Letture e articoli suggeriti

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Articolo di Luisa Barbato

Psicoterapeuta e Docente S.I.A.R.

Paradigma della Coscienza

Negli scorsi decenni si è fatta avanti nella visione scientifica l’idea che la coscienza sia qualcosa di più esteso e di più complesso di quanto viene comunemente affermato dalla moderna psicologia occidentale che vede nella coscienza un generico principio di auto-consapevolezza legato agli studi sul comportamento umano.
Gli studi sugli stadi alterati di coscienza e la diffusione di numerose pratiche, soprattutto di crescita interiore e di meditazione, tese ad esplorare ed approfondire la percezione della propria coscienza, hanno messo in discussione il tradizione concetto di studio scientifico della coscienza. Tuttavia si può affermare che a tutt’oggi il mondo scientifico non si è occupato del tema della coscienza se non in conseguenza e come interpretazione di importanti scoperte biologiche o fisiche che lasciano intuire l’esistenza di un ordine e di un’intelligenza molto avanzati e non ancora pienamente compresi nel funzionamento della natura.
La psicologia potrebbe in realtà dare un grosso contributo allo studio della coscienza perché, come osserva Sri Aurobindo, “La psicologia dovrebbe essere, più di quanto [attualmente] sia, la scienza della coscienza”[1].
L’ostacolo principale a un’indagine scientifica della coscienza è il paradigma materialistico che ancora contraddistingue gran parte della ricerca scientifica per la quale, per citare Fritjof Capra, la coscienza è solamente “una proprietà di complessi processi della materia che emergono a un certo livello dell’evoluzione biologica”[2], e questo ha comportato che lo studio scientifico occidentale della coscienza, la moderna psicologia, si limiti alle sue manifestazioni nel corpo e nel comportamento. Come dire che vengono sempre osservate alcune, neanche tutte, delle più macroscopiche conseguenze della coscienza, senza mai indagare sua essenza, la sua realtà che viene generalmente confusa con la mente, ossia con la componente cognitiva e intellettiva dei nostri processi interiori. Secondo questa concezione la coscienza è solo un funzionamento della materia, delle cellule del cervello che reagiscono in maniera più o meno complessa agli stimoli esterni, un fenomeno di reazione della materia e dell’energia. Il corpo pensa, percepisce, desidera, parla ecc., il cervello registra le varie azioni, le mantiene in memoria e questo permette che ne divenga consapevole. In questa concezione, la coscienza si riduce a un evento casuale, uno sviluppo accidentale della materia incosciente.
Si tratta di una modalità osservativa e molto superficiale; è come cercare di capire il contenuto di un libro analizzano le specifiche fisico-chimiche della carta e dell’inchiostro che lo compongono, e la fisica subatomica ha iniziato a darci alcuni significativi riscontri della parzialità di questa visione.
Dall’altra parte, le antiche tradizioni yogiche e meditative dell’Oriente, che dello studio della coscienza hanno fatto il loro principale tema d’indagine, si pongono in una posizione speculare asserendo che la coscienza è la realtà essenziale di tutti i fenomeni, e, solo guardando oltre l’apparenza esterna delle cose, troviamo la loro vera realtà che include, ma non può essere ristretta a, la ragione, la volontà, il pensiero creativo, la crescita personale. Il punto di vista d’indagine viene invertito, non viene indagato come il corpo sviluppi e utilizzi la coscienza, bensì come la coscienza sviluppi e utilizzi il corpo. Nell’antico pensiero indiano il concetto di coscienza, fondato direttamente sulle esperienze meditative e sulle pratiche yogiche, è connesso alla Realtà Assoluta come Sat-Chit-Ananda (Esistenza-Coscienza-Beatitudine), dove Chit sta per Forza Cosciente, l’Energia che crea il mondo.
