✉ DOMANDE E RISPOSTE – ARCHIVIO

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Il corpo sa prima della mente?

Domanda: Buonasera Roberto, il sito mi sta piacendo moltissimo perché trovo una grande quantità di contenuti ma, soprattutto, molti approfondimenti. Nella Stanza Universo Reichiano, sulla quale al momento mi sono soffermato maggiormente, mi ha colpito in particolare l’idea che il corpo possa conservare ed esprimere tensioni, difese ed emozioni delle quali non siamo pienamente consapevoli. È possibile che il corpo “sappia” qualcosa di noi prima ancora che riusciamo a comprenderlo con la mente? E, se è così, come possiamo imparare ad ascoltare i suoi segnali senza interpretarli arbitrariamente o rischiare di attribuire a ogni tensione fisica un significato psicologico? Grazie un caro Saluto Andrea.

Risposta di R.M.S.: Grazie Andrea È una domanda molto importante perché tocca uno dei punti centrali del lavoro psicocorporeo. Dire che il corpo “sa” qualcosa prima della mente è certamente una semplificazione, ma può aiutarci a comprendere un fenomeno che incontriamo frequentemente nel lavoro terapeutico. Il nostro organismo registra continuamente ciò che viviamo e non tutto ciò che viene vissuto arriva immediatamente alla coscienza. Possiamo, per esempio, reagire a una situazione con una contrazione, un’irrequietezza, una modificazione del tono muscolare o una sensazione di disagio prima ancora di avere compreso mentalmente che quella situazione ci sta mettendo in difficoltà.
Questo accade anche perché corpo, emozioni e mente non sono realtà separate. Quando parliamo di struttura caratteriale o di corazza non ci riferiamo semplicemente a un insieme di tensioni muscolari, ma a un modo complessivo di organizzarci e di rispondere alla realtà, che coinvolge pensieri, emozioni, percezioni, atteggiamenti corporei e modalità relazionali. Molte di queste risposte si sono costruite nel tempo e sono diventate così abituali che possiamo metterle in atto senza rendercene conto. Nel lavoro psicocorporeo cerchiamo quindi di sviluppare la capacità di sentire e di osservare. Posso accorgermi che in una determinata situazione il mio corpo si irrigidisce, che compare una tensione o che cambia qualcosa nel mio modo di stare in relazione con l’altro. Non devo necessariamente spiegarmelo subito. Posso cominciare semplicemente a riconoscere che sta accadendo.
Con il tempo, attraverso l’osservazione, il lavoro terapeutico e l’esperienza, possono emergere delle connessioni. Posso scoprire, per esempio, che una determinata risposta compare frequentemente quando mi sento giudicato, quando ho paura, quando trattengo qualcosa che vorrei esprimere o quando entro in una particolare modalità relazionale. Ma è l’esperienza della persona che progressivamente dà significato a ciò che sente, non un’interpretazione applicata dall’esterno. Credo che il corpo possa essere un grande strumento di conoscenza proprio se resistiamo alla tentazione di volerlo interpretare troppo rapidamente. Prima di chiederci che cosa significa ciò che sentiamo, possiamo imparare semplicemente a starci in contatto e a osservarlo. In questo senso il corpo non è qualcosa da decifrare, ma una parte viva della nostra esperienza e, qualche volta, può mostrarci qualcosa di noi che la mente non ha ancora riconosciuto.

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COMINCIARE A VEDERSI

Domanda – Testimonianza di Anna: Seguo Roberto da diverso tempo, prima attraverso i suoi post e poi leggendo alcuni articoli che mi hanno particolarmente colpita. In questi giorni ho iniziato a leggere anche la Matrice e, pur essendo solo all’inizio, mi sta aiutando a mettere insieme alcune cose che avevo incontrato separatamente e a guardare con più attenzione certi miei comportamenti.
Mi sono accorta, per esempio, che nelle relazioni reagisco molto velocemente quando mi sento ferita o poco considerata. È una cosa che in fondo sapevo già, ma quasi sempre me ne rendevo conto dopo: prima reagivo, mi chiudevo o diventavo dura e soltanto in seguito ripensavo a quello che era successo.
Qualche giorno fa una persona a cui tengo mi ha detto qualcosa che mi ha dato fastidio. Ho sentito subito il corpo irrigidirsi e dentro di me era già pronta la risposta. Non è successo niente di particolare e non sono diventata improvvisamente calma. Però, per qualche secondo, mi sono accorta di quello che stava succedendo mentre stava succedendo. Era come se vedessi partire la mia solita reazione prima di esserne completamente trascinata.
Alla fine ho risposto e probabilmente nelle mie parole c’era ancora del risentimento, ma quel piccolo momento mi è rimasto dentro.
Leggendo la parte della Matrice dedicata all’Osservatore mi sono chiesta se si cominci proprio così: non cercando di non reagire più, ma imparando ad accorgersi di ciò che avviene dentro di noi mentre lo stiamo vivendo. E mi chiedo anche se, con il tempo, questo spazio possa diventare più presente senza trasformarsi in un altro modo per controllarsi o giudicarsi. Grazie, Anna G.

