
Le letture e gli articoli che troverai in questa Stanza hanno accompagnato, in modi e momenti diversi, il mio percorso di ricerca nel corso degli anni. Alcuni sono scritti da me, altri appartengono ad autori che hanno contribuito ad ampliare e arricchire la mia visione dell’essere umano e della coscienza.
Li raccolgo qui perché ciascuno, da prospettive differenti, può offrire idee, interrogativi e occasioni di approfondimento. Mi auguro che possano essere anche per chi legge uno stimolo a fermarsi, riflettere e, magari, incontrare un punto di vista nuovo.
▶ Articoli e scritti

Articolo di Roberto Maria Sassone
“Essere in Meditazione”
Viene spesso confuso l’atto del meditare con lo stato della meditazione.
Essere in meditazione significa essere in contatto con il nucleo profondo di coscienza di cui siamo un’espressione nel presente senza tempo. Ma anche in questa dimensione temporale ne siamo espressione nella forma che esprime gli innumerevoli riflessi dell’ineffabile essenza divina.
Ma questo stato di Grazia e di Unità non appartiene alla comune coscienza mentale in cui la stessa mente, così come la conosciamo, è offuscata, distorta e divisa.
La mente razionale funziona per categorie e diventa ancora più fuorviante se è impregnata di ideologie precostituite, sostenute ed alimentate da centri di potere religioso ed economico.
Per tale motivo in varie fasi della storia sono apparsi esseri speciali chiamati maestri, profeti e figli di Dio, che hanno donato non solo messaggi di verità per ricordare agli esseri umani la loro natura divina, ma hanno anche insegnato pratiche di consapevolezza, di trasformazione e di meditazione per consentire agli “Uomini e Donne di buona volontà” di mettersi in cammino verso se stessi.
Ovviamente parlare di cammino o di Via o di percorso è solo una metafora perché non si tratta dì “arrivare da qualche parte” o di “ottenere qualcosa”, ma di “svegliarsi” a ciò che si è già: gocce divine che non sanno di esserlo.
Ma “essere” e “divenire” sono due aspetti complementari di un’unica Coscienza. Perciò in tutte le tradizioni appare la metafora del Viaggio iniziatico dell’Eroe e dell’Eroina; finché non avviene il “risveglio”, si è ancora nel processo e nel relativo.
Ma ad un certo punto, d’improvviso, si nasce all’Essere e nulla è più come prima.
Ci vuole un lungo viaggio per scoprire che non c’è nessun viaggio, ma che siamo sempre stati raggi d’Essere, pure coscienze d’Amore.
Finché questo STATO non si manifesta, non immaginate che sia semplice, che basti fare qualche corso di meditazione, esercitandosi per dieci minuti al giorno o per trenta, se siamo diligenti, lasciando però che la nostra vita resti così com’è nell’attesa del miracolo.
Oppure cerchiamo l’ “aiutino” di qualche sostanza di moda per “aprire la mente”, pavoneggiandoci con gli amici nel racconto delle straordinarie visioni avute, e passando da un’esperienza all’altra, senza approfondire nulla, come se fossimo in un supermercato in cui acquistare un etto di sciamanesimo, un chilo di buddismo, una spruzzata di channeling con contorno di sufismo, creando così un polpettone in cui mescoliamo tradizioni sapienziali di grande valore con pratiche deleterie che offuscano ancor più la coscienza e alimentano l’orgoglio e la sensazione di essere speciali.
Il mio consiglio è di avere una sola Via di riferimento che appartenga ad una Tradizione e non ad una moda, per poterla poi lasciare con naturalezza quando cade l’ultimo velo e SIETE CIÒ CHE È.
Ci vuole determinazione, intento, aspirazione, fede, qualità che non sono più di moda e che sono state logorate e mistificate.
Ecco perché molti ormai “meditano” ma pochi sanno realmente quel che fanno.
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Articolo di Roberto Maria Sassone “La Trappola dell’Identificazione”.
Ho più volte sostenuto che la ricerca spirituale è una scienza vera e propria in cui il nostro corpo fisico, istintuale, emotivo e mentale, è il laboratorio stesso della nostra ricerca.
Non serve assolutamente a nulla lo studio teorico delle filosofie orientali, dell’esoterismo occidentale, delle parole dei maestri, se tutto ciò non si traduce in una continua pratica, sperimentazione ed esperienza diretta che dovrebbe costituire il sale della nostra vita.
