazioni emotive e nel modo stesso in cui interpretiamo ciò che ci accade. Per questo la memoria infantile incarnata non appartiene propriamente al passato. Accade nel presente.
Quando il passato diventa presente
Una persona può essere stata abbandonata molti decenni prima e tuttavia vivere oggi una separazione come se quell’abbandono stesse nuovamente accadendo. Può essere stata umiliata da bambina e percepire oggi una semplice critica come una minaccia intollerabile. Può avere imparato molto presto che per essere amata doveva occuparsi degli altri e continuare, da adulta, a costruire relazioni nelle quali dimentica continuamente se stessa. Naturalmente non tutto deriva dall’infanzia e sarebbe ingenuo ridurre l’enorme complessità dell’essere umano alle sue esperienze infantili. Esistono il temperamento, la costituzione biologica, le esperienze successive, la cultura, le relazioni adulte e molti altri fattori. Ma è difficile negare quanto le prime esperienze contribuiscano alla costruzione delle modalità attraverso le quali incontreremo successivamente il mondo. La questione fondamentale, allora, non è soltanto ricordare ciò che ci è accaduto. È riconoscere ciò che di quanto ci è accaduto continua ad accadere dentro il nostro presente.
Sciogliere non significa cancellare
Quando parlo di scioglimento della memoria infantile incarnata che ha prodotto la corazza caratteriale, non intendo ovviamente la cancellazione della memoria. La nostra storia rimane la nostra storia. Non possiamo e non dobbiamo diventare persone alle quali non è accaduto ciò che ci ha segnati. Né credo in una psicologia che prometta un essere umano completamente liberato da ogni condizionamento, ferita, conflitto o vulnerabilità. La sofferenza vissuta appartiene alla nostra biografia e, in qualche modo, anche alla nostra umanità. Ciò che può cambiare è un’altra cosa: il passato può progressivamente cessare di determinare automaticamente il presente. Posso ricordare un abbandono senza vivere ogni distanza come un nuovo abbandono. Posso portare dentro di me la memoria di un’umiliazione senza dovermi continuamente difendere dal giudizio degli altri. Posso riconoscere la paura senza essere necessariamente governato dalla paura. La guarigione, se vogliamo usare questa parola, non consiste dunque nel diventare persone senza ferite. Consiste nel diventare persone che non sono più interamente organizzate intorno alle proprie ferite. Ed è qui che comincia ad apparire qualcosa di estremamente interessante.
L’apertura dello spazio del cuore
Perché questo processo possa realmente approfondirsi è necessario, a mio avviso, che accanto alla consapevolezza si sviluppi un’altra qualità fondamentale: la compassione verso noi stessi. Osservare le nostre ferite, le nostre difese e le parti più difficili della nostra personalità non è sufficiente. Possiamo infatti diventare osservatori severi di noi stessi e trasformare persino il lavoro interiore in un nuovo strumento di giudizio. Per questo considero fondamentale quella che chiamo apertura dello spazio del cuore: la possibilità d’incontrare ciò che emerge dentro di noi, non soltanto con consapevolezza, ma con una disposizione profonda all’accoglienza.
La compassione diventa allora una qualità essenziale del processo di trasformazione, soprattutto nell’incontro con l’ombra. Accogliere l’ombra non significa giustificarla, assecondarla o rinunciare alla responsabilità per i nostri comportamenti. Significa poter guardare anche ciò che di noi ci è più difficile riconoscere — la paura, la rabbia, l’invidia, il bisogno, la fragilità, il narcisismo, le nostre contraddizioni — senza doverlo immediatamente espellere dall’immagine che abbiamo di noi stessi. Solo ciò che può essere accolto può essere realmente conosciuto, e ciò che viene realmente conosciuto può cominciare a trasformarsi.
La compassione verso noi stessi non è quindi indulgenza. È la capacità di rimanere accanto alla nostra esperienza proprio quando incontriamo ciò che maggiormente ci ferisce o ci mette in discussione. In questo senso l’apertura dello spazio del cuore diventa un passaggio fondamentale tra il riconoscimento della memoria infantile incarnata e il progressivo recupero della naturalità organismica: non combattiamo più contro ciò che siamo stati e contro le difese che abbiamo costruito per sopravvivere, ma impariamo a comprenderle, ad accoglierle e a lasciarle progressivamente andare.