Risposta di R.M.S.: Cara Anna, quello che descrivi è certamente un passaggio importante nel lavoro dell’Osservatore. Non perché tu sia riuscita a non reagire, ma perché per qualche istante hai visto la reazione mentre stava accadendo. Questa differenza può sembrare piccola, ma non lo è.
All’inizio molto spesso ci accorgiamo dei nostri automatismi dopo che hanno agito. Ripensiamo a una discussione, a una parola detta, a una chiusura e comprendiamo ciò che è successo. Con il tempo l’osservazione può avvicinarsi sempre di più al momento presente e possiamo cominciare a riconoscere un movimento mentre sta nascendo. Il corpo, come hai sperimentato, può aiutarci molto: spesso si irrigidisce, cambia il respiro o si contrae prima ancora che la mente abbia compreso quello che sta succedendo.
La relazione è uno dei luoghi privilegiati per questo lavoro, perché l’altro fa emergere parti di noi che da soli potremmo vedere con maggiore difficoltà. Non è quindi necessario evitare la reazione o pretendere di diventare immediatamente calmi. Il primo passo è poter vedere ciò che accade.
La tua ultima domanda è altrettanto importante. L’Osservatore non dovrebbe diventare un controllore. Se cominciamo a sorvegliarci continuamente pensando che non dovremmo provare rabbia, paura, gelosia o risentimento, abbiamo soltanto creato un’altra forma di giudizio verso noi stessi.
Osservare significa innanzitutto riconoscere ciò che c’è. Anche il giudizio, quando compare, può essere osservato.
Con la pratica dell’attenzione consapevole nella vita quotidiana, tornando ogni volta a ciò che accade dentro di noi senza pretendere di modificarlo immediatamente, quello spazio può diventare progressivamente più presente. All’inizio ci accorgiamo di una reazione quando è già avvenuta, poi possiamo cominciare a riconoscerla mentre è in corso e, qualche volta, proprio mentre sta nascendo. Andando più profondamente possiamo scoprire che esiste anche una qualità della coscienza diversa dall’osservazione mentale: una presenza più silenziosa e neutra, che non ha bisogno di interpretare, valutare o comprendere immediatamente ciò che vede. Ma questo è un passaggio ulteriore del lavoro, al quale ci stiamo avvicinando nella Matrice.

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Purna Yoga: una qualità da portare nella pratica?

Domanda di A.D.: Buongiorno Roberto, 

Sono A. D., mi hai seguito in un breve percorso di psicoterapia per alcuni mesi. Intanto ti vorrei ringraziare perché quel periodo mi è servito molto per acquisire più consapevolezza del mio corpo, del mio torace, della sua durezza e della possibilità di ammorbidirlo. Di conseguenza quel percorso mi ha dato la possibilità di sentire di più ciò che vivo e di viverlo, a volte, con più leggerezza. Seguo spesso il tuo canale su YouTube e ho visto i tre video del gruppo La Matrice. Sono curioso di capire meglio cosa sia il Purna Yoga, mi interessa la sua forma non definita in una tecnica: qualcosa (una qualità? Un’intenzione?) che si può portare all’interno di altre pratiche. Il torace come porta; portare la mente al petto… Lo trovo entusiasmante! E vedo su di me, nel mio piccolo, quanto il petto può essere grande fonte di luce, se la lascio fluire…Se pensi ci sia la possibilità, mi piacerebbe unirmi al gruppo La Matrice. Un caro saluto, A.

