✉ DOMANDE E RISPOSTE – ARCHIVIO

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Quando il dolore sembra prendere tutto lo spazio

Domanda: Ciao Roberto, “Come si fa a vivere normalmente sapendo quanta sofferenza esiste intorno a noi?”, leggere entrambe, domanda e risposta, mi ha stimolato questa condivisione/domande.
In questo periodo sono svuotato di motivazioni e di senso. Non riesco a determinare nessuna direzione perchè non appena ci provo il vuoto in cui sono diventa ancora più grande. Quando ci provo sento che è come se stessi scappando da qualcosa che vuole assolutamente essere ascoltato, dirmi qualcosa. Io ci provo ma ne sono annichilito. Le mie sono giornate molto lunghe e vuote e difficili. Cerco di essere coraggioso, di non fingere, di provare ad aprirmi a questa immensa mole di dolore che mi fa vedere tutto ciò che vedo e quei pochi scambi che ho come miseri, finti, tristemente manipolatori. Sono impossibilitato anche a cercare di riempire questo vuoto con cose che potrebbero distrarmi, perchè sento la voragine più grande e si azzera la concentrazione. Alle volte, per attimi infinitesimi, vivo una gioia/pace silenziosa. Tutto si placa. Poi ripiombo in questa “cosa” che mi vince rendendomi immobile e privo di direzione. E mi sento più chiuso, privo di parole, ritirato socialmente. Ritirato dalla vita.
Nel leggere domanda e risposta ho pensato che questo mio momento potesse essere connesso alle vostre parole. Scrivi: “Non possiamo girarci dall’altra parte e nello stesso tempo non possiamo smettere di vivere né abbandonare il nostro percorso interiore…mantenere la fiducia e non permettere che tutta la negatività che vediamo intorno a noi diventi anche il nostro unico stato interiore”.
Mi sento vinto: ho permesso alla negatività di diventare l’unico stato che vivo? Ho perso fiducia, radicamento e il mio percorso interiore?
Grazie. Mario

Risposta R.M.S.: Caro Mario, leggendo quello che scrivi mi fermerei innanzitutto sulla tua ultima domanda, perché non credo che tu debba concludere di aver permesso alla negatività di diventare il tuo unico stato interiore, né che tu abbia necessariamente perso la fiducia, il radicamento o il tuo percorso. Quello che descrivi mi sembra qualcosa di più complesso e soprattutto qualcosa che in questo momento ti sta coinvolgendo profondamente. Sei in un vero cambiamento di paradigma. Mi ha colpito quando dici che ogni volta che provi a determinare una direzione senti aumentare il vuoto, quasi come se stessi cercando di scappare da qualcosa che invece vuole essere ascoltato. Credo sia importante rispettare questa percezione, ma farei attenzione a non trasformare anche l’ascolto in una specie di obbligo, come se dovessi necessariamente rimanere dentro quel dolore fino a comprenderlo o attraversarlo completamente. Ascoltare ciò che accade dentro di noi non significa consegnargli tutto lo spazio e soprattutto non significa che dobbiamo riuscire da soli a sostenerlo. A certi livelli di profondità il dolore deve essere amorevolmente accolto ed offerto in un atto di sincero Surrender e questa attitudine produce insperate trasformazioni. C’è poi un’altra cosa che mi ha colpito molto nel tuo messaggio e sono quei brevissimi momenti nei quali dici di vivere una gioia, una pace silenziosa e per un attimo tutto si placa. Non cercherei di attribuire subito un significato particolare a questi momenti, ma mostrano chiaramente che c’è in te una potenzialità di chiarezza, di consapevolezza e di presenza da non sottovalutare. Tu dici di temere che la negatività sia diventata l’unico stato che vivi, eppure proprio ciò che racconti ci dice che non è completamente così. In mezzo a qualcosa che sembra occupare quasi tutto lo spazio esistono ancora degli istanti nei quali accade altro. Non cercherei di trattenerli né di riprodurli, perché probabilmente finiremmo per perderli proprio nel tentativo di farlo, ma li riconoscerei quando arrivano. Mi sembra importante anche quello che dici rispetto al sentirti ritirato dalla vita, con poche parole, pochi scambi, poca motivazione e una concentrazione che viene meno. Qui credo sia necessario essere molto sobri. Nel lavoro interiore possiamo attraversare momenti nei quali molte cose che prima ci sostenevano perdono significato, possiamo incontrare vuoti e passaggi che non comprendiamo immediatamente, ma non per questo dobbiamo interpretare automaticamente ogni stato di profonda sofferenza come una tappa necessaria del nostro percorso. A volte rischiamo persino di dare un significato spirituale a qualcosa che ha bisogno anche di essere accolto e sostenuto sul piano umano. Per questo, quando questa condizione dura nel tempo, se il ritiro dalla vita aumenta o senti che diventa troppo difficile sostenerla, credo sia importante non rimanere solo con tutto questo e continuare a condividerla direttamente con qualcuno che senti vicino. Non è un allontanamento dal tuo percorso interiore, ma fa parte della stessa cura che in questo momento devi a te stesso. C’è poi la parola “vinto” che usi e sulla quale vorrei fermarmi. Non credo che dobbiamo trasformare ciò che stai vivendo in una battaglia nella quale da una parte ci sei tu e dall’altra la negatività, perché in questo modo al dolore che già senti rischiamo di aggiungere anche il giudizio di non essere stato abbastanza forte, abbastanza fiducioso o abbastanza radicato. La fiducia non è qualcosa che dobbiamo riuscire a sentire sempre. Ci sono momenti nei quali possiamo non sentirla affatto e questo non significa necessariamente averla perduta. Anche il percorso interiore non è una linea continua nella quale diventiamo progressivamente più forti, più presenti e più capaci di comprendere ciò che ci accade. Ci sono passaggi nei quali non sappiamo dove stiamo andando e nei quali persino ciò che prima aveva senso sembra non averne più. Quello che eviterei è di trasformare immediatamente questo non sapere in una conclusione su di te. Non direi quindi “ho perso il mio percorso”, ma semplicemente “questo è ciò che sto vivendo adesso e non so ancora che cosa significhi”. Mi sembra una posizione più vera e anche meno violenta verso te stesso. E quei piccoli istanti di pace di cui parli li lascerei lì, senza farne una promessa e senza chiedere loro di salvarci da ciò che stiamo attraversando, ma neppure ignorandoli. In mezzo a tutto quello che racconti, per qualche istante qualcosa si placa. Anche questo fa parte di ciò che stai vivendo e merita di essere ascoltato quanto il vuoto.
La giusta domanda secondo me non è chiederti se hai “perso il tuo percorso interiore”, ma “di che cosa ho bisogno oggi per non rimanere solo dentro tutto questo?” Non devi cercare la vita di prima, ma i nuovi codici con cui sperimentare ciò che sei oggi. Intanto ti invio un forte e caro abbraccio. 