La naturalità organismica
Quando alcune delle contrazioni attraverso le quali ci siamo difesi cominciano ad allentarsi, non dobbiamo inventare un nuovo modo di essere. Qualcosa, molto semplicemente, ricomincia a funzionare. Il respiro può diventare più libero. Il corpo può recuperare sensibilità. Le emozioni possono essere attraversate senza dover essere immediatamente represse o agite. Possiamo avvicinarci quando desideriamo avvicinarci e allontanarci quando abbiamo bisogno di distanza. Possiamo dire sì e possiamo dire no. Possiamo provare piacere senza doverlo controllare continuamente e dolore senza esserne necessariamente travolti. A questa condizione darei il nome di naturalità organismica. Non significa tornare bambini. Non significa recuperare una presunta innocenza originaria né immaginare che, sotto ogni difesa, esista un essere umano naturalmente perfetto, buono, pacifico e armonioso. Anche l’aggressività appartiene alla natura umana. Anche la sessualità, il bisogno, il conflitto, la paura, la competizione e l’istinto di conservazione ne fanno parte. Naturalità organismica significa qualcosa di più semplice e, nello stesso tempo, più radicale, cioè la possibilità di rispondere maggiormente a ciò che sta accadendo ora invece di reagire continuamente a ciò che è accaduto allora. Non è assenza di condizionamento. È maggiore libertà dal condizionamento. E questa distinzione, per me, è fondamentale. Ho scelto l’espressione naturalità organismica per indicare il progressivo recupero del modo più spontaneo e vitale di funzionare dell’essere umano quando le difese e i condizionamenti della propria storia perdono parte della loro rigidità. Con “organismica” mi riferisco all’intero biosistema, non soltanto al corpo: corpo, emozioni, percezioni, bisogni e capacità di relazione costituiscono infatti un’unica realtà vivente. La naturalità organismica è dunque la possibilità del biosistema di tornare a rispondere maggiormente alla realtà presente, anziché essere continuamente organizzato dalla memoria del passato.
Non torniamo indietro
C’è un altro aspetto al quale tengo particolarmente. Il percorso psicologico non dovrebbe avere come obiettivo quello di farci ritornare a una condizione precedente alla ferita. Quella condizione non esiste più. Noi attraversiamo la nostra storia. L’adulto che ha attraversato consapevolmente la propria paura dell’abbandono non ritorna a essere il bambino che esisteva prima di conoscere l’abbandono. Diventa un adulto capace di amare pur conoscendo la possibilità della perdita. La naturalità che possiamo recuperare, quindi, non è un ritorno all’origine. È una naturalità attraversata dalla coscienza. Abbiamo conosciuto la ferita, abbiamo costruito delle difese, abbiamo vissuto attraverso quelle difese e, lentamente, possiamo imparare a riconoscerle e a non identificarci completamente con esse. Forse diventare adulti significa anche questo.
E poi accade qualcosa
Fin qui potremmo rimanere interamente all’interno di un discorso psicologico. Ma la mia ricerca personale, professionale e spirituale mi ha portato, nel corso degli anni, a interrogarmi su qualcosa che va oltre la guarigione psicologica. Mi sono chiesto: quando il rumore delle nostre difese diminuisce, quando non siamo più continuamente occupati a proteggerci dalla nostra storia, che cosa emerge? Non credo che emerga semplicemente una personalità più sana. Credo che possa diventare percepibile qualcosa di più profondo. È ciò che chiamo Matrice interiore.
La Matrice interiore
La Matrice interiore non è, per come la intendo, un’altra parte della personalità. Non è il bambino interiore diventato adulto. Non è l’Io sano. Non è semplicemente la spontaneità dell’organismo; per me indica una dimensione più profonda dell’essere umano, un centro dal quale può progressivamente emergere un diverso orientamento dell’esistenza. Qui è necessario essere molto rigorosi. Quando parlo di Matrice interiore entro necessariamente in un territorio nel quale la psicologia incontra l’esperienza spirituale. E credo che sia importante dirlo con chiarezza. Non è qualcosa che chiedo di accettare come un’idea. Per me nasce dall’esperienza, dal lavoro su di me, dal lavoro con le persone e da molti anni di ricerca spirituale. Ma un’esperienza interiore può essere realmente compresa soltanto quando diventa esperienza, altrimenti rischia di rimanere un’altra costruzione della mente.
