✉ DOMANDE E RISPOSTE – ARCHIVIO

Questo spazio raccoglie alcune delle domande, riflessioni e testimonianze rivolte a Roberto Maria Sassone. Le domande vengono pubblicate quando possono offrire uno spunto di riflessione utile anche ad altri lettori. Le riflessioni e le testimonianze possono trovare spazio quando, per il loro contenuto, contribuiscono al dialogo e allo spirito di condivisione di questo progetto. Nel rispetto della riservatezza, ogni contributo può essere pubblicato con il nome scelto da chi scrive oppure con uno pseudonimo.

L’OMBRA E IL LAVORO SU DI SÉ

Le domande che seguono mi sono state poste privatamente nelle ultime settimane, in seguito alla pubblicazione di alcuni post, quindi prima che il Sito fosse on line. Con il consenso delle persone che me le hanno rivolte, le riporto in forma anonima perché credo che possano offrire spunti di riflessione utili anche ad altri.

Domanda: Ho letto il tuo post sull’ombra e mi ha colpito soprattutto quando dici che anche ciò che incontriamo in noi come oscurità può diventare materiale di trasformazione. Ma come facciamo a capire quando stiamo veramente lavorando su una nostra parte d’ombra e quando, invece, stiamo semplicemente trovando una spiegazione o una giustificazione ai nostri comportamenti? Per esempio, se riconosco di essere geloso, aggressivo, dipendente affettivamente o di avere bisogno di controllare gli altri, il fatto di comprenderne l’origine è già una trasformazione? Oppure rischio di dire a me stesso “questa è la mia ombra” e continuare in realtà a comportarmi nello stesso modo?

Risposta di R.M.S : Riconoscere un proprio atteggiamento automatico è certamente un primo passo, ma non significa averlo già trasformato. Possiamo comprendere perché siamo gelosi, arrabbiati, dipendenti o controllanti e continuare, nonostante questa comprensione, a reagire nello stesso modo.
Il lavoro comincia quando impariamo a osservare il meccanismo mentre si manifesta, senza identificarci completamente con esso e senza giustificarlo. In questo senso anche la mindfulness può essere uno strumento prezioso: ci educa a portare attenzione a ciò che accade nel momento presente, osservando pensieri, emozioni e sensazioni corporee senza reagire immediatamente.
Si crea così un piccolo spazio tra ciò che sentiamo e la nostra risposta. Posso riconoscere la rabbia senza diventare automaticamente aggressivo, oppure sentire la gelosia senza lasciare che sia la gelosia a decidere il mio comportamento. Un primo aiuto per attivare quel piccolo spazio è portare immediatamente l’attenzione sul proprio respiro per allontanarsi dall’emozione in cui stiamo cadendo.
Lavorare sull’ombra non significa quindi dire: “Sono fatto così”, ma riconoscere: “Questo sta accadendo dentro di me, posso osservarlo e non sono obbligato ad agirlo.”
È proprio in questo passaggio dall’automatismo all’osservazione consapevole che psicologia, mindfulness e lavoro sulla coscienza possono incontrarsi.

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ESSERE IN MEDITAZIONE

Domanda: Ho letto il suo articolo “Essere in meditazione” e mi ha colpito la distinzione tra il praticare la meditazione e l’essere realmente in uno stato di meditazione. Da qualche tempo medito ogni giorno e sento che questa pratica mi aiuta, ma nella vita quotidiana continuo spesso a reagire automaticamente, a perdermi nei pensieri e a farmi trascinare dalle emozioni. Come si può capire se la meditazione sta davvero trasformando il nostro modo di essere e non sta diventando semplicemente un’altra abitudine o qualcosa che facciamo per sentirci meglio?