Risposta di R.M.S.: Caro A., mi ha fatto molto piacere ricevere la tua mail e soprattutto sapere che il percorso fatto insieme abbia lasciato qualcosa che continua a vivere nel tuo rapporto con il corpo. Quello che dici del torace mi sembra particolarmente significativo: non soltanto accorgersi della sua durezza, ma scoprire che può ammorbidirsi e che, attraverso questo cambiamento, diventa possibile sentire maggiormente ciò che si vive e attraversarlo talvolta con più leggerezza. Mi fa piacere anche che tu abbia seguito i video e che alcune delle cose di cui parlo abbiano trovato una risonanza nella tua esperienza. Hai colto un aspetto importante del Purna Yoga. Non è una tecnica nel senso abituale del termine e non richiede necessariamente di abbandonare le pratiche che già appartengono al proprio cammino. Direi però qualcosa di più: non è tanto una qualità da inserire nelle altre pratiche, quanto un orientamento della coscienza. In Sri Aurobindo e Mère lo Yoga Integrale riguarda progressivamente tutta la vita: il corpo, le emozioni, la mente, le relazioni e ciò che siamo nelle situazioni più quotidiane. Le diverse pratiche possono allora diventare strumenti di questo orientamento più profondo. Anche ciò che scrivi del petto trova in me una grande corrispondenza. Portare la mente verso il petto non significa semplicemente spostare l’attenzione da una zona del corpo a un’altra. Può diventare, lentamente, un modo per sottrarre qualcosa al predominio della mente e imparare ad ascoltare una dimensione più profonda di noi. Quando dici che senti quanto il petto possa diventare una fonte di luce, se la lasci fluire, stai descrivendo qualcosa che merita di essere esplorato senza fretta e senza cercare di definirlo troppo presto. Per quanto riguarda La Matrice, mi fa molto piacere il tuo desiderio di partecipare. È nata come una compagnia di persone che cercano, non di persone che hanno trovato, senza maestri e discepoli, ma con il desiderio di condividere con sincerità il lavoro su di sé e la ricerca interiore. La sua forma comunitaria è ancora in divenire e voglio lasciarla maturare con calma. Già attraverso il sito, però, condividendo esperienze, riflessioni e domande, è possibile entrare in questo spazio comune e partecipare alla comunità che lentamente sta nascendo. Più avanti mi piacerebbe creare anche occasioni di incontro diretto tra le persone interessate a questa ricerca, ma è qualcosa che preferisco lasciare ancora aperto, senza stabilire in anticipo quale forma potrà assumere. Quindi sì, mi farà molto piacere averti tra le persone che partecipano a questo percorso e vedere, insieme, quale forma La Matrice prenderà nel tempo.

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Il senso di colpa quando un rapporto si interrompe. Si può amare senza continuare a cercare?

La domanda viene pubblicata con il consenso della persona che mi ha scritto. Per tutelarne la riservatezza, il nome non viene riportato e alcuni dettagli della vicenda sono stati omessi o resi più generali.
Domanda: Gentilissimo Roberto, vengo da un’educazione genitoriale severa, dalla quale ho ricevuto molte indicazioni accompagnate soprattutto dall’esempio dei miei genitori. L’indicazione predominante riguardava la necessità di agire sempre con la maggiore correttezza. Con il tempo ho capito che anche un comportamento che io stessa ritengo indispensabile mantenere non può darci alcuna certezza.
Vengo al problema che mi sta molto a cuore. Molti anni fa, in seguito a una vicenda familiare che non riesco a riassumere in questo spazio, si sono create delle difficoltà con uno dei miei figli. Lui si è sentito offeso per varie ragioni e da allora non parla più con me.
Nonostante il muro che si è creato, ho sempre tentato di riallacciare il dialogo con lui, anche perché inizialmente mi aveva promesso che «tutto sarebbe tornato come prima». Ogni mio tentativo, e anche quello di altri familiari, è risultato vano.
Confesso che ormai ho perso ogni speranza. Non mi soffermo sul dolore che il comportamento di questo mio figlio mi ha provocato nel tempo e che ancora rimane. Ora però non ce la faccio più a soffrire e mi sembra di iniziare a comprendere che cosa possa significare provare un certo distacco salutare da questa situazione. Lui è e sarà sempre mio figlio, ma credo che debba percorrere la sua strada. Ho chiesto aiuto e cercato strade nuove per arrivare a lui, ma invano. Sono venuta a conoscenza anche di storie simili alla mia, pur sapendo che ogni storia di vita è diversa. Quello che continua a pesarmi è il senso di colpa per non essere riuscita, negli anni, a mantenere il rapporto con lui. Grazie Roberto, un carissimo abbraccio.