Qualche meditazione, qualche esercizio corporeo, qualche mantra, gettati lì, durante la giornata, quando ne abbiamo voglia e sganciati dalla vita consueta e quotidiana, sono a mio avviso non soltanto una perdita di tempo, ma un tradimento del Nobile senso della Ricerca spirituale stessa.
La Ricerca inizia quando ci accorgiamo di essere in trappola. È una sensazione di disagio con noi stessi, un senso di oppressione; la vita ci sembra senza senso, pur avendo a disposizione quelle cose che, secondo il buon senso comune, dovrebbero renderci felici.
Ho conosciuto persone con una vita realmente travagliata, ma che sentono la pienezza interiore, ed altre che, pur avendo grande successo, disponibilità economica, e riconoscimenti sociali ed affettivi, piangevano disperati nel mio studio perché si sentivano infelici.
Senza girarci intorno sono convinto con cognizione di causa che, senza un contatto reale con il Sé interiore, non è possibile vivere una vita vera e piena.
Arnaud Desjardins scrive nel suo libro AL DI LÀ DELL’IO: “La ricerca del Sé inizia dalla presa di coscienza della propria identificazione nei vari corpi e nelle diverse materie o della propria libertà da essi. Nessuno può fare tale ricerca per voi; solo voi potete metterla in atto ed essa vi condurrà alla scoperta suprema. Se voleste cercare direttamente il Supremo dentro di voi sarebbe, salvo rarissime eccezioni, troppo difficile. Se porrete l’attenzione sull’Atman (Sé), rischiate di vederlo sfuggirvi all’infinito (…) Non cercate al di là delle vostre possibilità, non cercate al di là della vostra esperienza con il pretesto che l’ha detto Ramana Maharshi o che è scritto nelle Upanishad”.
Ecco quindi uno dei passi iniziali della Ricerca spirituale: l’identificazione; con che cosa? Con le varie funzioni del nostro corpo, sensoriali, pulsionali, emotive e mentali.
Secondo la mia esperienza la meditazione Vipassana o zen, oltre ad essere ovviamente una Via vastissima, cosparsa di preziosi tesori, è nella sua iniziale applicazione un formidabile mezzo di disidentificazione perché sviluppa dapprima l’osservatore, per giungere in una fase più avanzata al Testimone silenzioso. Come più volte ho ripetuto, l’osservatore è lo sguardo della mente che osserva la mente ed il Testimone è lo sguardo del Sé.
Con l’osservatore si scopre ben presto che la nostra mente-cuore è superaffollata da pensieri, personaggi ed emozioni che mutano continuamente, facendoci toccare con mano che niente è permanente dentro di noi e che quindi quella cosa che chiamiamo IO è un’illusione. Questo è un dato esperienziale importantissimo perché tocchiamo con mano la precarietà dell’identità egoica. Queste informazioni si leggono su moltissimi libri, ma non servono se non diventano esperienza tangibile.
Per molti anni, sotto la guida di Laura Boggio Gilot, ho praticato la meditazione vedantina che consiste nello sviluppare l’osservatore e nell’osservare anche con quale osservatore osservi (benevolo, giudicante, etc) fino ad arretrare al Testimone. Ho quindi scoperto immediatamente che l’osservatore è un momento di passaggio che conduce al Testimone.
Continuando la pratica, quando meno ce lo aspettiamo, ecco che si manifesta un’esperienza sconvolgente, un vuoto assoluto colmo di coscienza, la pienezza di Sé senza nessun attributo. Come non mai in quell’esperienza ci sentiamo esistere. La prima volta che accade, generalmente si ha una tale meraviglia, mista a timore, che l’esperienza viene subito commentata dalle mente e sparisce. Ma il Sacro è stato toccato…niente può essere più come prima.
Questa è la prima iniziazione e da qui inizia un cammino umile, fatto di piccoli passi, in cui si devono fare i conti col desiderio di riavere quell’esperienza, atteggiamento che ne impedirà il ritorno, finché la pratica di meditazione non diventi innocente e accogliente. L’acquisizione di questa posizione coscienziale apre nuovamente la porta al Sacro ed il Testimone silenzioso inizia ad instaurarsi, non solo nella pratica stessa, ma in vari momenti del quotidiano. Partendo dalla domanda: “chi sono io?”, si giunge al Sé. Ma finché la domanda è solo un quesito intellettuale si resta imprigionati nella trappola.
