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Quando è la paura a scegliere al posto nostro?
Domanda di Lorenzo: Ciao Roberto, leggendo alcuni tuoi scritti e, il tuo nuovo sito, mi sono chiesto quanto siamo realmente consapevoli delle scelte che facciamo. A volte pensiamo di sapere molto bene perché rimaniamo in una relazione, accettiamo una situazione che non ci soddisfa, evitiamo un cambiamento oppure rinunciamo a qualcosa che desideriamo. Ci diamo delle spiegazioni, almeno parlo per me stesso, che ci sembrano anche molto ragionevoli. Ma è possibile che dietro alcune di queste spiegazioni ci sia in realtà una paura che non riusciamo a riconoscere? E se è così, come possiamo capire quando stiamo scegliendo veramente e quando invece è la paura a scegliere al posto nostro? Non intendo le paure evidenti, cioè quelle che sappiamo di avere, ma quelle che possono nascondersi dietro motivazioni apparentemente razionali. Grazie per il Lavoro che fai e Grazie per l’opportunità che ci offri di formulare domande o dubbi. Lorenzo
Risposta di R.M.S : Caro Lorenzo, la tua domanda è importante proprio perché riguarda quelle paure che non riconosciamo immediatamente come tali. Quando abbiamo chiaramente paura di qualcosa, almeno sappiamo con che cosa abbiamo a che fare. Più difficile è accorgersi di quelle paure che riescono a convivere perfettamente con spiegazioni molto ragionevoli.
Possiamo dirci che non è il momento, che è meglio aspettare, che una situazione tutto sommato non è così negativa, che cambiare comporterebbe troppi problemi, e può essere tutto vero. Non credo infatti che dietro ogni esitazione ci sia necessariamente una paura nascosta, così come non penso che scegliere significhi sempre avere il coraggio di cambiare. Qualche volta restare è una scelta, qualche volta lo è andare via. Il punto interessante è capire quanto siamo realmente presenti nella decisione che stiamo prendendo.
Mi è capitato spesso di vedere persone riuscire a spiegare benissimo perché non potevano fare una determinata scelta e poi, guardando un po’ più a fondo, accorgersi che insieme a tutte quelle ragioni c’era anche la paura di perdere una sicurezza, di sbagliare, di essere giudicati, di rimanere soli oppure semplicemente il timore di perdere le sicurezze, la zona di conforto.
Quando parliamo di una relazione credo ci sia anche un’altra domanda che vale la pena farsi. Al di là delle ragioni per cui rimango o vorrei andare via, che cosa sta accadendo a me dentro questa relazione? Sento che c’è ancora uno spazio nel quale posso crescere, conoscere meglio me stesso, esprimermi e incontrare realmente l’altro, oppure mi accorgo che da tempo sto soltanto cercando di mantenere in piedi qualcosa per paura di ciò che potrebbe accadere se cambiasse? Nel tempo credo sia importante osservare se quella relazione continua ad avere una vitalità per entrambi o se, almeno per quanto ci riguarda, ci stiamo progressivamente spegnendo dentro di essa. Forse una delle domande più difficili da farci è proprio questa, ovvero: sto scegliendo ciò che realmente voglio oppure sto scegliendo soprattutto ciò che mi permette di sentirmi più al sicuro?. Ma c’è anche il movimento contrario, cioè possiamo avere paura proprio davanti a qualcosa che desideriamo molto. Per questo non prenderei mai la presenza della paura come una prova che stiamo andando nella direzione sbagliata. A volte ci spaventa ciò che ci allontana da noi stessi, altre volte proprio ciò che potrebbe portarci verso qualcosa di vero.
Non credo quindi che esista un criterio capace di darci una risposta immediata e certa. Possiamo però diventare più sinceri nel riconoscere che “umore” c’è dietro le nostre decisioni; accorgerci che dietro una spiegazione apparentemente impeccabile c’è anche una paura cambia qualcosa, perché da quel momento quella paura non è più completamente nascosta.
La paura farà parte di molte nostre scelte e qualche volta avrà anche buone ragioni per esserci. La differenza, per me, è poterla riconoscere senza darle automaticamente l’ultima parola. Possiamo ascoltarla, comprendere da che cosa cerca di proteggerci e poi decidere. E potremo anche fare esattamente la stessa scelta che avremmo fatto prima, ma con una consapevolezza diversa, perché non sarà stata soltanto la paura, senza che ce ne accorgessimo, a scegliere per noi.
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QUANDO SENTIAMO UN VUOTO DENTRO, DOBBIAMO DAVVERO RIEMPIRLO?
Domanda: Ciao Roberto, vorrei chiederti qualcosa su una sensazione che ogni tanto mi capita di provare e che faccio fatica a spiegare. Ci sono momenti in cui apparentemente va tutto bene, ho persone intorno, impegni, interessi, una vita che continua normalmente, eppure sento dentro una specie di vuoto. È come se mancasse qualcosa, senza riuscire però a capire che cosa. La reazione immediata è cercare di riempire quello spazio, magari tenendosi occupati, cercando persone, distrazioni, nuovi interessi o qualcosa che ci faccia sentire nuovamente coinvolti. Mi sono chiesta però se sia sempre la cosa giusta da fare. Può esistere un vuoto che non indica necessariamente che nella nostra vita manca qualcosa, ma che forse sta cercando di dirci qualcosa di noi? E come possiamo comprenderne il significato senza limitarci a cercare subito qualcosa con cui riempirlo?
