Ricercatori della Nuova Coscienza

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RUDOLF STEINER

Rudolf Steiner è una di quelle figure che difficilmente possono essere racchiuse in una definizione. Filosofo, studioso di Goethe, scrittore, conferenziere, ricercatore spirituale, educatore, teorico sociale e fondatore dell’antroposofia, attraversò territori che normalmente appartengono a discipline separate e cercò per tutta la vita di ricondurli a una visione unitaria dell’essere umano. Dalla sua ricerca nacquero o ricevettero un impulso decisivo la pedagogia Waldorf, l’agricoltura biodinamica, la medicina antroposofica, l’euritmia e un particolare modo di concepire l’arte e l’architettura. Questa vastità rende Steiner affascinante ma anche difficile da giudicare. Per alcuni è stato uno dei grandi iniziati dell’epoca moderna, per altri un pensatore visionario che, partendo da legittime intuizioni filosofiche, costruì progressivamente una cosmologia spirituale impossibile da verificare. Forse entrambe le letture, se assunte rigidamente, impediscono di comprenderlo. Steiner merita qualcosa di più difficile: essere ascoltato senza diventare necessariamente suoi discepoli e interrogato criticamente senza liquidarlo. La domanda interessante, allora, non è semplicemente se Steiner avesse ragione o torto, ma che cosa abbia realmente intuito, che cosa appartenga alla sua interpretazione, che cosa risenta inevitabilmente della cultura del suo tempo e che cosa, a più di un secolo di distanza, continui ancora a interrogarci.
Rudolf Joseph Lorenz Steiner nacque il 27 febbraio 1861 a Kraljevec, allora nell’Impero austriaco e oggi in Croazia. Il padre lavorava per la ferrovia e la sua infanzia trascorse in piccoli centri dell’Europa centrale, in un ambiente molto lontano dai circoli esoterici nei quali sarebbe entrato molti anni dopo. Nel 1879 iniziò gli studi presso il Politecnico di Vienna, dedicandosi soprattutto alle scienze naturali, alla matematica e contemporaneamente alla filosofia e alla letteratura. Questo aspetto della sua formazione è importante, perché Steiner non nasce culturalmente come occultista. Una parte essenziale della sua prima ricerca riguarda invece il problema della conoscenza e il rapporto tra l’osservazione scientifica della natura e la possibilità di cogliere qualcosa che non si esaurisca nella sua dimensione materiale. Fondamentale fu l’incontro con l’opera scientifica di Goethe, della quale divenne studioso e curatore. Dal 1890 lavorò a Weimar all’Archivio Goethe-Schiller e nel 1891 conseguì il dottorato in filosofia all’Università di Rostock. Il rapporto con Goethe rimase decisivo: Steiner vedeva nella sua maniera di osservare la natura la possibilità di superare la separazione rigida tra percezione sensibile e intuizione della forma vivente.
Nel 1894 pubblicò l’opera filosofica che rimane probabilmente il punto di partenza migliore per comprendere il suo pensiero: La filosofia della libertà. Qui incontriamo uno Steiner molto diverso dall’immagine del successivo maestro dell’antroposofia circondato da gerarchie spirituali, reincarnazioni e grandi cicli cosmici. Il problema fondamentale è la possibilità che l’essere umano diventi realmente libero attraverso un pensiero che non sia soltanto la ripetizione automatica di impulsi, condizionamenti, convinzioni ricevute e determinazioni esterne. Steiner cerca di comprendere se possa esistere un agire che abbia origine autenticamente nell’individuo e sviluppa quella che definisce una forma di individualismo etico. Prima delle grandi costruzioni cosmologiche esiste dunque una domanda radicalmente moderna: può l’uomo diventare interiormente libero? È una domanda che accompagnerà, in forme differenti, tutta la sua ricerca.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento avvenne la grande svolta. Steiner entrò nell’ambiente della Società Teosofica e nel 1902 divenne segretario generale della sua sezione tedesca. La teosofia aveva cercato di costruire una sintesi tra occultismo occidentale, religioni orientali, reincarnazione, karma e una complessa concezione dell’evoluzione spirituale dell’umanità. Steiner trovò in quell’ambiente persone disposte ad ascoltare ciò che il mondo accademico difficilmente avrebbe accolto: la possibilità di una conoscenza diretta delle dimensioni spirituali dell’esistenza. Ma progressivamente emersero profonde divergenze. Egli non voleva limitarsi a importare in Occidente dottrine provenienti dall’India e attribuiva soprattutto alla figura del Cristo un significato cosmico centrale. Il contrasto con la direzione teosofica, guidata da Annie Besant, divenne insanabile e nel 1913 la separazione fu definitiva. Nacque così la Società Antroposofica.