“La prigione non è altro che l’identificazione dell’io con il pensiero, la sensazione o l’emozione che avvengono in ogni istante” (Arnaud Desjardins)
A questo punto voglio mettervi in guardia da un equivoco pericoloso che ho visto manifestarsi in molti Ricercatori, a tal punto che in alcuni casi è diventato un atteggiamento cronico: dalla disidentificazione alla scissione il passo è breve. La disidentificazione può diventare una scusa dell’ego per allontanarsi dalla realtà in coloro che ne hanno già la tendenza e la mettono al servizio di una distorta idea della spiritualità. La spiritualità non mira a rifugiarsi in una dimensione trascendente consolatoria, in una beatitudine artificiale, ma al contrario mira a rendere sacra la vita.
La Vita è un’incredibile occasione di ricchezza per il Sé. L’individuo spirituale gode della vita, senza esserne attaccato. Anzi, proprio perché scopre il non attaccamento, gusta il pieno sapore delle esperienze. L’essere umano di quarto livello, il cui centro di coscienza non è più l’io, ma il Sé, è completamente nelle cose perché non appartiene ad esse. Al posto di una schiera di personaggi che si alternano nel vivere la vita, finalmente c’è il vero padrone di casa, permanente, silenzioso, che la celebra in ogni sua manifestazione.
Per molto tempo questo Centro così vasto e pieno appare e scompare, ma gradualmente appare sempre più spesso, fino ad ESSERE in permanenza.
Essere distaccati non significa dunque assumere un atteggiamento di rigidità, come ho visto fare a numerosi meditanti, ma al contrario, sorridere, giocare, sentire il sapore dell’esistenza. Se tutto è espressione del Divino, anche la Terra ne fa parte e credo che il senso della materia sia proprio rivelare l’aspetto nascosto dell’Essere.
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Articolo di Roberto Maria Sassone “La Filosofia dell’ Arte dell’Agguato”
In tempi eccezionali, in cui ogni regola è sovvertita, le consuete strategie di scelte, di azioni e di combattimento diventano inefficaci e talvolta controproducenti.
Il Guerriero è tale se sa muoversi con lucida follia.
Il quesito attuale da porsi è il seguente: si può uscire da un sistema, restando nel sistema?
Questa è l’incredibile sfida del guerriero, questa è la lucida follia di cui parlo.
Sono certo non soltanto che sia possibile, ma addirittura che questa sia l’unica strategia per vincere contro la disordinata follia che si è impadronita della società in questo momentaneo segmento della storia.
L’alleato del guerriero è il caos. La lucida follia del guerriero è alleata con il caos.
La legge del caos si collega ad una teoria comunemente nota come “effetto farfalla”, effetto così chiamato per via del titolo di una relazione presentata da Edward Norton Lorenz nel 1972 all’Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza a Washington, DC, dal titolo La prevedibilità: Il battere delle ali di una farfalla in Brasile provoca un tornado in Texas?. Il movimento delle ali di una farfalla rappresenta un piccolo cambiamento nella condizione iniziale del sistema, che provoca una catena di eventi che portano a fenomeni di scala sempre più vasta. Se la farfalla non avesse sbattuto le ali, la traiettoria del sistema sarebbe stata molto diversa.
Dice il celebre fisico Poincaré: “Una causa piccolissima che sfugga alla nostra attenzione determina un effetto considerevole che non possiamo mancare di vedere e allora diciamo che l’effetto è dovuto al caso (…) Può accadere che piccole differenze nelle condizioni iniziali ne producano di grandissime nei fenomeni finali. Un piccolo errore nelle prime produce un errore enorme nei secondi. La previsione diviene impossibile”.
Il matematico James York dice a tale proposito: “Nella vita è importante essere flessibili. Io non pianifico le cose, preferisco scoprirle”. Questa frase esprime uno dei principi su cui si basa il Guerriero.
La realtà ha sempre un lato imprevedibile che sfugge ad ogni programma, per quanto accuratamente organizzato. L’imprevedibilità è la forza della coscienza umana che è l’espressione di un’ottava molto più alta.
Il Guerriero sa muoversi nella sua lucida follia perché non segue le leggi della mente, ma le infinite possibilità dell’Anima.
“L’Arte dell’Agguato consiste in una serie di procedure e atteggiamenti che consentono al guerriero di trarre il meglio da ogni possibile situazione” dice don Juan a Castaneda.
Per trarre il meglio si deve partire dal principio che bisogna sovvertire ogni regola consueta per non fornire al nemico schemi abituali che possa riconoscere.
