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Si può amare un genitore e provare rabbia verso un genitore?
Domanda di Marianna: Ciao Roberto, vorrei farti una domanda sul rapporto con i genitori. Ho sempre pensato che amare qualcuno significasse provare soprattutto sentimenti positivi, ma crescendo mi sono accorto che verso i miei genitori provo cose molto diverse e a volte persino opposte. So di voler loro bene e l’idea di perderli mi fa paura, ma nello stesso tempo ci sono momenti in cui sento rabbia, insofferenza e un forte bisogno di prendere le distanze. Alcune cose del passato mi fanno ancora male e sento che una parte di me non le ha veramente superate.
La cosa che mi mette più in difficoltà è che questi sentimenti possono esserci contemporaneamente. Posso preoccuparmi sinceramente per loro e poco dopo desiderare di non sentirli, provare tenerezza e insieme risentimento. Quando succede mi sento in colpa e mi domando quale dei due sentimenti sia quello vero.
È possibile amare realmente un genitore e nello stesso tempo portare dentro rabbia e ferite nei suoi confronti? E nel lavoro su di sé bisogna cercare di superare questi sentimenti oppure imparare prima di tutto a riconoscerli e ad accoglierli?» Grazie se potrai rispondermi. Puoi anche pubblicare la mia domanda se ritieni possa essere di interesse a tanti. Un caro saluto, Marianna.
Risposta di R.M.S : Ciao Marianna, credo che una delle prime cose da riconoscere sia proprio questa. Possiamo amare profondamente i nostri genitori e nello stesso tempo provare nei loro confronti rabbia, risentimento, delusione o bisogno di distanza. Non c’è necessariamente una contraddizione. Il problema nasce quando pensiamo che, se l’amore è vero, tutti gli altri sentimenti dovrebbero scomparire e allora cominciamo a giudicare ciò che sentiamo oppure cerchiamo di convincerci di provare soltanto ciò che riteniamo giusto provare.
Il rapporto con i genitori è uno dei luoghi nei quali questa complessità emerge con maggiore forza, perché non incontriamo soltanto le persone che sono oggi. Incontriamo anche la nostra storia con loro, ciò che abbiamo ricevuto e ciò che ci è mancato, i momenti nei quali ci siamo sentiti amati e quelli nei quali ci siamo sentiti feriti, non compresi o non riconosciuti. Una parte di questa storia può continuare a manifestarsi non soltanto nei ricordi, ma anche nel nostro modo di reagire. Possiamo avere compreso da adulti molte cose di nostro padre o di nostra madre, riconoscerne i limiti e persino comprenderne le ragioni, eppure basta una frase, uno sguardo o un tono della voce perché qualcosa dentro di noi si riattivi. Arriva la rabbia, il corpo si irrigidisce, cambia il respiro oppure nasce immediatamente il bisogno di chiudersi o allontanarsi.
Questo non significa che ogni nostra reazione debba essere spiegata attraverso l’infanzia e neppure che tutto ciò che sentiamo nei confronti dei nostri genitori sia il risultato di vecchie ferite; sarebbe un’altra semplificazione. Significa però riconoscere che alcune esperienze relazionali precoci possono lasciare tracce nel nostro modo di sentire, di proteggerci e di stare nelle relazioni. Ciò che abbiamo compreso con la mente non sempre è stato trasformato allo stesso modo nel nostro sentire e nelle nostre reazioni, ed è anche per questo che qualche volta ci stupiamo di reagire ancora in un modo che pensavamo di avere ormai superato.
Per questo non credo che la domanda più utile sia quale dei due sentimenti sia quello vero. Possono essere veri entrambi. Puoi voler bene a tua madre o a tuo padre e contemporaneamente essere arrabbiata per qualcosa che è accaduto. Puoi preoccuparti sinceramente per loro e avere bisogno di prendere una distanza. Puoi provare tenerezza e nello stesso tempo accorgerti che qualcosa nella relazione continua a farti male. Non dobbiamo necessariamente scegliere un sentimento e dichiarare falso l’altro soltanto perché la loro presenza contemporanea ci mette in difficoltà.