Risposta di R.M.S :La meditazione non si misura da ciò che accade nei minuti in cui stiamo seduti a meditare, ma da ciò che comincia ad accadere nella nostra vita. La pratica quotidiana è importante, ma è uno strumento, non il fine. Possiamo meditare anche per anni e continuare a essere identificati con i nostri automatismi, con le nostre reazioni, con le nostre paure e con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Un segnale della trasformazione è l’aumento della consapevolezza. Cominciamo ad accorgerci più rapidamente di ciò che avviene dentro di noi: un pensiero, una tensione nel corpo, una reazione emotiva, un giudizio. Non significa non provare più rabbia, paura o dolore, ma riuscire progressivamente a osservarli senza essere completamente trascinati da essi. È qui che la meditazione incontra il lavoro su di sé. La presenza coltivata nella pratica deve entrare nelle relazioni, nelle difficoltà, nelle azioni più semplici della giornata. Anche lavare i piatti, camminare, ascoltare qualcuno o accorgersi del proprio respiro possono diventare momenti di consapevolezza. Non cercherei quindi esperienze straordinarie come prova che la meditazione “funzioni”. Spesso il cambiamento più autentico è molto più semplice e silenzioso: c’è un po’ più di spazio tra ciò che accade e la nostra reazione. La pratica prepara il terreno. Poi, gradualmente, la meditazione può smettere di essere soltanto qualcosa che facciamo e cominciare a diventare una qualità dell’essere. Però il mio suggerimento è anche di confrontarsi con un insegnante di meditazione esperto perché non dobbiamo escludere anche un atteggiamento scorretto di entrare nella pratica.

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DALLA CONSAPEVOLEZZA ALL’AZIONE

Domanda: Mi ha colpito la frase che ha messo come post : “Risvegliarsi non è sufficiente se al risveglio non segue l’azione”. A volte mi accorgo con molta chiarezza di alcuni miei comportamenti, riconosco dinamiche che continuo a ripetere e comprendo anche che cosa dovrei cambiare. Eppure, quando mi ritrovo nelle stesse situazioni, finisco spesso per comportarmi esattamente come prima. Perché la consapevolezza, anche quando sembra autentica, non sempre riesce a tradursi in un cambiamento concreto?

Risposta di R.M.S. : Perché accorgersi di qualcosa è un passaggio fondamentale, ma non sempre significa averla realmente trasformata. Possiamo comprendere molto bene con la mente un nostro meccanismo e continuare tuttavia a esserne condizionati. Le nostre modalità abituali non sono fatte soltanto di pensieri: coinvolgono emozioni, paure, bisogni, automatismi e anche il corpo. Per questo una comprensione intellettuale, da sola, spesso non è sufficiente. La vera consapevolezza tende progressivamente a diventare azione. Non necessariamente attraverso gesti eclatanti. A volte l’azione appropriata consiste nel dire un no che prima non riuscivamo a dire, nel non rispondere immediatamente a una provocazione, ritornando nella presenza attraverso il respiro, nel riconoscere una paura senza lasciarle decidere per noi o semplicemente nel fermarci prima di ripetere automaticamente il comportamento di sempre. È proprio nella vita quotidiana che possiamo verificare la qualità del nostro lavoro interiore. Quando la consapevolezza diventa sufficientemente profonda, l’azione appropriata non nasce più da un “devo cambiare”, ma comincia a sorgere con maggiore naturalezza da ciò che abbiamo realmente visto. Il mio suggerimento è anche di partecipare a dei gruppi che aiutino a sciogliere emozioni imprigionate nel corpo.

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REICH MI HA RADICATO

Domanda: Ho ascoltato da facebook il suo video “Reich mi ha radicato” e questa espressione mi ha incuriosito molto. Che cosa significa per lei essere “radicati”? E perché l’incontro con il pensiero e il lavoro corporeo di Wilhelm Reich è stato così importante anche nel suo percorso spirituale?