Il guerriero deve però conoscere molto bene innanzitutto i propri schemi mentali, quelli acquisiti dall’educazione profana che si basa su condizionamenti abilmente somministrati nel tempo, che non si reggono sulle leggi della natura e che non rispecchiano la più alta Intelligenza. Se non ha questa conoscenza di sé rischia di entrare non nella lucida follia, ma solo nella follia.
Ovviamente il guerriero ha accesso alla sua Anima, altrimenti non potrebbe nemmeno definirsi tale. Egli deve poter spostare, almeno in certi momenti, il Centro di identità. Finché è identificato con l’ego, è dormiente. Inizia a svegliarsi quando il Sé prende il timone della sua forma.
Dice don Juan: “Chiunque riesce a spostare il proprio Punto di Unione in una posizione nuova è uno Sciamano. Da quella nuova posizione egli può compiere ogni sorta di azione…nei confronti del genere umano. Lo Sciamano veggente (l’uomo di conoscenza) mira ad andare oltre quel limite (limite dell’ego) e per farlo ha bisogno di moralità e bellezza”.
“Il primo principio dell’arte dell’agguato è che il Guerriero sceglie il proprio campo di battaglia. Un guerriero non va mai in battaglia senza conoscere i dintorni.”
Le parole chiave sono scegliere e conoscere. Conoscere il campo di battaglia ovviamente è una metafora che abbraccia ogni aspetto della vita. I dormienti non conoscono perché bevono senza nessuna discriminazione e senza l’arte del dubbio ogni cosa che gli venga propinata. Non si mettono in movimento per esplorare l’ambito in cui decidono di combattere con un atto di scelta consapevole, con un preciso intento.
Per conoscere bisogna essere liberi dagli schemi, ma anche aver sviluppato una percezione che non passa attraverso processi mentali, una facoltà molto simile all’intuizione commista ad un senso sottile che coglie la frequenza delle persone e degli eventi. Ciò si sviluppa con la quiete della mente e con la forza del Cuore (coraggio). Potrei dire con un altro linguaggio che il quarto, terzo, secondo e primo chakra si allineano.
Il Guerriero non sceglie mai in preda all’ira, all’indignazione e alla paura, non perché sia esente da queste emozioni, ma perché sa riconoscerle, gestirle e trasformarle, cambiando il punto di osservazione.
“Il secondo principio dell’arte dell’agguato è scartare ciò che è superfluo. Un Guerriero non complica le cose. Mira alla semplicità. Dedica tutta la sua concentrazione a decidere se ingaggiare o meno battaglia, perché ogni battaglia è per la vita.”
Ci vuole una buona dose di purezza per cogliere ciò che è superfluo nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni e nelle nostre azioni. Bisogna essersi liberati da qualsiasi forma di morale convenzionale per entrare nel regno dell’Etica. La mente è soggetta alla morale, invece l’Anima è di per sé etica perché agisce secondo principi universali.
Il Guerriero è molto concentrato proprio perché sa che ogni battaglia è per la vita. Non si getta quindi nella mischia, pondera con attenzione e può rimandare la sua lotta o astenersi del tutto. Non ci sono grandi o piccole battaglie. Ogni battaglia interna è anche esterna ed ogni battaglia esterna è anche interna.
“Il terzo principio dell’arte dell’agguato dice che un guerriero deve essere pronto e disposto a prendere posizione qui e subito, ma non all’insegna del caos.”
Bisogna spiegare chiaramente che don Juan usa la parola caos nell’accezione di disordine. Il guerriero non agisce in maniera irrazionale, disarmonica e scoordinata. Quando sceglie di agire lo fa all’istante, nel presente, con la sua lucida follia.
Per essere sempre pronti bisogna essere in una solida presenza e avere un buon radicamento. Il guerriero ha un intento definito.
Ma se prendesse posizione, spinto dall’impulso, sarebbe immediatamente sconfitto. Ci sono contesti in cui è utile tacere e non agire perché la parola e l’azione non avrebbero efficacia e si ritorcerebbero contro di lui.
“Il quarto principio dell’arte dell’agguato è che un guerriero, si rilassa, si abbandona, non teme nulla. Solo allora il potere che guida gli esseri umani gli apre la strada e lo sostiene. Solo allora.”
Meraviglioso è questo principio. Il guerriero non teme nulla perché è coraggioso in quanto non ha paura della morte che èsua alleata. Non la teme perché la conosce e sa che è una parvenza del mondo ordinario. Ma se si pone sull’altro punto di osservazione sa che la morte non esiste, se non in quanto è una porta di passaggio sul piano dell’Essenza. Non temendo la morte, può abbandonarsi con fiducia alla Vita e al potere che sta dietro l’ordinaria realtà umana. Con un altro linguaggio potremmo dire che si abbandona al Potere del Divino.