Queste due concezioni sono diametralmente opposte, per il materialismo la materia è l’unica realtà verificabile e la coscienza un suo epifenomeno, una sua caratteristica evoluta; per la visione mistica, invece, è la coscienza ad essere la realtà primaria origine della materia, che così non viene ad avere un fondamento reale, ma ad essere una struttura di energia.
Secondo questi due approcci, la coscienza può appartenere solo agli organismi viventi nel caso del materialismo, o pervadere l’intero universo, essere intrinseca all’esistenza, nel caso del misticismo. Gli illuminati, i grandi mistici, i maestri delle antiche tradizioni ci hanno riferito, sulla base della loro indagine ed esperienza dei piani di coscienza, come essa sia la vera essenza dell’esistenza presente ovunque e in qualsiasi cosa, dalle pietre, agli animali, agli esseri umani e così via.
La concezione orientale della coscienza è in realtà molto articolata perché la forza auto-cosciente dell’esistenza si esplica su più livelli dei quali siamo solo in parte consapevoli. La mente, o la parte intellettiva della coscienza ordinaria secondo i canoni della cultura occidentale, costituisce solo un piano intermedio, al di sotto del quale esistono i piani in gran parte inconsci delle forze emozionali, istintive e fisiche, studiati ampiamente dalla moderna psicologia, fisiologia, biologia ecc.. Ma esistono anche i piani superiori di coscienza, dei quali pure siamo in gran parte non consapevoli, che attengono alle energie intuitive, sottili e spirituali. Si viene così a disegnare uno spettro della coscienza che può essere paragonato allo spettro del suono, nel quale solo alcune frequenze sono percepibili dall’orecchio umano, mentre le altre più basse e più alte non sono percepite, pur indubbiamente esistendo.
I fondatori e sostenitori della psicologia transpersonale, come Charles T. Tart o Stanislav Grof, hanno focalizzato questo punto come essenziale sostenendo che tutti i sistemi psicologici e meditativi rappresentano delle descrizioni accurate dei diversi aspetti delle dimensioni inconsce, dove per inconsce si intendono tutte le parti dell’essere di cui non siamo consapevoli, da quelle fisiche o emotive a quelle sottili e spirituali.
Afferma Sri Aurobindo “ Nelle scienze fisiche l’attenzione principale è alla materia come unico principio dell’essere e all’energia solo come fenomeno della materia; ma in definitiva occorre domandarsi se non sia il contrario, tutte le cose come azione dell’energia, e la materia e il corpo come il suo strumento di lavoro. La prima visione è quantitativa e puramente meccanica, la seconda introduce un elemento qualitativo e più spirituale”[3] .
Ma come arrivare a studiare scientificamente, ossia in maniera non soggettiva, verificabile e sperimentabile, la natura della coscienza?
Quello che le antiche tradizioni tramandano, e che viene ormai comprovato dalla parte più avanzata della scienza, è che occorre un nuovo paradigma, un paradigma olistico, arrivando a una unitarietà di visione tra le due concezioni con gli strumenti che la scienza ha ormai a disposizione. La possibilità di studiare scientificamente la coscienza non è infatti preclusa a priori, ma è strettamente legata alla metodologia impiegata.
I metodi puramente quantitativi e inferenziali possono essere inadeguati agli studi psicologici in quanto l’osservazione e la misurazione, cui segue la codificazione in linguaggio matematico, mal si adattano a comprendere tematiche qualitative dove i fattori soggettivi e di percezione sono dominanti. Non a caso, i temi della coscienza e dell’interiorità, spesso traslati tout-court erroneamente nella moderna psicologia, prima dell’avvento degli studi scientifici erano studiati con approcci filosofici o classici. E così, tra esperimenti di laboratorio e metodi quantitativi da una parte, e indagini filosofiche e spirituali dall’altra, cui contribuivano anche dimensioni suggestive o peggio ancora superstiziose, si è teso a perdere l’intera dimensione complessa dell’essere umano.