Nel lavoro su di sé starei quindi attento all’idea di dover “superare” i sentimenti che consideriamo negativi. Se trasformiamo il lavoro interiore nel tentativo di diventare figli che non provano più rabbia o risentimento, rischiamo di nascondere quei sentimenti senza averli realmente incontrati. Il fatto che non vogliamo sentirli non significa che abbiano smesso di agire. Il primo movimento, per me, è riconoscere sinceramente ciò che c’è, senza condannarlo ma anche senza giustificarlo. Se sento rabbia posso provare ad ascoltarla e chiedermi che cosa sta toccando dentro di me, quanto appartiene alla relazione che sto vivendo oggi e quanto porta con sé qualcosa della mia storia. Posso anche scoprire che quella rabbia non viene soltanto dal passato, ma da qualcosa che continua realmente ad accadere nel presente. Guardarsi dentro non significa attribuire sempre a noi stessi il problema, così come riconoscere una ferita non significa rendere i nostri genitori responsabili di tutto ciò che siamo diventati.
Vorrei però fare una distinzione importante. Sto parlando qui di quelle ferite, mancanze e difficoltà che possono appartenere, in forme diverse, alla storia di molte relazioni familiari. Quando invece ci troviamo davanti a esperienze traumatiche gravi, abusi, violenze o relazioni che continuano a essere profondamente dannose, il discorso cambia. In questi casi non credo abbia senso richiamare un presunto dovere di comprendere, perdonare o continuare ad amare qualcuno soltanto perché è nostro padre o nostra madre. Non abbiamo il dovere di provare un sentimento perché pensiamo che sia quello che un figlio dovrebbe provare e, in determinate situazioni, prendere una distanza può essere una necessità di protezione.
Anche nelle situazioni meno estreme, accogliere ciò che sentiamo non significa assecondarlo. Posso riconoscere il mio risentimento senza alimentarlo, così come posso amare un genitore senza accettare ogni suo comportamento. A volte una relazione richiede vicinanza, altre volte un limite e qualche volta anche una distanza. Continuare a essere presenti può nascere dall’amore, ma può nascere anche dal senso di colpa, dalla paura di deludere, dal bisogno di approvazione o dall’idea che un figlio debba esserci sempre. Allo stesso modo prendere una distanza può essere una fuga, ma può anche rappresentare un limite necessario. Esteriormente possiamo fare la stessa cosa per ragioni interiori completamente diverse ed è proprio qui che il lavoro su di noi diventa più sottile.
Crescendo possiamo anche cominciare a vedere i nostri genitori non soltanto attraverso gli occhi del figlio che siamo stati, ma come uomini e donne con la loro storia, le loro fragilità, i loro limiti e le loro contraddizioni. Questo può modificare profondamente il nostro sguardo, ma comprendere una persona non significa cancellare ciò che abbiamo vissuto e soprattutto non significa trovare una giustificazione a tutto ciò che ha fatto. Possiamo comprendere molto di qualcuno e riconoscere comunque che alcuni suoi comportamenti non sono accettabili per noi.
C’è una frase di Mère, tratta dalle Conversazioni del 1956, che sento particolarmente vicina a questo lavoro. Mère non sta parlando del rapporto tra genitori e figli, ma della sincerità verso noi stessi e dice: “La sincerità, ciò che chiamiamo sincerità, è una perfetta onestà e trasparenza; che non vi sia in nessuna parte dell’essere qualcosa che finga, si nasconda o voglia farsi passare per ciò che non è”. Credo che queste parole possano aiutarci anche qui. Essere sinceri con noi stessi significa non costringerci a provare amore perché pensiamo che dovremmo provarlo, ma neppure negarlo quando c’è. Vuol dire poter riconoscere la rabbia, il risentimento, la tenerezza, il bisogno di vicinanza o quello di distanza senza scegliere il sentimento che ci fa sentire figli migliori. Non tutto ciò che troviamo dentro di noi ci piacerà, ma nasconderlo non lo farà scomparire.
Credo che maturare nel rapporto con i nostri genitori significhi anche riuscire a sostenere questa complessità senza obbligarci a scegliere tra l’amore e ciò che ci ha fatto male. Possiamo riconoscere l’amore quando c’è e nello stesso tempo riconoscere una ferita, possiamo comprendere senza cancellare e possiamo accettare che non tutto debba necessariamente essere ricomposto. Il lavoro su di noi non dovrebbe servire a costruire il figlio che pensiamo di dover essere, ma a renderci più sinceri rispetto a ciò che realmente accade dentro di noi. Da questa sincerità può nascere, nel tempo, un modo più libero di vivere la relazione, qualunque sia la forma che quella relazione potrà avere.
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