“Il quinto principio dell’arte dell’agguato dice che difronte a circostanze impossibili da affrontare il Guerriero si ritira temporaneamente. Si dedica a qualcos’altro; va bene qualunque cosa.”
Questo principio corrisponde al quinto esagramma dell’I King: l’Attesa. Non è ancora il momento di agire e il Nobile (il Guerriero) accumula le forze e si prepara alla battaglia. Mangia, beve ed è lieto e fiducioso. Solo chi ha fiducia può abbandonarsi. Non bisogna accelerare i tempi. Il Guerriero quindi si rilassa e si dedica a cose piacevoli e nutrienti. Può meditare, leggere, ascoltare musica, dedicarsi ad un’attività ricreativa, stare in silenzio, osservare la natura.
“Il sesto principio dell’arte dell’agguato è che il Guerriero comprime il tempo. Anche un solo istante conta. In una battaglia per la sopravvivenza, un secondo è un’eternità, un’eternità che può decidere l’esito. Il Guerriero mira a riuscire, quindi comprime il tempo. Non spreca neppure un istante.”
Questo principio non è facile da comprendere per chi non abbia l’esperienza del silenzio mentale durante l’azione, in cui tutto dentro di sé si ferma, come in una sospensione, e si diventa completamente lucidi, perdendo il senso dello scorrere del tempo. Talvolta questo accade quando siamo coinvolti in un grave incidente in cui il tempo si arresta e in un istante vediamo la nostra vita e abbiamo delle chiare comprensioni.
“Il settimo principio dell’arte dell’agguato dice che colui che pratica l’agguato non si mette mai in mostra. Osserva da dietro le quinte. Per applicare il settimo principio bisogna applicare gli altri sei.”
Questo principio esprime la quintessenza dell’arte dell’agguato. Il guerriero deve essere abile a mimetizzarsi, se vuole catturare la preda. Catturare la preda è una metafora per indicare la competizione compiuta con astuzia, seguendo gli altri sei principi di quest’arte.
Il nemico non deve sapere che sei pericoloso, che sai combattere. Non se ne accorge perché il guerriero non usa le strategie consuete che il potere mette in atto e quindi non le riconosce.
Riassumendo:
1) Scegliere e conoscere il campo di battaglia
2) Scartare il superfluo e mirare alla semplicità
3) Agire nella presenza e nel radicamento
4) Abbandonarsi con Fiducia
5) Sapersi ritirare ed attendere
6) Agire nel silenzio e non sprecare nessun istante
7) Osservare da dietro le quinte senza mettersi in mostra.
Non ci si può improvvisare guerrieri. È un cammino arduo e silenzioso. Ma soltanto così ha senso vivere, animati da una forte Aspirazione alla Verità e alla Conoscenza, sentendo l’Unità con ogni manifestazione della Vita.
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Articolo di Roberto Maria Sassone “l’Illusione di Vivere Morendo”
“Non cerco di fuggire dalla vita, ma di trasformarla (…). Questa vita voglio trasformarla, illuminarla di una luce più alta, proprio perché ho trovato INVIVIBILE ‘far come se niente fosse’, perché trovo INVIVIBILE rinchiudermi dietro ad un’impenetrabile maschera”; così scriveva Satprem in una lettera.
Trasformare la vita, restando nella vita, è il più grande cimento dell’essere umano e in settant’anni di viaggio sulla Terra, posso ormai dire che ho incontrato pochissime persone che hanno seguito questo richiamo, talvolta straziante, dell’anima. Ho conosciuto invece una moltitudine di persone assuefatte al benessere che, stando in un malessere evidente, cercano di giorno in giorno, di creare nuovi motivi di svago e di triste evasione nel loro squallore. Provo dispiacere per questi esseri umani, ma confesso che un tempo mi facevano rabbia. Ne ho incontrati tanti così nel mio studio.