E’ possibile studiare scientificamente la coscienza tramite i due metodi fondamentali della scienza che sono l’osservazione e la sperimentazione? Abbiamo le testimonianze dei ricercatori delle antiche tradizioni spirituali, orientali, ma anche occidentali, che si sono dedicati allo studio della coscienza con metodi del tutto simili al moderno approccio scientifico, sotto l’importante ipotesi che non ci sono differenze tra le leggi che governano il piano fisico dell’esistenza e quello psichico, dove con questo ultimo termine deve intendersi una visione più ampia dell’attuale psicologia, ossia una visione che rimanda a psyche come anima. “E’ solo una differenza di energia e di strumenti” ci hanno detto i grandi saggi dell’umanità che hanno osservato e sperimentato la propria interiorità con rigore analogo a quello del metodo scientifico. Secondo queste tradizioni, lo studio della coscienza richiede una conoscenza intuitiva e sperimentale che ha per metodo fondamentale l’osservazione dei processi mentali e delle loro memorie antiche iscritte nel corpo. Questo si accompagna allo sviluppo di sensi interiori più sottili, ossia allo sviluppo di capacità intuitive e analogiche di conoscenza che rappresentano gli strumenti più adatti alla sperimentazione degli stadi di coscienza, affiancandosi, e non sostituendosi, alla ricerca che impiega i sensi grossolani e l’intelletto.
Come nella scienza, anche nella ricerca interiore occorre sperimentare ed accumulare esperienza, seguendo fedelmente i metodi lasciati dai Maestri o dai sistemi indicati dal passato. Altrimenti, come afferma Lama Govinda, “Senza la presenza di una tradizione, nella quale sono formulate le esperienze e la conoscenza delle generazioni precedenti, ciascun individuo sarebbe obbligato a padroneggiare l’intero dominio dello psichico e solo pochi favoriti raggiungerebbero il traguardo della conoscenza”[4]
Occorre quindi fare riferimento nello studio della coscienza alle conoscenze già acquisite nel passato, in questo modo le varie esperienze osservate possono essere ricondotte in un’intelaiatura di riferimento che guida il ricercatore, così come nel metodo scientifico le sperimentazioni sono inserite nella conoscenza già acquisita e permettono di non perdersi nel vasto ambito della conoscenza sia essa dei processi fisici che psichici
La coscienza ordinaria, la mente, deriva dalla materia, dall’energia della materia, ci dice la scienza; la materia e la mente sono differenti livelli di organizzazione della stessa energia, della stessa forza cosciente dell’esistenza, ci dice l’antico pensiero indiano.
Queste due visioni possono essere molto vicine, ma per integrarle occorre un paradigma olistico che includa i vari sistemi di conoscenza e le loro scoperte, secondo una mappa dell’intero spettro della coscienza umana.
Luisa Barbato, analista Reichiana della S.I.A.R (Scuola Italiana di Analisi Reichiana)
Bibliografa
– Sri Aurobindo, “Saggi sul Divino e l’Umano”, Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry
– Sri Aurobindo, “Materialism” in “The Supramental Manifestation and other Writings”,
SABCL.
– Fritjof Capra, “Uncommon Wisdom, Londra, Fontana Paberbacks
– Fritjof Capra, “Il tao della fisica”, Roma, Adelphi
– A.S. Dalal, “Sri Aurobindo, a greater psycology”, Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry
– A.S. Dalal, “Sri Aurobindo, and the future psycology”, Sri Aurobindo Ashram,
Pondicherry
– Lama Govinda, “The two types of psychology”, in Robert E. Ornstein
– S.Grof “Realms of the human unconscious”, New York, Dutton
– Indra Sen, “Integral Psychology”, Sri Aurobindo International Centre of
Education, Pondicherry
– Charles T.Tart, “Stati di coscienza”, Astrolabio
– Ken Wilber, “Lo spettro della coscienza”, Crisalide Edizioni