Risposta di R.M.S.: Nella mia esperienza radicarsi significa abitare pienamente il corpo e la realtà, senza utilizzare la spiritualità come una fuga dalle difficoltà, dalle emozioni o dalla dimensione concreta dell’esistenza. Reich mi ha insegnato che il corpo non è qualcosa da trascendere o da lasciare indietro nel cammino interiore. Nel corpo sono inscritti la nostra storia, le nostre difese, le paure, i desideri e le modalità con cui ci siamo adattati alla vita. Entrare realmente in contatto con tutto questo significa riportare la ricerca spirituale sulla terra. Il lavoro su di sé non consiste quindi soltanto nell’elevarsi verso dimensioni più alte della coscienza, ma anche nel diventare capaci di stare profondamente dentro se stessi, nel corpo e nella vita che stiamo vivendo. È in questo senso che dico che Reich mi ha radicato.

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Quando un fiore indica la direzione

Domanda di Anita: Condivido un’esperienza: il giorno prima della pubblicazione di questo sito stavo fotografando un suo libro, Educazione alla ricerca interiore. Accanto al testo c’era un fiore, il dono di un’amica. Al momento dello scatto, il piccolo girasole si è girato verso il libro come per guardarlo: un gesto che mi ha profondamente colpito.
​Non ho dubbi che un fiore sia intelligente e sappia comunicare, ma cosa stava dicendo in quel momento? Indicava a me la direzione. Stamattina è riaffiorato il ricordo di quella testolina che si gira, osserva e si posa accanto al testo. Ecco, l’esperienza di ieri non è semplicemente personale o privata e non riguarda solo un singolo individuo: per quanto intima e straordinaria, riguarda tutti. La racconto perché è stata per me significativa, perché tacerla sarebbe egoistico e perché potremmo riconoscere nel movimento del girasole anche una benedizione

Risposta di R.M.S.: Gentile Anita, La ringrazio per aver condiviso questa esperienza così delicata e significativa. Ci sono momenti in cui un avvenimento apparentemente semplice entra in una particolare risonanza con ciò che stiamo vivendo interiormente e acquista per noi un significato che va ben oltre il fatto in sé. Non credo sia necessario stabilire con certezza che cosa quel piccolo girasole stesse “dicendo”. Forse la parte più importante è proprio ciò che il suo movimento ha suscitato in lei e il modo in cui, a distanza di tempo, quell’immagine è tornata alla sua coscienza con tanta forza. Mi colpisce soprattutto che lei abbia sentito quel gesto come un’indicazione, quasi un invito a rivolgere lo sguardo verso una direzione. Forse uno degli aspetti più profondi della ricerca interiore è proprio questo: diventare abbastanza presenti da accorgerci di ciò che normalmente potrebbe passare davanti ai nostri occhi senza essere realmente visto. Quando un’esperienza ci tocca così profondamente può diventare un simbolo vivo, capace di accompagnare e illuminare qualcosa del nostro cammino interiore. Anche la parola “benedizione” con cui conclude la sua testimonianza mi sembra molto bella, lasciandola nella sua dimensione più intima e aperta: non abbiamo bisogno di stabilire che cosa sia accaduto oggettivamente per riconoscere il valore che quell’istante ha avuto per lei. La ringrazio anche per aver scelto di non trattenere per sé questo momento. Proprio perché ha sentito che la sua esperienza non riguardava soltanto lei e che poteva offrire uno spunto anche ad altri, la pubblicheremo nell’archivio delle Domande e Testimonianze del sito, insieme a questa risposta.

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Quando incontrare il proprio dolore diventa troppo

Domanda di Francesco: Dottore nella Stanza Filosofia Perenne, quando parla di ARNAUD DESJARDINS ..in particolare la frase che lei scrive: “Per questo il cammino verso la libertà richiede una profonda conoscenza di sé. Non basta controllare le emozioni, bisogna comprenderne la radice. ” Le Chiedo se può accadere che quando si giunge alla radice, vedere quel trauma o quel dolore può essere “troppo”. Cioè può accadere che per qualcuno possa diventare una paura troppo grande attraversarlo? Grazie per la sua disponibilità. P.S. può liberamente pubblicare la mia domanda. Grazie Francesco.

