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Giordano Bruno, De gli eroici furori – Dialogo I (1585)

(…)procedendo al profondo della mente occorre venir al più intimo di sé, considerando che Dio è vicino, con sé e dentro di sé più ch’egli medesmo esser non si possa.
Bruno continua dicendo che coloro che sono portati alla contemplazione e che, mossi dall’amore della divinità e della verità, “(…) accendono il lume razionale con cui veggono più che ordinariamente.” Qui abbiamo proprio il tema del risveglio della visione: l’uomo comune non vede pienamente; attraverso la ricerca, l’amore della verità e l’attività dell’intelletto può arrivare a “vedere più che ordinariamente”. Per Giordano Bruno l’intelletto non coincide semplicemente con la mente razionale e discorsiva, è la capacità di cogliere intelligibilmente l’unità e la verità che stanno dietro la molteplicità delle apparenze.
Quando Bruno parla di una mente che “aspira alto”, Cesarino pensa immediatamente che “alto” significhi guardare verso il cielo, verso le stelle. Maricondo gli risponde sostanzialmente che l’alto si raggiunge andando in profondità. Non fuori di sé, ma “al più intimo di sé.” Per salire bisogna scendere al fondo di questa discesa Bruno colloca il divino, “anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze.”

Commento di RMS
In questi brani di Giordano Bruno emerge una concezione della ricerca spirituale sorprendentemente profonda: il cammino verso ciò che è più alto non consiste innanzitutto nell’andare altrove, nell’allontanarsi da sé o nel cercare il divino in una dimensione remota, ma nel procedere verso la propria interiorità. Quando Bruno parla del “profondo della mente” e invita a “venir al più intimo di sé”, indica un movimento di raccoglimento attraverso il quale l’essere umano abbandona progressivamente la dispersione nella molteplicità e si dirige verso il proprio centro. Il paradosso fondamentale è dunque che per salire bisogna scendere: ciò che è spiritualmente più alto viene incontrato penetrando ciò che in noi è più profondo.
Questo movimento interiore non deve però essere confuso con una semplice introspezione psicologica. Nel più intimo dell’essere Bruno riconosce la presenza del principio divino, perché Dio è “vicino, con sé e dentro di sé più ch’egli medesmo esser non si possa”. La ricerca interiore diventa quindi ricerca del fondamento stesso dell’esistenza. Scendere dentro di sé significa attraversare progressivamente ciò che è superficiale, contingente e disperso per avvicinarsi a quella profondità nella quale la vita individuale partecipa di una Vita più vasta, fino a incontrare ciò che Bruno chiama “anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze”. In questo percorso assume un significato essenziale anche il “vedere più che ordinariamente”. L’uomo ordinariamente percepisce la realtà attraverso i sensi, le rappresentazioni abituali e il pensiero discorsivo; vede le cose nella loro separazione e molteplicità. Il lavoro interiore produce invece una trasformazione della capacità di conoscere. L’intelletto, nel significato profondo che questo termine possiede in Bruno, non coincide semplicemente con la razionalità analitica: è una facoltà capace di oltrepassare la frammentazione e di intuire l’unità che sostiene la molteplicità. Il risveglio spirituale diventa allora anche un risveglio della visione. Non necessariamente perché compaiano realtà straordinarie, ma perché ciò che già esiste comincia a essere visto da un livello diverso di coscienza.
Ma questa apertura non nasce dalla sola attività intellettuale. Negli Eroici furori è decisivo l’amore per la verità. È il desiderio ardente del vero, il furore eroico, a spingere l’essere umano oltre i confini della coscienza ordinaria. Conoscere autenticamente significa quindi essere coinvolti e trasformati da ciò che si cerca. Non si tratta di accumulare nozioni sul divino, ma di diventare interiormente disponibili alla sua presenza. La conoscenza spirituale non rimane esterna al conoscente; progressivamente modifica il suo modo di essere, di percepire e di vivere.
Tradotto nel linguaggio del lavoro interiore, tutto questo indica un movimento molto concreto, ovvero passare dalla dispersione al raccoglimento, dalla superficie alla profondità, dalla molteplicità all’unità, dal semplice pensare al vedere. L’osservazione di sé può costituire l’inizio di questo processo, ma non ne rappresenta il compimento. Il suo scopo più profondo è creare uno spazio nel quale l’identificazione con il flusso abituale dei pensieri, delle emozioni e delle reazioni possa progressivamente allentarsi, permettendo l’emergere di una capacità di visione più silenziosa e penetrante.
In questa prospettiva, il lavoro spirituale non consiste tanto nell’aggiungere qualcosa all’essere umano quanto nel consentirgli di attraversare gli strati che gli impediscono di riconoscere ciò che è già intimamente presente. La direzione indicata da Bruno è dunque contemporaneamente discendente e ascendente; si scende verso il più intimo di sé e, proprio attraverso questa discesa, la coscienza si eleva. L’“alto” e il “profondo” finiscono così per incontrarsi. Nel punto più intimo dell’essere, l’uomo non trova il proprio piccolo io, ma si apre a qualcosa che lo oltrepassa e nello stesso tempo lo abita. Quella Vita delle vite e quella Essenza delle essenze che Bruno riconosce come presenza divina.

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