Articolo di Roberto Maria Sassone “Perchè abbiamo paura di Amare”

Nel fondo della nostra natura c’è un nucleo d’amore che anima la nostra vita di esseri umani. Tutti hanno questa scintilla, anche i criminali più incalliti. Alla formazione del corpo che inizia nell’intrauterino questo nucleo viene ricoperto, per così dire, da strati di offuscamenti dovuti alla struttura stessa che cresce e si sviluppa in un habitat intriso di emozioni di cui la madre è portatrice, non solo a livello individuale, ma anche collettivo. Alla nascita questo esserino non trova spesso il vero calore che lo accoglie e sente solo il disagio, la paura, l’abbandono, che vive in maniera totale senza poter comprendere né elaborare, perché ancora non ha nessuna capacità cognitiva. E poi la storia continua… e noi tutti la conosciamo. La vita diventa quindi per ognuno una ricerca di quel calore originario, che cerchiamo nell’amore degli altri per riempire il vuoto che è cresciuto negli anni. Ogni azione che compiamo, ogni scelta che facciamo, ogni relazione che abbiamo reca dietro di sé questo bisogno incessante d’amore… ma è il bisogno di un bambino travestito da esigenze di adulto. Finché non ci rendiamo conto di ciò, la nostra vita scorre automatica, nell’illusione di essere protagonisti e di saper scegliere. Ma questa spinta a riempire il vuoto si trasforma, in alcuni, in una RICERCA INTERIORE. Questo è il primo punto di svolta fondamentale per ogni individuo. Invece di riempire il vuoto si inizia ad esplorarlo, a conoscerlo attentamente, percorrendo l’unica strada che può condurci a noi stessi. Se si ha coraggio, se si ha perseveranza, viene un momento in cui si scopre che nel fondo più fondo di quel vuoto c’è quel nucleo d’AMORE che è sempre stato lì ad aspettarci. Questo è un altro punto di svolta che cambia la nostra vita. Anzi, da quel momento inizia la nostra vita. La paura d’amare ha due fasi: se mi apro all’amore, posso essere abbandonato, deluso, tradito; in parole semplici, temo di perdere la persona amata, che in realtà amo come sa amare un bambino bisognoso. L’altra fase avviene quando contatto un vero nucleo d’amore nella relazione con un’altra persona, perché mi rendo conto che, per viverlo, devo essere VERO, devo fare i conti con le mie menzogne e paure e, di conseguenza, devo cambiare anche la mia vita nel modo di intenderla e di viverla. Questo fa ancora più paura. Ma se si supera questo scoglio, allora il Sublime è a portata di mano. Forse è proprio questo il momento in cui inizia ad emergere ciò che Mère e Sri Aurobindo chiamano l’essere psichico: quel nucleo d’Amore che è sempre stato presente nel profondo di noi stessi e che attende soltanto di poter finalmente guidare la nostra vita.

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Articolo di Vivashvan Pino Landi

“Una Visione Integrale”