Risposta di R.M.S.: Caro Francesco, sì, può accadere. E la sua domanda tocca un punto molto importante del lavoro su di sé.
Quando diciamo che non basta controllare un’emozione ma occorre comprenderne la radice, non intendiamo dire che sia sempre possibile, o opportuno, arrivare immediatamente fino in fondo. Talvolta ciò che incontriamo dentro di noi può essere molto doloroso e la paura che emerge davanti a quel contenuto non è necessariamente un ostacolo da abbattere. Può anche indicare che, in quel momento, non disponiamo ancora delle risorse interiori necessarie per avvicinarci ulteriormente.
Il lavoro su di sé non dovrebbe diventare una violenza esercitata contro se stessi. C’è una differenza profonda tra attraversare una paura e forzarsi ad attraversarla. Nel primo caso esiste una parte di noi sufficientemente stabile e presente da poter incontrare ciò che emerge; nel secondo rischiamo semplicemente di essere sopraffatti. Questo è particolarmente importante quando alla radice di determinate emozioni incontriamo esperienze traumatiche o dolori molto profondi. In questi casi non considero un segno di debolezza fermarsi, procedere lentamente o, quando necessario, farsi accompagnare da una persona professionalmente competente. Anche riconoscere “questo, oggi, è troppo per me” è una forma di consapevolezza ed anche di rispetto e di cura verso se stessi.
La conoscenza di sé non consiste nello spalancare con forza tutte le porte dell’inconscio. Consiste piuttosto nel diventare progressivamente capaci di vedere ciò che prima non potevamo vedere, senza esserne travolti e senza doverlo nuovamente nascondere.
A volte il primo incontro con la radice di una sofferenza non consiste quindi nell’attraversarla, ma semplicemente nel riuscire a riconoscere che quella sofferenza esiste e che ne abbiamo paura. Anche questo è già lavoro su di sé.
Il cammino interiore non dovrebbe chiederci di andare più velocemente di quanto siamo realmente capaci di andare. Ci chiede piuttosto di essere sinceri con ciò che incontriamo, compresi i nostri limiti e le nostre paure. Chiamo questo atteggiamento sostenibilità.

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La consapevolezza basta davvero a liberarci dai condizionamenti profondi?

Domanda di P.V. : La mie domande sono queste: “come” liberarsi davvero delle memorie evolutivi e di famiglie, stampate nel nostro corpo e nelle nostre cellule??
Basta ad esserne consapevole e riconoscerle per liberarsene?
O…può essere compreso “come un passo necessario” alla propria “sopravvivenza” (ego che pensa)?
Ci sono oggi strumenti scientifici e di ricerche a nostro disposizione per tenere questo corpo (strumento) in piedi, per la propria sopravvivenza.
Ma “sopravvivere” per cosa? Per trovare davvero la “chiave” della prigione?
Più che “consapevolezza” è forse “il testimone, come Presenza silenziosa” senza giudizi ed aspettative a farci “trovare la chiave”?
E permettere a “quest’ego che Sa” di essere l’espressione migliore, al quotidiano e per ognuno, della Vita che verrà?
SOPRAVVIVENZA necessaria senza dubbio per cosa?
Per QUELLA COSA, come dice Satprem !?

