✉ DOMANDE E RISPOSTE – ARCHIVIO

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Come riconoscere la Matrice senza costruirne un’immagine?

Domanda: Ciao Roberto sono Michele e abbiamo avuto modo di conoscersi ad una conferenza a Piacenza alcuni anni fa. Ho letto con molto interesse il tuo approfondimento ( nel tuo sito) sulla memoria infantile incarnata e sulla Matrice interiore. Mi ha colpito soprattutto la distinzione che fai tra il recupero di una maggiore naturalità dell’organismo e l’apertura a qualcosa di più profondo, che tu chiami Matrice interiore. Se ho compreso bene, lavorando sulle nostre ferite e sulle difese che abbiamo costruito nel corso della vita possiamo diventare progressivamente meno condizionati dal passato, più liberi nelle nostre reazioni e maggiormente capaci di vivere ciò che accade nel presente. Ma tu dici anche che questo non significa necessariamente entrare in contatto con una dimensione spirituale. Ed è proprio qui che mi nasce una domanda. Come possiamo accorgerci che ciò che sentiamo emergere dentro di noi non è semplicemente una parte più libera e autentica della nostra personalità, ma qualcosa che appartiene a quella dimensione più profonda che tu chiami Matrice? Esiste, nella tua esperienza, un modo per riconoscere questa differenza oppure anche il bisogno di stabilire con certezza “da dove” proviene ciò che sentiamo può diventare un’altra forma di controllo? Te lo chiedo perché immagino che sia molto facile attribuire un significato spirituale a qualcosa che potrebbe invece appartenere ancora ai nostri bisogni, alle nostre ferite o persino alle nostre difese. Come possiamo allora avvicinarci alla Matrice senza rischiare di costruircene inconsapevolmente un’immagine? Grazie se vorrai approfondire questo aspetto.

Risposta R.M.S.: Caro Michele, la tua domanda tocca un punto molto delicato, perché nel momento stesso in cui cerchiamo di stabilire con certezza se ciò che emerge dentro di noi appartenga alla personalità oppure alla Matrice rischiamo già di introdurre una distinzione costruita dalla mente. Non credo infatti che esista un criterio oggettivo che ci permetta di dire con sicurezza “questo viene dalla Matrice”. Sarebbe persino pericoloso pensarlo, perché il bisogno di attribuire un significato spirituale alle nostre esperienze può diventare una nuova forma di identificazione. Ferite, bisogni, desideri e difese possono assumere facilmente un linguaggio spirituale senza per questo cessare di appartenere alla nostra storia personale. Il lavoro sulle memorie incarnate può restituirci una maggiore naturalità, spontaneità e libertà. Possiamo diventare meno governati dalle nostre difese, meno condizionati dal passato e più disponibili a ciò che accade. Ma una personalità più libera rimane comunque una personalità, e non credo che abbiamo bisogno di trasformare ogni forma di autenticità in un’esperienza spirituale. Tutto questo è già molto importante, però può creare le condizioni perché qualcosa di diverso abbia la possibilità di manifestarsi. Non possiamo produrlo né richiamarlo volontariamente, ma possiamo semmai diventare meno ingombranti. Nella mia esperienza, ciò che appartiene a una dimensione più profonda non si presenta tanto come qualcosa che chiede di essere creduto o definito, quanto come una qualità dell’esperienza. C’è meno bisogno di appropriarsene, di dire “io ho compreso” oppure “io ho raggiunto”. Talvolta può esserci una particolare semplicità, un senso di presenza, qualcosa che appare evidente senza avere bisogno di molte spiegazioni. Ma non considererei neppure questi elementi come criteri sicuri per riconoscere la Matrice, perché anche sensazioni di questo tipo possono essere prodotte o imitate dalla nostra psiche.
Per questo penso che sia importante conservare una certa sobrietà e anche la disponibilità a dubitare delle proprie interpretazioni. Non per svalutare ciò che sentiamo, ma per non impossessarcene troppo in fretta.
Forse il modo migliore per avvicinarsi alla Matrice è proprio non costruirne un’immagine. Nel momento in cui decidiamo anticipatamente che cosa dovrebbe essere, come dovremmo sentirla o quali esperienze dovrebbero accompagnarla, rischiamo di incontrare soprattutto ciò che abbiamo immaginato. E forse la Matrice, se e quando si manifesta, può sorprenderci proprio perché non corrisponde necessariamente a quello che avevamo pensato. Per questo non credo che il nostro compito sia riconoscerla attraverso una definizione. Possiamo piuttosto cercare di diventare abbastanza disponibili da non ostacolare ciò che vuole emergere, senza avere subito bisogno di dargli un nome. Un Abbraccio e Grazie per la tua domanda.