Ci sono uomini che trascorrono il tempo della loro vita senza porsi eccessive domande, e si conformano a quanto viene loro proposto o imposto dalla società in cui vivono. Altri si pongono domande, pretendendo risposte sicure e certe dagli altri, concedendo la patente di “autorità” a chi pare tranquillizzare i loro dubbi, le loro angosce. Altri ancora non si stancano mai di cercare e sperimentare, privilegiando l’esplorazione del proprio mondo interiore, assumendosi la responsabilità dell’autonomia e della sincerità.
Indagando in sé stessi ci si rende conto di quanto incoscienti siano le nostre scelte, i sentimenti, i pensieri, e quindi quanta poca libertà ci sia nelle pulsioni, nelle preferenze, nei giudizi. La libertà è proporzionale alla luce che si riesce a portare nelle dinamiche interiori, nelle caverne profonde dell’inconscio, proporzionale al grado di integrazione attorno ad un centro cosciente delle parti scisse e separate: avviarsi lungo un sentiero di crescita e di trasformazione della coscienza significa avviarsi verso una ricerca di libertà.
Può capitare nella propria ricerca di incontrare Sri Aurobindo e Mère. Se si pensa di avere incontrato una “fede” ci si sbaglia clamorosamente. Non c’era bisogno di Loro per abbracciare una qualunque fede: chi cerca sicurezza e schemi consolatori, ne ha a disposizione tantissimi; religioni, filosofie, scuole esoteriche e spirituali di tutti i generi, in cui avere fede. Basati cioè su presupposti enunciati e dati una volta per tutti, indiscutibili e veri per definizione, dogmi che esigono fede e fedeltà. Dice esplicitamente Sri Aurobindo : “…lungi da me l’intento di diffondere qualsiasi religione, vecchia o nuova, per l’umanità del futuro. La mia idea è di aprire una strada che è ancora bloccata, non di fondare una religione…”
e Mère in una conversazione del 1929 : “ gli articoli e i dogmi di una religione sono prodotti della mente, e se vi aggrappate ad essi e vi rinchiudete in un codice di vita bell’è fatto, non conoscete, né potete conoscere la verità dello spirito che si tiene, libero e vasto, al di sopra di ogni codice e dogma. Quando vi aggrappate ad una credenza religiosa, considerandola l’unica verità al mondo, arrestate nello stesso tempo il progresso e il pieno sviluppo del vostro essere interiore.” La medesima cosa può dirsi di molte scuole od organizzazioni spirituali, sorte di solito alla scomparsa di qualche Maestro ad opera dei “discepoli” orfani, timorosi di perdere una qualche sorta di eredità.
Con lo yoga integrale, non si incontra la fede, ma un insegnamento che ogni giorno può essere verificato con la pratica e la vita. Certamente le realizzazioni le hanno avuto i Maestri, ma attraverso queste realizzazioni Essi hanno aperto una via. Quella via ciascuno deve poi percorrerla con le proprie gambe e secondo le proprie specifiche caratteristiche. Si può avere fiducia in Sri Aurobindo e Mère, in ciò che dicono e nel loro lavoro effettivo, ma questo non significa fede in dogmi, che tra l’altro si sono sempre ben guardati dall’enunciare. E’ un po’ come aver fiducia in chi ha redatto una carta geografica, ed in base a quella progettare un viaggio, ma se si vuole veramente visitare un luogo, ci si deve poi andare con le proprie gambe.
Sri Aurobindo e Mère non hanno operato per sé stessi o per una scuola, un Ashram specifici e particolari, ma per l’intera umanità; per la trasformazione dell’intero piano dei fenomeni e della materia. Dice Sri Aurobindo:...”L’Avatar è colui che viene ad aprire all’umanità la Via verso una coscienza superiore…” e questo il senso del lavoro compiuto dall’ Avatar di questa era: Sri Aurobindo e Mère, una unica coscienza divina in due corpi materiali.
Dopo il lavoro dei Maestri questo piano non è più il medesimo, le possibilità di crescita e trasformazione per l’uomo non sono più quelle di prima. Occorreva far discendere la Supermente su questo piano, ora il lavoro di ciascuno potrà consolidare la Sua discesa e consentire sempre di più la Sua manifestazione.
La fiducia nel lavoro svolto dai Maestri ha un immediato riscontro nella percezione dell’opera della Supermente su questo piano, nella vita quotidiana, nel lavoro interiore.
Occorre concentrazione e purezza perché le trasformazioni non sono prettamente materiali, per lo meno in questa fase. E’ un posizionamento su un diverso piano vibrazionale e per percepirlo occorre attivare sensi più sottili di quelli comuni. Ma una volta che se ne è presa coscienza, l’evidenza si accentua in modo progressivo e si coglie nelle più disparate ed imprevedibili manifestazioni.
Non occorre per altro cercare tra chi si professa “aurobindiano”, oppure tra chi si definisce “spiritualista” oppure tra gli esperti di metafisica o di esoterismo, anche se nulla vieta che anche qui si possa intravedere la luce che traspare da dietro lo schermo. La Forza che spinge ( o attira ) è in ogni cosa ed ogni accadimento e quando non la cogliamo è perché non abbiamo sensi abbastanza affinati. Così ciascuno è strumento della Forza, anche se pochi ne hanno precisa coscienza e fanno una scelta di libertà e di crescita. Ciascuno contribuisce attraverso un aspetto particolare, le forme possono essere assolutamente diverse, ciò che unisce e fa la differenza è l’inflessione, il livello di coscienza che sta dietro. In questo senso ogni diversità è una ricchezza, una possibilità di esperienza nel molteplice di un’unica Coscienza, una faccia del poliedrico aspetto dell’unico Ananda, la gioia di fare e vivere, nel fare e nel vivere…
Se tutti siamo eguali, siamo parte del tutto come essenza, su questo piano facciamo esperienza dell’individualità ed è attraverso l’individualità che il Divino riscopre Sè stesso. Non è un caso se ciascuno si trova immerso in una coscienza separata, e da questa deve partire, questa trasformare. Occorre purtuttavia evitare di identificarsi con la propria individualità e con gli aspetti particolari, perché tale identificazione è indotta da un qualche ego che si è imposto sugli altri, magari sotto una maschera apparentemente accettabile. E’ quel meccanismo che produce attaccamento alle proprie scelte particolari nell’intimo ed intolleranza e fondamentalismo all’esterno.
Occorre invece utilizzare le proprie particolarità e predisposizioni, al fine di proseguire in un processo di crescita e trasformazione, con la sincera aspirazione a ricondurre i frutti di ogni pur piccola ascesa sul piano di partenza, lavorando non per una promozione personale, ma per una complessiva trasformazione. Condividendo ogni pur piccolo riflesso della Luce, ogni minuscola realizzazione, che ci sono state donate e non sono patrimonio personale. Soprattutto cercando di “comprendere” ( nel senso più ampio di questo termine) il punto di visuale degli altri, perché, in una visione integrale, tutto si deve armonizzare in una sintesi più elevata.