Risposta di R.M.S.:Cara P.V. le tue domande ed osservazioni sono complesse e profonde; meritano quindi una risposta adeguata. La consapevolezza è indispensabile, ma da sola non sempre è sufficiente. Molte delle nostre memorie personali, familiari e, in senso più ampio, evolutive non sono presenti soltanto nella mente: si sono organizzate nel corpo, nel carattere, nelle emozioni e nelle nostre modalità automatiche di risposta alla vita. Possiamo comprendere perfettamente con la mente l’origine di una paura, di una difesa o di un determinato comportamento e continuare tuttavia a ripeterlo, perché il corpo continua a reagire secondo qualcosa che ha appreso molto tempo prima.
Dobbiamo inoltre comprendere che molte di queste strutture non sono nate come qualcosa di patologico. Sono state originariamente strategie di adattamento, protezione e talvolta di vera e propria sopravvivenza. L’ego ha imparato a proteggerci nel modo che gli era possibile in determinate circostanze. Il problema nasce quando ciò che un tempo era necessario continua ad agire automaticamente anche quando non lo è più. Quello che ci ha protetto può allora diventare la nostra prigione.
Per questo non credo che basti riconoscere una memoria per liberarsene. La consapevolezza apre la porta, ma è necessario che anche il corpo possa fare una nuova esperienza. Ed è qui che considero fondamentale il lavoro psicocorporeo e il progressivo scioglimento della corazza caratteriale e muscolare. La nostra storia è scritta anche nel modo in cui respiriamo, nella postura, nelle tensioni muscolari, nello sguardo, nella voce e nelle modalità con cui tratteniamo o esprimiamo le emozioni. Possiamo avere compreso mentalmente che un determinato pericolo non esiste più e tuttavia il corpo può continuare a comportarsi come se quel pericolo fosse ancora presente.
Il lavoro sulla corazza permette di raggiungere queste difese là dove si sono strutturate. Non significa abbatterle violentemente, perché dobbiamo rispettare la funzione che hanno avuto, ma consentire progressivamente all’organismo di abbandonare protezioni di cui non ha più bisogno. Ciò che era rimasto contratto può cominciare a sciogliersi e l’energia impegnata per anni nel mantenimento della difesa può tornare disponibile alla vita.
A questo deve accompagnarsi lo sviluppo dell’osservatore. Attraverso la pratica meditativa impariamo progressivamente a vedere una paura, un’emozione, una contrazione o un pensiero mentre stanno accadendo, senza identificarci completamente con essi. Non diciamo più semplicemente «io sono così», ma cominciamo a riconoscere: «questo sta accadendo dentro di me». È uno spazio piccolo all’inizio, ma fondamentale. Ed è proprio questo spazio che può progressivamente diventare Testimone, Presenza silenziosa capace di osservare senza giudizio e senza aspettative.
Il lavoro psicocorporeo e quello dell’osservatore devono quindi procedere insieme. Sciogliere la corazza senza sviluppare consapevolezza può ridursi a una liberazione momentanea di tensioni ed emozioni; sviluppare l’osservatore senza coinvolgere il corpo rischia invece di lasciare intatte alcune delle strutture più profonde del carattere. Occorre diventare coscienti di ciò che accade e contemporaneamente permettere al corpo di trasformare il modo in cui continua a trattenerlo.