Rossella
Risposta di R.M.S : Cara Rossella, credo che quasi tutti abbiamo incontrato almeno qualche volta quella sensazione difficile da definire di cui parli. Possiamo avere una vita piena, persone che ci vogliono bene, interessi e giornate nelle quali non rimane quasi un momento libero e, nonostante questo, sentire improvvisamente qualcosa che assomiglia a un vuoto. Proprio perché non sempre riusciamo a collegarlo a una causa precisa, la prima reazione può essere quella di cercare qualcosa che lo faccia scomparire, aumentando gli impegni, cercando compagnia, prendendo in mano il telefono, trovando nuovi stimoli o semplicemente evitando di fermarci abbastanza a lungo da sentirlo. Non credo ci sia nulla di strano in questo, ma con uno sguardo più attento e attraverso un eventuale lavoro interiore possiamo provare a fare il movimento contrario, cioè non chiederci immediatamente con che cosa riempire quello spazio, ma ascoltare che cosa sta accadendo dentro di noi.
In questo può aiutarci molto anche il corpo, perché non tutte le esperienze che definiamo con la stessa parola hanno la medesima qualità. Possiamo provare a osservare dove sentiamo quel vuoto, come si manifesta e che cosa sembra muovere. Quando viene percepito soprattutto nella pancia o nella zona del plesso solare, quasi come un buco nello stomaco, nella maggior parte dei casi può darci un’indicazione più direttamente emotiva e portarci verso una mancanza che merita di essere indagata. Potrebbe esserci un bisogno affettivo non riconosciuto, il desiderio di sentirsi maggiormente amati, accolti o riconosciuti, oppure qualcosa che nella nostra vita emozionale non sta trovando sufficiente espressione. Ascoltare quella sensazione, anziché coprirla immediatamente, può aiutarci a comprendere verso che cosa ci sta conducendo.
Esiste però anche un’altra esperienza del vuoto, più difficile da spiegare, che può essere avvertita nella zona del torace. In quei momenti non sentiamo necessariamente il bisogno di qualcuno che ci ami di più o di qualcosa che venga ad aggiungersi alla nostra vita. C’è un’espressione che descrive bene questa esperienza, “nostalgia dell’anima”, che è come una sensazione di mancanza di sé. Non sappiamo indicare qualcosa di preciso che ci manca, eppure avvertiamo una distanza da una parte più profonda di noi, come se il contatto con ciò che siamo più intimamente si fosse affievolito.
È qui che il discorso entra più profondamente nel lavoro sulla Matrice interiore. Non siamo più soltanto davanti a un bisogno della personalità che cerca soddisfazione sul piano affettivo, ma alla percezione di una distanza dal nostro centro più profondo. Potremmo chiamarlo contatto con l’anima, con il Sé più interno o con quella dimensione di noi che normalmente rimane coperta dal continuo movimento dei pensieri, delle emozioni, degli impegni e delle richieste della vita. A volte possiamo cercare per anni di colmare quella distanza aggiungendo qualcosa all’esterno, senza accorgerci che ciò che stiamo cercando non è un’altra esperienza, un’altra persona o un altro obiettivo, ma qualcosa che deve emergere da dentro di noi.
Forse è anche per questo che alcuni vuoti sembrano non lasciarsi riempire. Più cerchiamo di farlo attraverso ciò che viene da fuori, più dopo un certo tempo quella sensazione ritorna, perché non stava chiedendo di essere riempita ma ascoltata. La “nostalgia dell’anima”, in questo senso, può diventare un richiamo verso una parte di noi con la quale abbiamo perso familiarità e che, attraverso il lavoro interiore, dobbiamo lasciare emergere, imparando gradualmente a riconoscerne la presenza.
Non credo naturalmente che ogni vuoto debba essere interpretato nello stesso modo. Il lavoro su di sé consiste anche nell’imparare a riconoscere le differenze senza applicare spiegazioni già pronte. A volte scopriremo una mancanza affettiva reale e sarà importante comprenderne l’origine, altre volte emergerà qualcosa che abbiamo trascurato nella nostra vita, altre ancora potremmo accorgerci che non ci manca propriamente qualcosa, ma ci manchiamo noi. Ed è forse questa la differenza più sottile, perché nel primo caso cerchiamo qualcosa che possa venirci incontro, mentre nel secondo il movimento cambia direzione e ci conduce verso quella parte più profonda che chiede di emergere e di trovare spazio nella nostra vita.
Per questo, quando arriva quella sensazione, prima di avere fretta di cancellarla possiamo provare a starle accanto per un po’, ascoltando anche ciò che il corpo ci indica. Non sempre quello che chiamiamo vuoto è soltanto un’assenza, a volte è una mancanza di “presenza”, della nostra presenza a noi stessi, e proprio da lì può iniziare un contatto più profondo con ciò che siamo.
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