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Il cuore è il centro alchemico di trasformazione

Domanda di E.: Buongiorno Roberto , mi piacerebbe condividere con te il tema della conoscenza , che va donata a misura dell’ intelletto, ho compreso questo aspetto nel tempo , molti anni fa non avevo la consapevolezza attuale e solo ora ho compreso in fondo al mio cuore cosa significa la crescita interiore . La presenza e lo stare ha permesso questo passaggio . Ho osservato molto negli anni come molte cose hanno cambiato significato, luoghi , simboli perché io ho mutato il mio sentire. Il cuore è veramente il centro alchemico di trasformazione e presenza. Ti ringrazio perché tu incarni con la pratica questo mio passaggio e in un sogno mi sei apparso dicendomi , eccoti finalmente tra noi . Come se ci fosse un Roberto in questa dimensione e uno in una dimensione parallela . Mi piacerebbe comprendere meglio questa doppia modalità e come gestirla per la crescita . Grazie

Risposta R.M.S.: Cara E.., la “conoscenza” per molto tempo della nostra vita avviene attraverso una comprensione mentale che, come più volte ho detto, viene filtrata dalle nostre interpretazioni cognitive che sono a loro volta distorte dagli schemi appresi nella nostra formazione individuale ed inoltre è condizionata dalle nostre aspettative, dal nostro mondo emotivo e dai bisogni. Negli anni, se riusciamo a calare la “conoscenza” nella vita e diventa anche reale esperienza interiore, appare una maggiore chiarezza. Questa maggiore chiarezza è collegata al sentire ed è per questo che è così fondamentale il lavoro sulle nostre emozioni e sul nostro corpo: potrei dire che, finché la “conoscenza” non viene incarnata, resta una pura astrazione, atta a nutrire soltanto il nostro ego. Con queste tue parole confermi che è il mutamento del sentire l’attivatore della trasformazione e che quando inizia a manifestarsi la “comprensione del cuore”, ovvero l’osservatore lascia spazio al Testimone, il vero cambiamento avviene su ogni piano dell’individuo, nella mente, nelle emozioni e nel corpo. Tu hai nominato giustamente “l’intelletto” che spesso viene confuso con la mente cognitiva, mentre invece è una funzione intuitiva profonda (intus legere).
Per quanto riguarda il tuo sogno non lo interpreterei con una “etichetta esoterica”, facile tentazione oggi giorno, ma ne coglierei la sostanza, ovvero hai sentito una vicinanza con me e con chi ha come me un certo tipo di visione dell’essere umano e della spiritualità. In fondo, senza scomodare piani astrali e corpi sottili, se si ha l’esperienza di una Matrice interiore, è immediato comprendere che nell’essere umano ci sono due piani di coscienza, una più collegata alla personalità e l’altra ad un centro interiore, comunque lo si voglia chiamare, piano che sono comunque connessi, anche se molti non ne sono consapevoli.
Ti ringrazio di avermi scritto e ti auguro un lungo e luminoso viaggio di “conoscenza”.

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