Non parlerei quindi di cancellare le memorie. Ciò che abbiamo vissuto appartiene alla nostra storia. La vera libertà consiste piuttosto nel fare in modo che quella storia non continui a governare automaticamente il nostro presente. Una difesa può trasformarsi in una capacità, una paura in sensibilità e discriminazione, una necessità di controllo può progressivamente lasciare spazio alla fiducia.
Anche l’ego, in questa prospettiva, non deve essere eliminato. Deve essere conosciuto, trasformato e progressivamente reso trasparente. Non parlerei tanto di un «ego che sa», perché proprio la convinzione di sapere può diventare una delle forme più sottili dell’ego. Parlerei piuttosto di un ego che impara a non occupare continuamente il centro della scena, che può diventare strumento di qualcosa di più profondo. E qui, per me, il Testimone stesso non rappresenta necessariamente il punto d’arrivo. Il cammino può condurre ancora più profondamente, verso quel centro che Sri Aurobindo e Mère chiamano Essere Psichico e che io chiamo Matrice interiore.
A questo punto anche la parola «sopravvivere» richiede una precisazione. Certamente oggi disponiamo di conoscenze scientifiche e di strumenti straordinari per prenderci cura del corpo, curarlo e mantenerlo il più possibile sano e vitale. Ed è giusto utilizzarli, perché il corpo è lo strumento attraverso il quale questa esperienza può compiersi. Ma il ricercatore interiore non vive semplicemente per sopravvivere. Vive realmente la propria esperienza. La sopravvivenza appartiene alla necessità biologica; non può diventare il significato ultimo dell’esistenza.
Il ricercatore vive per uscire dalla propria prigione interiore, fatta di identificazioni, automatismi, condizionamenti e antiche strategie di difesa. Ma c’è un passaggio ulteriore che considero essenziale: anche uscire dalla prigione non è il fine del cammino. È soltanto una fase necessaria. Si esce dalla prigione per incontrare il proprio essere interiore libero.
E allora anche la cura del corpo acquista un significato differente. Non ci prendiamo cura del corpo soltanto perché vogliamo prolungare indefinitamente la nostra esistenza biologica, ma perché attraverso questo corpo qualcosa può essere vissuto, conosciuto e trasformato. Nella prospettiva di Sri Aurobindo e Mère il corpo stesso entra nel processo evolutivo della coscienza: non è semplicemente un involucro da conservare in attesa di una liberazione altrove.
Forse è proprio qui che possiamo avvicinarci a quella «Cosa» di cui parla Satprem. Liberarsi dalla prigione non significa semplicemente stare meglio, essere meno condizionati o diventare individui psicologicamente più liberi. Tutto questo è importante, ma può essere ancora una preparazione. Si tratta di creare progressivamente le condizioni affinché qualcosa di più profondo possa emergere e prendere forma nella nostra coscienza, nella nostra vita e nel nostro corpo.
La Matrice interiore, l’Essere Psichico, può allora esprimersi sempre più attraverso un ego che non è stato distrutto, ma trasformato e reso trasparente, e attraverso un corpo che non è più costretto a impiegare tanta parte della propria energia per mantenere antiche difese. Non sopravvivere, dunque, ma vivere. Non soltanto uscire dalla prigione, ma scoprire chi è colui che, finalmente libero, può vivere al di fuori di essa. E forse da quel punto può cominciare qualcosa che non riguarda più soltanto la nostra liberazione individuale, ma quella trasformazione più profonda dell’essere umano alla quale Sri Aurobindo, Mère e Satprem hanno dedicato la loro ricerca.