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Articolo di Roberto Maria Sassone

“L’Osservatore e il Testimone”

La ricerca interiore è stata per me (ed in parte continua ad esserlo) un cammino ad ostacoli e talvolta un vero labirinto in cui più volte mi sono perso. Da ciò scaturisce in me l’aspirazione a cogliere ciò che a mio avviso è essenziale per riuscire a condividerlo semplicemente.
Sono certo che l’unica vera “malattia” dell’essere umano sia l’identificazione con la sua personalità che è una rete intricata di opinioni, di emozioni contraddittorie, di forme pensiero che ci sono state appiccicate addosso e che ormai crediamo nostre.
Questo è il problema: ognuno crede di essere questa matassa e la chiama identità.
L’identità di cui parliamo è sempre autoreferenziata. Tutte le relazioni sono inquinate da questo credersi importanti ed esclusivi. Da ciò scaturisce che la mia rabbia, la mia tristezza, la mia vendetta e il mio rifiuto sono sacrosante perchè vedo solo me. L’altro esiste solo in quanto produce in noi una reazione e le sue motivazioni non hanno valore.
Vediamo questo comportamento esasperato in certe trasmissioni televisive in cui alcuni individui mettono in piazza i loro drammi d’amore. Osserviamo persone completamente ipnotizzate da se stesse che non riescono ad uscire dalle loro “legittime rivendicazioni”. Ovviamente l’altro è sempre colpevole e l’offeso è intrappolato nella sua convinzione.
E’ tremendo assistere a queste scene perchè è evidente che manca in questi individui ogni capacità di disidentificarsi per un momento dalla propria personalità disfunzionale. E’ l’essenza del narcisismo, è la corazza caratteriale che ci imprigiona.
Se queste persone si potessero vedere da fuori, se si potessero sconnettere dal proprio ego (come nel film Il Pianeta Verde che consiglio vivamente), resterebbero attonite!
Da queste considerazioni molto semplificate deriva in me la convinzione che il passo fondamentale per essere consapevoli è imparare a disidentificarsi, sviluppando l’osservatore, di cui si parla nella mindfulness ed in ogni altra pratica di consapevolezza. L’osservatore non elimina quel comportamento, ma almeno lo smaschera e ce lo pone di fronte.
Ritengo che questo sia il vero inizio di una via di Verità sincera e che molti intraprendano invece una ricerca interiore o spirituale, senza passare per questa fase basilare, continuando in tal modo ad essere sonnambuli.
L’osservatore però è ancora una funzione cognitiva, una parte della mente che osserva la mente, e non è quindi completamente imparziale. Assume varie sfumature che fanno ancora parte dell’ego: può essere giudicante, tollerante, ironico, colpevole ed avere altre caratteristiche. Comunque è necessario passare attraverso questa fase, tranne casi in cui alcuni individui sono direttamente passati al Testimone, ovvero allo sguardo silenzioso, vasto ed impersonale del Sé o della Natura essenziale che anima e sottende questa nostra forma umana.
Ho però constatato di persona che spesso gli individui che fanno questo salto di coscienza lo pagano con crisi profonde e anche con alterazioni della personalità, perchè la struttura del carattere non regge un’esperienza così potente,
Perciò auspico che il processo di passaggio dall’osservatore al Testimone avvenga molto gradualmente e sia sempre accompagnato da un serio lavoro psicologico.