Perché la chiamo Matrice interiore
Ho scelto di chiamare questa dimensione Matrice interiore e non Sé, anima, Essere Psichico o centro spirituale per una ragione precisa. Tutti questi termini appartengono a tradizioni psicologiche, filosofiche o spirituali determinate e portano con sé significati specifici che non vorrei assumere automaticamente né sovrapporre gli uni agli altri. La parola Matrice, invece, mi permette di lasciare maggiormente aperta la domanda. Non intendo con essa definire una sostanza, un’entità o un piccolo nucleo nascosto da qualche parte dentro di noi. La utilizzo per indicare una dimensione profonda dell’essere umano che può progressivamente diventare percepibile quando diminuisce l’identificazione con le organizzazioni difensive, con gli automatismi caratteriali e con quella memoria infantile incarnata che continua a organizzare il nostro presente. Ho scelto la parola “matrice” anche perché una matrice non è soltanto un centro: è qualcosa da cui una forma può originarsi e organizzarsi. In questo senso la Matrice interiore non indica semplicemente un luogo nel quale ritirarsi o una parte più profonda di noi da contemplare, ma una possibile sorgente di orientamento e di trasformazione, dalla quale può progressivamente emergere un modo differente di vivere, di sentire, di entrare in relazione e di dare direzione alla propria esistenza. Questo non significa che la Matrice interiore non possa entrare in risonanza con ciò che altre tradizioni hanno chiamato Sé, anima o centro spirituale, e in modo per me particolarmente significativo con l’Essere Psichico descritto da Sri Aurobindo e Mère. Le corrispondenze possono essere profonde e meritano di essere esplorate. Preferisco tuttavia non stabilire un’identità automatica tra questi concetti. Chiamarla Matrice interiore mi permette di partire dall’esperienza senza pretendere di aver già definito ontologicamente ciò che quell’esperienza rivela. La Matrice interiore, quindi, non vuole essere un nuovo concetto da aggiungere a quelli già esistenti né una nuova parola per sostituirli. È il nome che ho scelto per indicare, all’interno del mio percorso, quella dimensione profonda dalla quale l’essere umano può progressivamente lasciarsi orientare quando non è più interamente governato dalla propria storia, dalle proprie difese e dalle identificazioni della personalità.
Psicologia e spiritualità: distinte, ma non separate
Liberare progressivamente l’organismo dalle proprie difese non significa automaticamente realizzare una dimensione spirituale. Una persona può essere psicologicamente relativamente libera, vitale, capace di amare e di provare piacere senza per questo avere intrapreso alcun cammino spirituale. Allo stesso modo, una persona può utilizzare un linguaggio spirituale elevatissimo e continuare ad essere profondamente governata dalle proprie ferite, dai propri bisogni narcisistici, dalle proprie paure e dalle proprie difese. Lo sappiamo bene. Per questo considero importante distinguere i due livelli, ma distinguere non significa separare. Psicologia e spiritualità non sono la stessa cosa, ma non sono neppure due territori indipendenti che procedono ciascuno per conto proprio. Fanno parte, per come intendo il lavoro sull’essere umano, di un unico processo di trasformazione. Potremmo dire che svolgono funzioni differenti all’interno dello stesso organismo, così come il cuore e i polmoni sono organi differenti, con funzioni differenti, ma non per questo sono separati: appartengono allo stesso corpo e la vita dell’uno è continuamente intrecciata alla vita dell’altro. Il lavoro psicologico può creare maggiore libertà nell’organismo, permettendoci di riconoscere e progressivamente sciogliere quelle organizzazioni difensive attraverso le quali il passato continua a condizionare il presente. La pratica meditativa e il lavoro di consapevolezza possono aiutarci a osservare ciò che accade senza identificarci continuamente con esso. Il cammino spirituale introduce poi una domanda ancora diversa: chi o che cosa vive attraverso di me quando non sono interamente identificato con la mia personalità? Ma anche qui non esiste una frontiera netta oltre la quale finisce la psicologia e comincia improvvisamente la spiritualità. I due processi possono incontrarsi, sostenersi e, in alcuni momenti, persino compenetrarsi. Una maggiore libertà dalle proprie difese può rendere l’essere umano più disponibile all’ascolto di una dimensione profonda; nello stesso tempo, un’autentica ricerca spirituale può illuminare zone della personalità che erano rimaste inconsapevoli e costringerci, talvolta anche dolorosamente, a incontrare ciò che ancora non abbiamo trasformato. Per questo non penso a un percorso nel quale prima si risolvono i problemi psicologici e successivamente si comincia il cammino spirituale. La trasformazione dell’essere umano è più complessa, più viva e meno ordinata. Psicologia e spiritualità possono procedere insieme, intrecciandosi continuamente, purché non vengano confuse. Distinguere senza separare diventa allora essenziale. Se confondiamo psicologia e spiritualità rischiamo di spiritualizzare le nostre ferite e di chiamare trasformazione ciò che può essere soltanto una nuova difesa. Se invece le separiamo radicalmente rischiamo di dividere artificialmente un essere umano che è uno. Il corpo, la storia, le emozioni, la coscienza e l’aspirazione spirituale appartengono alla stessa persona e partecipano, ciascuno secondo la propria natura, allo stesso processo di trasformazione. È all’interno di questa unità che, nella mia esperienza, comincia a diventare comprensibile il territorio della Matrice interiore.