La parola “antroposofia” indica il cuore del progetto steineriano. Steiner la concepiva come una conoscenza dell’essere umano capace di aprirsi alla dimensione spirituale e parlava di una vera e propria “scienza dello spirito”. È un’espressione affascinante ma anche problematica, soprattutto se la leggiamo con il significato contemporaneo della parola scienza. Steiner riteneva che la conoscenza spirituale non dovesse dipendere esclusivamente dalla fede, dall’autorità religiosa o dalla rivelazione, ma che l’essere umano potesse sviluppare facoltà interiori attraverso le quali investigare direttamente realtà normalmente non accessibili alla coscienza ordinaria. Tuttavia la scienza dello spirito di Steiner non è scienza nel significato attribuito oggi alle scienze sperimentali. Le sue affermazioni riguardanti mondi spirituali, gerarchie sovrasensibili, reincarnazioni, vite precedenti o epoche cosmiche non sono verificabili mediante gli ordinari criteri di controllo, replicabilità e falsificabilità della ricerca scientifica. Questo non significa automaticamente dichiararle false. Significa riconoscere onestamente che appartengono a un diverso statuto della conoscenza. Possono essere considerate esperienze interiori, intuizioni, costruzioni metafisiche o autentiche conoscenze spirituali a seconda della posizione dalla quale le si osserva, ma non dovrebbero essere confuse con fatti dimostrati sperimentalmente. Questa distinzione permette, a mio avviso, di avvicinarsi a Steiner senza essere costretti a scegliere tra credulità e rifiuto.
Uno degli aspetti più fecondi del suo pensiero riguarda la concezione dinamica dell’essere umano. Per Steiner l’uomo non è una creatura conclusa, ma un essere in divenire. Egli distingue diverse dimensioni della costituzione umana, parlando di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, ai quali associa ulteriori possibilità di trasformazione spirituale. Il corpo fisico rappresenta la dimensione materiale, il corpo eterico sarebbe il principio organizzatore della vita, il corpo astrale riguarda la sfera della sensibilità, degli impulsi e dell’esperienza interiore, mentre l’Io rappresenta un principio capace progressivamente di intervenire sugli altri livelli e trasformarli. Si può accettare o meno questa particolare anatomia sovrasensibile, ma dietro di essa esiste un’intuizione che merita attenzione: la coscienza umana può lavorare su se stessa e trasformare la propria natura. A Steiner non interessa soltanto capire perché siamo diventati ciò che siamo; gli interessa comprendere che cosa possiamo diventare.
Questa domanda conduce direttamente al problema della conoscenza spirituale. In L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? Steiner descrive un percorso sistematico di trasformazione della coscienza. Attraverso concentrazione, meditazione, disciplina dell’attenzione e lavoro su se stessi ritiene possibile sviluppare modalità di conoscenza che chiama Immaginazione, Ispirazione e Intuizione. L’Immaginazione non corrisponde alla fantasia ordinaria, ma sarebbe una percezione sovrasensibile attraverso immagini interiori; l’Ispirazione consentirebbe di cogliere ciò che opera dietro queste immagini; l’Intuizione, nel significato particolare che Steiner attribuisce alla parola, rappresenterebbe una forma ancora più profonda di partecipazione alla realtà spirituale conosciuta. Treccani riassume proprio questo aspetto indicando come Steiner proponesse un potenziamento delle facoltà conoscitive attraverso meditazione e concentrazione fino all’ispirazione e all’intuizione.
Qui incontriamo contemporaneamente uno degli aspetti più interessanti e uno dei problemi più delicati dell’intero edificio steineriano. Steiner comprende che conoscere non significa necessariamente accumulare informazioni, perché alcune forme di conoscenza richiederebbero una trasformazione del conoscente stesso. È un’intuizione che ritroviamo, con linguaggi e metodologie molto differenti, in numerose tradizioni contemplative. Ma rimane aperta una domanda enorme: come possiamo distinguere un’autentica esperienza spirituale dalla fantasia, dall’autosuggestione, dalla proiezione, dalla simbolizzazione inconscia o dall’influenza delle convinzioni precedentemente acquisite? Questo problema non annulla il valore dell’esperienza interiore, ma richiede un discernimento particolarmente rigoroso.
Reincarnazione e karma occupano un posto centrale nella concezione steineriana dell’evoluzione umana. L’individuo attraverserebbe molte esistenze e porterebbe da una vita all’altra conseguenze e possibilità evolutive. Il karma non viene concepito semplicemente come una punizione, ma come una trama attraverso la quale l’individualità incontra progressivamente le conseguenze del proprio divenire. In questa prospettiva una singola biografia non rappresenterebbe un episodio isolato tra nascita e morte, ma un capitolo di una storia molto più vasta. Il fascino di questa concezione è evidente, ma anche qui è necessario conservare il discernimento. Le affermazioni steineriane relative a specifiche incarnazioni e relazioni karmiche non possiedono una verifica storica indipendente e accettarle significa quindi attribuire una particolare affidabilità alle capacità di conoscenza sovrasensibile che Steiner riteneva di aver sviluppato. È perfettamente legittimo farlo come scelta spirituale; diventa problematico quando questa scelta viene confusa con una dimostrazione.