Ho conosciuto anche numerosi ricercatori interiori, insegnanti spirituali, meditanti che, invece di scarnificarsi, di essere “entronauti” innamorati della loro avventura, hanno fatto una bella confezione colorata della loro via. Spesso la loro conoscenza è esclusivamente intellettuale, senza una reale esperienza intima e profonda. Acquisiscono il linguaggio della Tradizione a cui si ispirano, ne assumono gli atteggiamenti esteriori, il vestiario, i gesti, i modi, e soprattutto alimentano il loro narcisismo (di cui non si rendono conto), sentendosi in possesso di una “verità” che li fa sentire superiori. È evidente, per chi sa vedere, che non hanno mai seriamente lavorato sulla struttura del loro carattere e che non hanno risolto i loro conflitti.
Alcuni di essi hanno avuto talvolta anche qualche esperienza speciale di altri stati di coscienza e hanno avuto delle vere intuizioni; ciò ha confermato ed alimentato la loro opinione di essere speciali, perché l’ego disfunzionale se n’è appropriato, gonfiando la loro importanza personale.
Queste cadute avvengono in ogni ricercatore spirituale durante la sua sadhana e naturalmente anch’io ho avuto questi scivoloni. Non bisogna condannarsi per questo. Ma il vero problema è che chi non fa un lavoro psicologico serio e sincero, non si accorge di essere caduto nella superbia e nell’arroganza della sua presunta conoscenza. Questo è il danno: la mancanza di umiltà. Ancora adesso, se ricordo certi miei atteggiamenti del passato, mi vergogno di me stesso oppure sorrido di tenerezza. L’importante è accorgersene, non abbassare mai la guardia, proprio quando ci si sente sicuri. La trasformazione di sé e della propria vita consiste in un lavoro certosino, passo dopo passo, consapevoli del limite umano, erodendo l’immagine di sé che ci siamo costruiti per evadere dalla sofferenza.
Sono rimasto ultimamente sorpreso dall’atteggiamento di alcuni ricercatori interiori che mi sembravano autentici rivoluzionari, al di fuori degli schemi, che invece hanno sviluppato una vera e propria rigida intransigenza, allineati totalmente col sistema, impauriti, propugnatori delle misure più reazionarie e repressive.
Come diceva Satprem, “è invivibile far come se niente fosse”, fa proprio male al cuore! Orgoglio, presunzione, supponenza e arroganza sono i demoni dell’ego e non possiamo avere pietà per essi, né alcuna tolleranza. Vanno riconosciuti ed estirpati in se stessi con ogni mezzo dai ricercatori interiori.
André Gide nel 1946 scrisse a Satprem: “Il mondo si salverà, se mai potrà salvarsi, solo grazie a degli insubordinati”. Gli insubordinati sono coloro che non accettano la menzogna della narrazione ufficiale che viene costruita sempre dal potere costituito che usa ogni suo artificio per convincere della sua buona fede chi è già fragile, e usa ogni manipolazione attraverso la censura delle informazioni ed il controllo dei mezzi di comunicazione di massa: giornali e televisioni.
È talmente evidente che non può esistere alcuna etica in una società che si regge sulla legge del profitto e del consumo! Bisogna essere davvero ingenui per credere che le multinazionali sfornino prodotti per il nostro bene e per la nostra salute. Eppure di ingenui ce ne sono molti, probabilmente perché hanno paura oppure non si rendono conto di averla. Stare dalla parte del potere è certamente rassicurante, soprattutto quando offre alcuni piccoli privilegi.
Il potere è maestro nell’arte delle mezze verità. Ovvero dice una cosa vera, ma la distorce nel significato. Per esempio: parla del virus (che esiste indubbiamente e che è realmente contagioso) ma lo fa diventare un mostro e lo associa comunque alla morte. Non dice che si può curare nella maggior parte dei casi con farmaci già esistenti, prendendolo ai primi stadi, non parla dell’efficacia della prevenzione, della vitamina C, D3, K2, dell’Astragalo, della Quercetina, della Lattoferrina, dello Zinco, dell’alimentazione, del Plasma, etc. Non mette a confronto eminenti medici, virologi, biologi che hanno una grande competenza sul campo e che esprimono altri approcci di cura e d’intervento. Come mai? Il confronto nella scienza (e non solo) è fondamentale. La verità è in divenire, soprattutto nella scienza. Molte nozioni ritenute vere qualche anno fa, sono state in seguito smentite dalla scienza stessa.
È sempre sospetto l’atteggiamento di un’unica verità che non può essere discussa e che diventa dogma. Se a questo si aggiunge una censura palese, che è sotto gli occhi di tutti, la radiazione di chi ha un’altra versione dei fatti, la cancellazione d’informazioni difformi dalla narrazione ufficiale, l’arma del discredito e della calunnia, l’uso dell’imposizione e della forza, allora bisognerebbe sentire un autentico allarme. Sono segnali reali di un grande pericolo, che non è il virus, ma qualcosa di ancora più subdolo.