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Come vivere serenamente davanti alla sofferenza del mondo?

Domanda: Ciao Roberto, c’è una domanda che mi accompagna da un po’ e che negli ultimi tempi sento ancora di più. Come si fa a vivere normalmente sapendo quanta sofferenza esiste intorno a noi? Guerre, persone che perdono tutto, bambini che muoiono, violenze, alluvioni, intere popolazioni costrette a lasciare la propria terra. Basta aprire un giornale o guardare le notizie e ogni giorno sembra esserci qualcosa di terribile. A volte mi capita di essere con gli amici, di ridere, di mangiare una buona cena o semplicemente di stare bene e improvvisamente penso che, mentre io sto vivendo quel momento, da qualche parte qualcuno sta attraversando qualcosa di atroce. E allora provo quasi un senso di colpa. Mi domando con quale diritto io possa essere serena davanti a tutto questo. D’altra parte mi rendo conto che non possiamo vivere portandoci addosso continuamente tutta la sofferenza del mondo, perché probabilmente ne saremmo schiacciati, ma neppure vorrei diventare indifferente o abituarmi al dolore degli altri soltanto per riuscire a stare bene. Come si trova una posizione interiore che non sia né indifferenza né continua sofferenza? È possibile rimanere veramente aperti a quello che accade nel mondo e nello stesso tempo continuare a vivere, amare, avere momenti di gioia, senza sentire che in qualche modo stiamo voltando le spalle a chi soffre? Gabriella