Risposta di R.M.S.: Cara, ti ringrazio per avermi raccontato una parte così intima e dolorosa della tua vita. È passato molto tempo e immagino quanto possa essere difficile per una madre convivere così a lungo con la lontananza di un figlio, soprattutto dopo aver cercato più volte di riaprire un dialogo. Mi ha colpito quello che dici all’inizio della tua lettera sulla correttezza. Sei cresciuta con l’idea che comportarsi correttamente fosse qualcosa di fondamentale e mi sembra che tu abbia cercato di portare questo principio anche nella tua vita adulta. Ma hai incontrato una verità difficile da accettare. Possiamo cercare di comportarci nel modo che riteniamo più giusto, possiamo mettere tutta la nostra buona volontà in una relazione, ma non per questo possiamo avere la certezza che le cose andranno come desideriamo.
Naturalmente io conosco soltanto quello che mi hai raccontato e non conosco il punto di vista di tuo figlio. Immagino che anche lui abbia una sua lettura di ciò che è accaduto, delle sue ragioni e probabilmente delle sue ferite. Ma questo non significa che tu debba assumerti interamente la responsabilità di una relazione che, come tutte le relazioni, appartiene a due persone. Tu concludi dicendo una cosa molto importante. Ti senti in colpa per non essere riuscita a mantenere il rapporto con lui. Proverei però a distinguere la responsabilità dalla colpa. Se riconosci di aver commesso degli errori, puoi guardarli, assumertene la responsabilità e, quando è possibile, cercare di riparare. Questo fa parte della nostra crescita. Ma se hai cercato per anni un dialogo e dall’altra parte quel dialogo non è stato possibile, arriva un punto oltre il quale non puoi fare anche la parte dell’altro. In questa relazione, essendo ormai tuo figlio adulto, c’è anche la sua responsabilità di non aver accettato in seguito un confronto ed un chiarimento. Mi sembra che qualcosa di questo tu lo stia già comprendendo quando parli di un “distacco salutare”. Non sento nelle tue parole il desiderio di cancellare tuo figlio dalla tua vita e neppure di smettere di amarlo. Sento piuttosto una donna stanca di soffrire e che comincia a domandarsi se sia possibile continuare ad amare un figlio senza continuare a vivere nell’attesa che ritorni. Io credo di sì. Possiamo amare qualcuno e contemporaneamente riconoscere che non possiamo raggiungerlo se lui non vuole essere raggiunto. Possiamo lasciare aperta una porta senza trascorrere tutta la nostra vita davanti a quella porta aspettando che si apra.
Questo naturalmente non significa che il dolore scompaia. Ci sono dolori che non si cancellano e forse non dobbiamo neppure pretendere che accada. Possiamo però imparare a dare loro un posto diverso nella nostra vita, un posto che non occupi tutto il resto. C’è soltanto una cosa sulla quale rifletterei rispetto a quello che scrivi, e cioè dici che tuo figlio dovrebbe capire che solo un dialogo amorevole potrebbe contribuire alla sua crescita personale. Può darsi, ma anche questo appartiene ormai al suo percorso. Tu puoi desiderarlo per lui, ma non puoi decidere quale esperienza debba fare né quando debba farla. Forse una parte di quel distacco di cui parli consiste anche nel restituirgli completamente la responsabilità della sua vita, così come tu puoi riprenderti la responsabilità della tua. Se un giorno tuo figlio vorrà riaprire quella porta, ci sarà allora la possibilità di incontrarsi nuovamente e vedere che cosa sarà possibile costruire. Ma nel frattempo ci sei anche tu, c’è la tua vita, ci sono le persone che ami e che ti amano, e ci sono gli anni che hai davanti.
Tornare a vivere non significa rinunciare a tuo figlio, ma è un tuo diritto di donna e di essere umano. Smettere di inseguirlo è una presa d’atto di un fatto ormai conclamato. Qualche volta dobbiamo riconoscere, con molto dolore, il limite di ciò che possiamo fare per un’altra persona. Oggi non hai bisogno di chiederti ancora una volta come riuscire a riportarlo verso di te. Ti sarai chiesta ormai cento volte se hai fatto, con i limiti e anche con gli errori che appartengono a tutti noi, ciò che era nelle tue possibilità fare e se senti sinceramente di averlo fatto, forse puoi cominciare a concederti di vivere senza trasformare ogni giorno che passa in una nuova condanna verso te stessa.
Ti abbraccio con affetto e ti ringrazio per la fiducia con cui mi hai scritto.

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