Dalla naturalità organismica alla Matrice
Potremmo allora immaginare il percorso attraverso alcuni passaggi, purché non li consideriamo rigidamente lineari. Vi è una memoria infantile incarnata: la nostra storia continua a vivere nel corpo e nelle modalità attraverso le quali incontriamo il mondo. Intorno a questa storia si costituiscono organizzazioni difensive e caratteriali che, un tempo necessarie, possono successivamente limitare la nostra libertà. Attraverso il lavoro psicologico, corporeo e di consapevolezza queste organizzazioni possono progressivamente perdere rigidità. Comincia allora a riemergere una naturalità organismica: una maggiore capacità di sentire, respirare, desiderare, amare, scegliere e rispondere alla realtà presente. Ma per me il percorso non necessariamente finisce qui. Quando l’organismo non è più interamente occupato a difendersi dalla propria storia, può aprirsi uno spazio. E in quello spazio può progressivamente diventare percepibile la Matrice interiore. Non penso che la Matrice venga prodotta da questo processo. Preferisco pensare che diventi riconoscibile.
Togliere ciò che impedisce
Questa idea modifica anche il senso del lavoro su noi stessi. Per molti anni possiamo vivere pensando di dover diventare qualcosa: più forti, più equilibrati, più consapevoli, più spirituali, persino più illuminati. Ma forse una parte importante del cammino procede nella direzione opposta. Non aggiungere. Togliere. Riconoscere ciò che è diventato inutile. Lasciare andare alcune delle contrazioni attraverso le quali abbiamo cercato di sopravvivere. Vedere le identificazioni. Osservare le nostre strategie. Accorgerci delle infinite volte in cui non stiamo incontrando la realtà, ma la memoria della realtà. E lentamente diventare disponibili. Non sappiamo in anticipo a che cosa. Questa, per me, è una parte essenziale dell’umiltà del cammino.
Non diventare qualcuno, ma essere disponibili
Arrivato a questo punto della mia vita diffido sempre più delle rappresentazioni grandiose della trasformazione. Non credo che il cammino consista nel costruire una versione spiritualmente perfezionata di noi stessi. Forse consiste, molto più semplicemente e molto più difficilmente, nel diventare meno occupati da noi stessi. Quando la memoria infantile incarnata non deve più continuamente ripetersi, quando il carattere perde un poco della sua rigidità, quando il corpo recupera la possibilità di respirare e sentire, quando possiamo osservare un’emozione senza essere completamente quell’emozione, qualcosa si apre. La naturalità organismica ricomincia ad affiorare. E forse proprio allora possiamo cominciare ad ascoltare qualcosa che prima era coperto dal rumore. Io chiamo questo qualcosa Matrice interiore. Non so se sia corretto dire che la troviamo. Forse è più esatto dire che, lentamente, smettiamo di impedirle di manifestarsi. E allora il percorso assume un significato diverso. Non si tratta più soltanto di liberarci dal passato. Si tratta di diventare abbastanza liberi dal passato da poter finalmente incontrare il presente. E, nel presente, scoprire da dove veramente vogliamo vivere e lasciar emergere l’esserci.

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