Perfino il significato delle parole viene distorto, come nel caso della parola “negazionista”. Quando una parola diventa slogan non significa più niente e può diventare solo un’etichetta che può essere adoperata a proprio piacimento. Negazionista è chi nega un evento reale. Sono negazionisti coloro che sostengono che l’olocausto sia un falso storico. Considero negazionista chi nega l’esistenza del virus e la sua contagiosità. Ma non può essere definito negazionista chi critica il modo di operare del sistema, le scelte che ha messo in atto, le politiche che sono dietro queste scelte. Non è negazionista chi denuncia certe violenze, certi attentati alla libertà che appaiono illogici e contraddittori.
A questo punto posso logicamente dire che è negazionista chi nega che esista una forte ed evidente censura, chi nega che esista il rifiuto di un dibattito tra varie scuole di pensiero, chi nega che vengano cancellati siti che mostrano altri aspetti di ciò che sta accadendo su diversi fronti.
Scrive Satprem: “Sapete qual è la quintessenza della nostra civiltà occidentale, il risultato di 20 secoli di cristianesimo? Le compagnie di assicurazione! Gli esseri umani non concepiscono altro che un’esistenza assicurata in tutto e per tutto: sulla vita e sul domani, contro gli incidenti, la morte e l’inferno – e soprattutto contro se stessi”. È chiaro che per cristianesimo intende ciò che il potere ecclesiastico ha costruito intorno alla figura del Cristo, tradendo il Cristo gnostico che è un Avatar, un Essere stupendo, incarnazione d’Amore.
In questo scritto Satprem mette in evidenza un fenomeno che è diventato totalizzante nella nostra cultura: la rimozione della morte. La morte è un tabù. Bisogna esorcizzarla in ogni modo possibile, a tal punto che si è disposti a sacrificare la propria libertà, pur di vivere una vita squallida, artificiosa e artificiale, pur di essere rassicurati che si possa restare nel proprio orticello. La libertà non credo consista nel poter fare tutto ciò che si vuole, ma credo che sia una sensazione più profonda di sé, collegata alla possibilità di potersi esprimere interamente nella propria umanità, nel contatto cogli affetti più cari, nel manifestare la propria connessione con gli individui, nel gioco e nell’allegria, nel confronto intellettuale. Per molti la libertà si lega soltanto a gesti molto superficiali, al libero consumo, allo stordimento, alla ricerca di sensazioni sempre diverse, per coprire una percezione di vuoto interiore e una mancanza di senso. Ed è proprio la paura della morte che viene alimentata giorno dopo giorno dai media.
Credo che la vera causa di questa paura sia la perdita della spiritualità naturale, dell’aspirazione verso un ideale di Bellezza e d’Amore. Una vita in cui il solo valore è consumare non può che diventare un tentativo disperato di riempirsi attraverso il piacere artificiale ed effimero, rinnovato ossessivamente. Il sapore della Gioia ha una qualità diversa. Il piacere invece, quando è animato dalla Gioia del Cuore, è davvero potente e riempie ogni aspetto del nostro essere.
Per fare un esempio semplice, in questo momento provo gioia nello scrivere questo articolo, un vero piacere; mi sento eccitato come quando si ha una cosa bella ed immediatamente si sente il desiderio di offrirla anche agli altri. Piacere e gioia sono collegati e si manifestano per cose semplici, ma che per noi sono significative. Un altro piacere che mi dà gioia è quando in una condivisione ed in un confronto l’altro mi fa vedere qualcosa che non conoscevo, mi mostra un altro aspetto della questione e mi arricchisce.
Invece questo modo di comunicare è diventato sempre più raro. Spesso l’interlocutore ti dà la sua verità, calandola dall’alto, con l’atteggiamento di chi ha la verità unica ed assoluta. Questo modo mostra la fragilità dell’altro, e la sua arroganza e il suo sarcasmo nascondono una scarsa stima di se stesso. Diventa una perdita di tempo comunicare con queste persone perché non hanno alcuna umiltà. È invece così meraviglioso sentire la comunanza nelle diversità e riuscire a giungere ad una sintesi più ampia dalla quale traggono beneficio entrambi. Comunicare non è una contesa e modificare il proprio punto di vista o completarlo non è una sconfitta. Personalmente ho passato la mia vita a mettere in dubbio ciò in cui credo, sentendo un allarme ogni qualvolta sento di avere convinzioni inossidabili. Poi l’esperienza mi ha dimostrato che, usando il dubbio metodologico, ciò che è vero resta in me, mentre abbandono ciò che mi serve per alimentare il mio ego. L’attaccamento alle proprie convinzioni è un veleno, come pure l’avversione per le opinioni degli altri. Ritengo invece motivato il rifiuto per ciò che chiaramente è una menzogna, smentita dai fatti, che nasconde secondi fini.