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Articolo tratto dall’Intervista a Roberto Maria Sassone “L’opinione degli Altri”

” Centro Divenire di Torre Boldone – Bergamo”

Quanto è importante l’opinione degli altri? Quanto realmente rappresenta una misura della propria “amabilità” e del fatto che si è accettati e ben voluti? Forse, il vero problema non è cosa pensano gli altri, ma quanto e come è strutturata la propria identità. Ce ne parla Roberto Maria Sassone in questa interessante intervista.

– Quanto è importante l’opinione degli altri?

Si tratta di un argomento molto delicato perché proprio sull’opinione degli altri si giocano dinamiche emotive molto forti, meccanismi di aggressività o di frustrazione.
Se una persona non ha sufficiente fiducia, non solo di se stessa ma di ciò in cui crede, si ritrova con la necessità impellente di vedere confermata la sua opinione. Viceversa, quanto più ella ha fiducia in ciò che sente e nella sua esperienza, tanto meno avverte il bisogno che la sua opinione sia confermata dagli altri.
In una conversazione, una persona insicura sulle proprie tematiche non sarà in grado di entrare in una relazione che consenta di comprendere il punto di vista altrui e di considerarlo un arricchimento e una nuova angolazione da cui vedere l’argomento in questione. Vedrà l’altro come il nemico da combattere in una tenzone, un duello verbale per stabilire chi ha la visione più vera e reale.
In casi come questo non c’è più la capacità di ascolto, anzi, ancor prima che l’interlocutore abbia terminato di esporre i suoi concetti, si formulano argomenti a lui contrari ma che rafforzano, invece, la propria opinione… che diventa una specie di simulacro della propria identità, cioè ci si identifica con essa.
Chiunque abbia un minimo di consapevolezza sa che ognuno, per quanto possa essere esperto in un settore oppure certo della propria esperienza, abbraccia comunque un campo limitato della vita. Nessuno possiede una visuale veramente completa su un tema, anzi, per quanto possa avere una grande preparazione, rimane profondamente ignorante.
E’ quindi profondamente stupido – e voglio sottolinearlo – presupporre che la propria opinione esaurisca tutto ciò che riguarda l’argomento trattato. Invece, la bellezza dell’opinione altrui è data dalla possibilità di arricchire il proprio patrimonio di conoscenza, perché anche se l’altro afferma qualcosa di contrario rispetto a quanto proposto nella conversazione, offre la possibilità di vedere una diversa angolazione dell’argomento.
Si pensi invece alle tribune politiche… l’altro non è assolutamente visto come un individuo che può portare dei contributi ma come un avversario da mettere in ridicolo per poter trionfare. Ovviamente qui non c’è comunicazione, e non ha senso parlare dell’opinione altrui perché non è più un’opinione vissuta come tale: l’interlocutore diviene solo un nemico da schiacciare, e questo impedisce ogni forma di relazione.
Un individuo che si comporta in questo modo nella relazione di comunicazione ci mostra la sua “pochezza umana”; non ci si sbaglia mai… anche se si tratta di un uomo di grandissima cultura.
– Ma c’è chi ha un atteggiamento quasi servile nei confronti dell’opinione dell’altro, pur di essere accettato ad ogni costo…
Alcune persone si svalutano nella percezione o immagine che hanno di se stesse, ed hanno bisogno di avere conferme. La richiesta che fanno è del tipo “tu devi far esistere me attraverso la tua approvazione”, quindi l’opinione dell’altro non è più semplicemente un’opinione che consente una maggiore comunicazione, ma diventa una specie di indicatore: “sono accettato oppure no? Sono stimato oppure no?”