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RICONOSCERE UN’ INTUIZIONE

Domanda di Maria : Buongiorno. Sto visitando il sito e desidero fare i miei complimenti per la ricchezza e profondità dei contenuti. Leggendo le pagine dedicate a Mère mi è tornato alla mente un brano che avevo letto tempo fa e mi è sorta una domanda  e cioè come possiamo capire se quello che sentiamo dentro di noi è una vera intuizione oppure in nostro desidero, o una paura o un bisogno che scambiamo o possiamo scambiare per intuizione!? Sarò grata per la risposta e credo possa servire a molti. Grazie Maria

Risposta di R.M.S.: Grazie per la domanda che ritengo molto importante, perché una delle difficoltà più sottili del lavoro interiore consiste proprio nel distinguere ciò che proviene da una zona più profonda della coscienza da ciò che nasce invece dai nostri desideri, dalle nostre paure, dai bisogni affettivi o dalle aspettative dell’ego. Possiamo essere perfettamente sinceri e tuttavia scambiare per intuizione qualcosa che desideriamo intensamente sia vero.
Sri Aurobindo e Mère hanno insistito molto sulla necessità della discriminazione. Non tutto ciò che emerge spontaneamente dentro di noi proviene infatti da una sorgente profonda. La nostra coscienza ordinaria è attraversata continuamente da pensieri, impulsi, emozioni, desideri, suggestioni e movimenti del vitale. Alcuni di questi possono presentarsi con una forza tale da assumere ai nostri occhi l’apparenza di una certezza interiore.
Per questo credo che un primo criterio importante sia imparare a riconoscere la qualità con cui qualcosa si presenta alla coscienza. Il desiderio tende a volere qualcosa, la paura tende a evitarla, il bisogno tende a cercare una conferma. Tutti questi movimenti contengono generalmente una qualche forma di tensione, ovvero vogliamo che una cosa accada, temiamo che accada, speriamo che una persona faccia qualcosa, abbiamo bisogno che una situazione abbia un determinato significato. L’intuizione vera ha spesso una qualità differente.: non ha bisogno di convincerci. Può essere molto chiara e perfino molto forte, ma possiede una sorta di tranquillità. È come un vedere. Qualcosa viene riconosciuto prima ancora che la mente abbia costruito intorno ad esso una spiegazione. Proprio per questo, quando immediatamente cominciamo ad aggiungere interpretazioni, aspettative e conclusioni, rischiamo già di mescolare all’intuizione originaria il materiale della nostra personalità. Naturalmente non esiste un criterio infallibile che ci permetta di dire immediatamente: “Questa è un’intuizione autentica”. È necessario sviluppare progressivamente una capacità di osservazione e di discriminazione. Ed è qui che la pratica meditativa diventa preziosa. La mindfulness, la vipassanā e più in generale tutte le pratiche che sviluppano l’Osservatore, ci insegnano a osservare ciò che accade dentro di noi senza identificarci immediatamente con esso. Impariamo poco alla volta a riconoscere dove c’è paura,  dove c’è desiderio o bisogno di essere rassicurati. Oppure stiamo cercando una conferma.
C’è poi un altro elemento che considero fondamentale: il tempo. Una vera intuizione non teme di essere lasciata riposare. Se ciò che abbiamo percepito è autentico, non abbiamo necessariamente bisogno di trasformarlo subito in una decisione o in una certezza. Possiamo custodirlo nel silenzio e vedere che cosa ne rimane quando l’emozione del momento si è placata. Molte false intuizioni perdono rapidamente la loro evidenza quando il desiderio o la paura che le sostenevano si attenuano. Ciò che proviene da una zona più profonda, invece, spesso rimane. Talvolta diventa persino più semplice e più chiaro.
Nel Purna Yoga questo lavoro di discriminazione è strettamente collegato alla progressiva scoperta dell’Essere Psichico, quella presenza profonda che Sri Aurobindo e Mère collocano dietro il cuore emotivo. Quando cominciamo a entrare in contatto con questa dimensione, impariamo gradualmente a riconoscere una qualità particolare della coscienza: una semplicità, una sincerità, una limpidezza che non hanno la stessa natura dei movimenti del mentale e del vitale. Ma anche qui occorre molta umiltà. Uno degli errori più pericolosi nel cammino spirituale è attribuire troppo rapidamente all’Essere Psichico, al Divino o a una “voce interiore” ciò che appartiene ancora alla nostra personalità. Dire «lo sento dentro» non costituisce di per sé una garanzia di verità. Tutto il nostro lavoro consiste proprio nell’imparare a conoscere sempre meglio quel “dentro”, perché dentro di noi esistono molti livelli e non tutti hanno la stessa origine né la stessa affidabilità.
Forse, quindi, davanti a qualcosa che percepiamo come intuizione potremmo imparare a non domandarci soltanto: “È vero?”, ma anche: “Da quale parte di me proviene?”. Posso restare con questa percezione senza avere bisogno che sia vera? Posso osservarla senza seguirla immediatamente? Che cosa accade se non la alimento? Rimane limpida oppure comincia a trasformarsi in aspettativa, paura, eccitazione o bisogno di conferma?
Credo che la vera discriminazione nasca proprio da questa pazienza. Non dalla diffidenza verso ciò che sentiamo, ma da un ascolto sempre più fine. Con il tempo impariamo a conoscere la qualità dei nostri movimenti interiori. In fondo, il cammino interiore non consiste nell’imparare a credere a tutto ciò che sentiamo dentro di noi. Consiste nell’imparare ad ascoltare così profondamente da cominciare a distinguere le diverse voci che abitano la nostra personalità. 

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