Risposta R.M.S.: Cara Gabriella, credo che la prima cosa sia non cercare una risposta che ci metta troppo facilmente in pace con questa domanda. Se siamo ancora capaci di essere toccati dalla sofferenza degli altri, anche quando riguarda persone che non conosciamo e che vivono lontano da noi, significa che qualcosa in noi rimane aperto, continua a sentire e a partecipare a ciò che accade. È importante custodire questa apertura, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo, nel quale siamo continuamente messi di fronte a guerre, distruzioni, violenze, popolazioni costrette a lasciare la propria terra e a una sofferenza che ci raggiunge ogni giorno attraverso immagini che qualche volta diventano persino difficili da sostenere. Non possiamo girarci dall’altra parte e nello stesso tempo non possiamo smettere di vivere né abbandonare il nostro percorso interiore. C’è anzi qualcosa che considero particolarmente importante proprio in momenti come questi, mantenere la fiducia e non permettere che tutta la negatività che vediamo intorno a noi diventi anche il nostro unico stato interiore. Non sto parlando di quel pensiero positivo un po’ ingenuo che cerca di convincersi che le cose vadano bene quando evidentemente non è così. La realtà va guardata, anche quando è terribile. E sul senso di colpa che descrivi vorrei soffermarmi, perché credo sia una parte importante della tua domanda. Tu ti chiedi con quale diritto puoi essere serena, ridere con gli amici o goderti una cena mentre nello stesso momento qualcuno, da qualche parte, sta vivendo qualcosa di atroce. Ma la tua sofferenza non allevierebbe la sua. Rinunciare a un momento di gioia non restituirebbe nulla a chi quella gioia non può viverla. Non è la nostra serenità a renderci indifferenti, lo diventiamo quando abbiamo bisogno di non vedere più la sofferenza degli altri per poter stare bene. Possiamo invece continuare a sentirla, lasciarci toccare e nello stesso tempo accogliere ciò che di bello la vita continua a darci. Non c’è una colpa in questo. La gioia non è un’offesa verso chi soffre e non dobbiamo punirci per il fatto di poterla ancora provare. Direi anzi che conservare la capacità di amare, di avere fiducia e anche di provare gioia diventa ancora più importante quando intorno a noi vediamo tanta distruzione. Se alla paura aggiungiamo altra paura, alla disperazione altra disperazione e all’odio altro odio, entriamo nello stesso movimento che ci addolora. La fiducia non significa chiudere gli occhi, significa tenerli aperti senza lasciare che sia soltanto ciò che è oscuro a occupare la nostra coscienza. In questo senso abbiamo anche una responsabilità verso ciò che coltiviamo dentro di noi. Mère, parlando della preghiera e della meditazione collettive, dice qualcosa di molto forte. Quando delle persone si riuniscono intorno allo stesso ideale, alla stessa volontà e alla stessa fede e il loro scopo è elevato, attraverso la preghiera e la meditazione possono avere «un effetto considerevole sugli avvenimenti del mondo», oltre che sul proprio sviluppo interiore e sul progresso collettivo. È un’affermazione che va molto oltre l’idea della preghiera come semplice consolazione personale. Anche Sri Aurobindo attribuisce alla preghiera un valore concreto nel lavoro della coscienza e indica aspirazione, invocazione e preghiera come forme dello stesso movimento, attraverso le quali possiamo aprirci alla Pace, alla Luce e alla Forza. Per questo considero la preghiera uno degli strumenti che abbiamo quando davanti alla sofferenza del mondo ci sentiamo impotenti. Possiamo rivolgerla alle persone che soffrono, a chi vive una guerra, a chi ha perso qualcuno, a chi ha paura, a chi non vede una via d’uscita, ma possiamo rivolgerla anche alla Terra, che sta attraversando un momento così difficile. Questo non significa trasformare la preghiera in qualcosa di magico, come se bastasse pregare per produrre automaticamente un determinato avvenimento. Significa mantenere un’aspirazione alla pace e alla luce e non alimentare dentro di noi proprio quelle forze di paura, divisione e disperazione dalle quali vorremmo che il mondo fosse liberato. Mère stessa, in una sua preghiera del 7 luglio 1914, in un’Europa che stava precipitando verso la guerra, apre con un’invocazione semplicissima e immensa, «Pace, pace su tutta la terra», una pace che non è inerzia o indifferenza, ma è legata al risveglio, alla forza e al superamento dell’oscurità. Il silenzio e la preghiera quindi non devono diventare un luogo nel quale rifugiarci per non vedere il mondo, ma uno spazio nel quale ritrovare qualcosa che ci permetta di stare nel mondo senza esserne completamente travolti. E poi c’è il lavoro su noi stessi, che non dobbiamo abbandonare proprio quando il mondo soffre. Dobbiamo continuare a osservare le nostre paure, le nostre chiusure e anche quelle parti che chiamiamo egoistiche, senza confondere l’egoismo che ci separa dagli altri con il sano bisogno di prenderci cura di noi stessi, di proteggerci quando è necessario, di avere uno spazio nostro, di amare e anche di essere felici. Non tutto ciò che facciamo per noi stessi è egoismo e non tutto ciò che facciamo per gli altri nasce necessariamente dall’amore. Anche questo va osservato. Se possiamo aiutare concretamente qualcuno, facciamolo, se possiamo essere più partecipi, esserci per una persona, sostenere un’iniziativa o compiere un gesto reale, è importante farlo. Non possiamo portare materialmente sulle nostre spalle tutta la sofferenza della Terra, possiamo però evitare di diventare indifferenti e nello stesso tempo continuare il nostro cammino, coltivando silenzio, preghiera e fiducia. Il nostro compito non è aggiungere sofferenza alla sofferenza né oscurità all’oscurità, ma rimanere aperti, partecipi e vigili e, proprio mentre guardiamo ciò che sta accadendo, continuare a custodire dentro di noi la pace, la fiducia e un’aspirazione verso qualcosa che non appartenga allo stesso movimento che sta producendo tanta sofferenza. Questo non significa voltarsi dall’altra parte, significa restare pienamente presenti.

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