Di conseguenza, si adegua spesso il proprio atteggiamento e comportamento in funzione di quello che si pensa sia corretto per l’altro… ma qui c’è da precisare un ulteriore passaggio che rende più complicato il tutto: nella maggior parte dei casi, quello che viene ritenuto il desiderio dell’altro, la sua opinione, è una invenzione, cioè una proiezione che la persona insicura sta facendo sull’altro. In pratica, la persona insicura crede che l’altro stia facendo una certa richiesta o abbia una determinata opinione anche se, in realtà, non è così.
Questo accade puntualmente nelle coppie in cui ognuno pensa che l’altro pensi di voler qualche cosa, quindi siccome in genere è difficile accettare di poter comunicare sulle proprie fragilità – è infatti difficile che si dica: “Senti, io avrei proprio bisogno di questo: sto male e mi manca” – rimane il silenzio in cui nasce una relazione di interpretazione: si pensa che la richiesta del partner sia di un certo tipo, ma non lo si verifica con lui e non gli si chiede la sua opinione…
– Ma perché alcuni insistono decisamente con questo atteggiamento?
Bisogna cercarne l’origine nel senso dell’identità. L’identità è qualcosa che si forma: il neonato, quando esce dal ventre della mamma, ne è ancora privo. Man mano che il bambino vive le esperienze, in lui si forma l’identità, ma questa si crea e si rafforza soprattutto se – ed è importante sottolinearlo – il bambino sente che c’è un reale sostegno da parte dei genitori; l’identità diventa forte in un individuo se, nella fase del suo sviluppo, egli si sente profondamente visto, riconosciuto e sostenuto… tre parole fondamentali, tre punti essenziali che rappresentano il terreno su cui l’io si può consolidare. Ma se questi aspetti mancano, l’identità del bambino si svilupperà in funzione dell’amore che vorrebbe ricevere e non riceve.
Da qui nascono tutte le proiezioni: “credo che mia madre voglia da me questo”, “credo che mio padre voglia da me quello”… Oppure le realtà: “mia madre mi ama solo se faccio questo”… di conseguenza il figlio tende a uniformare il proprio comportamento all’esigenza del genitore, oppure diventa un ribelle e sviluppa atteggiamenti contestatori, soprattutto se il genitore non ha un’autorità tale da mettere dei confini.
Si passa da un estremo all’altro… da un totale masochismo: “purché tu mi ami io faccio quello che tu vuoi”, o subentra la reattività come nei bambini piccoli: “ti dico no a priori”.
– Anche dire no a priori è una sorta di richiesta?
E’ una sorta di richiesta mascherata, il messaggio che si vuol mandare è: “io non ho bisogno di te, non ho bisogno della tua opinione e del tuo amore… faccio tutto da solo” e ovviamente anche questa è una barriera nei confronti dell’altro… anche qui non si sta affermando una vera identità; si inventa una costruzione magari forte, dura, che dia l’illusione a se stessi e all’altro di avere una forte identità.
– Ricapitolando, si può dire che all’origine di tutto vi sia l’insicurezza?
Occorre precisare, perché il termine insicurezza viene usato in riferimento a molte situazioni… qui si sta parlando di una fragilità dell’identità, di una insicurezza in merito all’identità.
Chi ha una identità vera non ha bisogno di essere approvato, non ha bisogno di sentire per forza che tutti lo debbano accogliere e accettare, perché accoglie e accetta se stesso… e se qualcuno lo rifiuta, ritiene tale situazione una normale espressione della vita: non tutti possono essere sulla sua lunghezza d’onda e avere la sua stessa visione. Se qualcuno non lo ama, sa che ciò non significa che non sia meritevole di amore. Tutto questo però deve nascere dalla sensazione di una pienezza interiore…
Ho parlato del senso dell’identità in una chiave psicologica, in base al tipo di conferme e al sostegno legato alla storia famigliare, ma un altro aspetto importantissimo è che ovviamente la percezione dell’identità, per poter essere reale e fondata, passa attraverso una buona percezione del corpo…

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