In un’altra lettera Satprem scrive: “Se uno esce di lì (dal campo di concentramento di Mauthausen), ci sono tante cose che non può più fare, che non può più essere. E allora vive qualcosa d’impossibile perché una sua parte di umanità è stata distrutta. Uno non può aver vissuto quell’orrore e riprendere i gesti di prima, amare, vivere, dormire, come se niente fosse successo. Resta una specie di voragine nel cuore e la sete di un’altra grandezza, che venga a riscattare l’inesplicabile colpa contro di lui, contro l’uomo”.
Certo il campo di concentramento non è paragonabile a ciò che sta accadendo adesso, ma c’è una certa analogia a guardar bene. Viviamo da parecchi mesi in una segregazione che pare non voglia finire mai, nella quale sono impediti i contatti umani, gli scambi, le riunioni, gli spostamenti, in cui siamo obbligati a restrizioni che talvolta sono del tutto prive di buon senso. Esiste il coprifuoco, l’obbligo di portare la mascherina anche in situazioni per cui è del tutto inutile indossarla. È contestato qualsiasi pensiero che non confermi i dettami dell’élite che è al potere, sono sospese le più fondamentali libertà costituzionali, siamo vessati dalla polizia che in alcuni casi usa la violenza contro inermi cittadini, trattandoli come criminali per violazioni di poco conto. I media sottopongono i cittadini ad un continuo terrorismo emotivo. La censura è forte e scoperta.
Come si può definire un potere che stabilisce addirittura le condotte di vita della popolazione, che s’inserisce pesantemente nel privato, che agisce anche sui bambini, impedendo loro di vivere la loro infanzia e li deruba della loro spontaneità? Almeno un regime dittatoriale è manifesto, si lascia identificare con evidenza. Ma cosa c’è di più subdolo di un potere che ipocritamente dice di agire per il tuo bene? L’invasione dei nostri corpi non è assimilabile allo stupro? Vediamo un potere che impone atti medici, senza che si possa dare il nostro assenso. Come non vedere che questa è violenza e non cautela responsabile? E se qualche specialista propone un diverso approccio, che non nega il problema, ma fornisce altre soluzioni più umane, viene screditato. Come negare che tutto ciò stia davvero avvenendo?
Qualcuno dice che andiamo verso un futuro migliore. Io vedo invece il disastro umano. Come può essere sana una società in cui una ristretta élite di individui hanno una ricchezza illimitata, mentre la maggior parte di persone nel mondo è nell’indigenza o addirittura nella povertà assoluta che non consente nemmeno di nutrirsi? Vedo una società predatoria che considera tutta la Terra oggetto di uso e di abuso.
Una società che fa della sopravvivenza il valore assoluto è malsana. Sostituire alla vita creativa la mera sopravvivenza, alla lunga porta all’estinzione. Non di solo pane vive l’uomo. Accontentarsi di una vita così misera e squallida significa accettare la vita vegetativa, illudersi di essere vivi, mentre siamo degli zombi.
Quando usciremo da questo incubo, se ne usciremo, alcuni, come Satprem, diranno che non potremo più essere come prima, perché qualcosa dentro è stato spento. Ma ci sono già adesso individui che, grazie a questa voragine nel cuore sentono la sete di un’altra grandezza. Si accorgono che siamo diventati non più soltanto consumatori, ma che noi stessi siamo diventati poco per volta merce di consumo. Le nostre vite sono oggetti di consumo. Siamo consumatori e consumati.
Ma è proprio questa follia collettiva che stimola l’essere umano che ha un Cuore a varcare la soglia e a scoprire il Tesoro che attende di essere colto, ad accedere a “un nuovo genere di vita, un nuovo genere d’aria, ad un altro modo di respirare, come mai è stato prima…”
“L’ultima delle nostre insubordinazioni, e la più alta, è l’insubordinazione a noi stessi”. (Satprem) Brano tratti dal libro di Satprem “Far Nascere Dio – Lettere di un insubordinato” – Ed. mediterranee