Un altro elemento fondamentale, che contribuì anche alla sua separazione dalla Teosofia, è la concezione del Cristo. Per Steiner il Cristo non è semplicemente il fondatore storico del cristianesimo e neppure soltanto un grande maestro spirituale, ma una realtà cosmica. L’incarnazione del Cristo in Gesù e il Mistero del Golgota rappresenterebbero un evento decisivo nell’evoluzione spirituale della Terra e dell’umanità. Si tratta di un cristianesimo profondamente esoterico, lontano sia dal dogmatismo ecclesiastico sia da una lettura esclusivamente storica dei Vangeli. La sua cristologia comprende però interpretazioni cosmologiche estremamente articolate che non possono essere considerate storicamente dimostrate. Al di là dell’adesione o meno a questa visione, emerge comunque un principio importante: per Steiner lo spirituale non dovrebbe condurre a una fuga dalla Terra, ma incidere concretamente sulla vita.
Ed è proprio questo desiderio di portare la ricerca spirituale dentro l’esistenza concreta a spiegare la straordinaria varietà delle iniziative nate dal suo lavoro. Nel 1919, su richiesta dell’industriale Emil Molt, Steiner contribuì alla fondazione a Stoccarda della prima scuola Waldorf. La pedagogia steineriana considera il bambino non semplicemente come un adulto incompleto, ma come un essere attraversato da differenti fasi di maturazione. Grande importanza viene attribuita all’arte, alla musica, alla narrazione, all’esperienza corporea, alla manualità, al ritmo e alla relazione con la natura. L’insegnamento dovrebbe accompagnare lo sviluppo complessivo della persona e non limitarsi alla trasmissione di informazioni. La pedagogia Waldorf è diventata una delle eredità più diffuse di Steiner nel mondo, anche se alcune delle sue basi teoriche derivano direttamente dall’antropologia spirituale steineriana e non trovano necessariamente conferma nella moderna psicologia dello sviluppo. È quindi utile, anche qui, distinguere le intuizioni pedagogiche che possono essere valutate autonomamente dalle concezioni esoteriche sulle quali originariamente furono fondate.
Negli ultimi anni della sua vita Steiner collaborò inoltre con la dottoressa Ita Wegman allo sviluppo di quella che sarebbe diventata la medicina antroposofica. L’intenzione era ampliare lo sguardo medico considerando l’essere umano nelle sue dimensioni fisiche, vitali, psichiche e spirituali. L’idea di non ridurre la persona alla malattia e la malattia al singolo organo conserva certamente un interesse, ma sul piano clinico è necessario mantenere criteri rigorosi: una concezione spirituale dell’essere umano non può sostituire la verifica dell’efficacia e della sicurezza delle terapie. La dignità della dimensione spirituale del malato e la necessità di prove scientifiche per un trattamento non sono principi incompatibili.
Nel 1924 Steiner tenne anche il ciclo di conferenze dal quale nacque l’impulso dell’agricoltura biodinamica. L’azienda agricola viene concepita come un organismo nel quale terreno, piante, animali e attività umana formano un insieme. Alcuni elementi, come l’attenzione alla fertilità del suolo, al compostaggio, alla biodiversità e all’integrazione tra coltivazione e allevamento, possono dialogare con sensibilità ecologiche contemporanee. Altri aspetti specificamente biodinamici, come determinati preparati e l’importanza attribuita a particolari influenze cosmiche, devono invece essere valutati empiricamente e non possono essere considerati validi soltanto perché inseriti in una visione complessivamente suggestiva.
Steiner non voleva però che l’antroposofia rimanesse un sistema di idee. Doveva diventare anche forma, gesto, colore, movimento, architettura. Da questa esigenza nacquero il Goetheanum di Dornach e l’euritmia, sviluppata insieme a Marie von Sivers, che sarebbe diventata Marie Steiner. Il primo Goetheanum, costruito prevalentemente in legno, venne distrutto da un incendio nella notte tra il 31 dicembre 1922 e il 1° gennaio 1923. Steiner progettò allora un secondo edificio in cemento armato, completato dopo la sua morte. Ciò che colpisce in questa enorme attività creativa è il tentativo di superare la separazione tra conoscenza spirituale e vita quotidiana. Se una trasformazione della coscienza è autentica, sembra suggerire Steiner, dovrebbe modificare anche il modo in cui educhiamo un bambino, costruiamo un edificio, coltiviamo un campo, curiamo una persona, recitiamo una poesia o muoviamo il corpo. Questa aspirazione a portare lo spirituale dentro la materia e nella concretezza della vita rimane uno degli aspetti più affascinanti del suo progetto.
Nel Natale del 1923 Steiner rifondò la Società Antroposofica e assunse personalmente la presidenza della nuova Società Antroposofica Generale. La sua attività negli ultimi anni fu impressionante: tenne nel corso della vita migliaia di conferenze rivolte a insegnanti, medici, agricoltori, artisti, sacerdoti e studiosi. Nell’autunno del 1924 le sue condizioni di salute peggiorarono gravemente e fu costretto a interrompere l’attività pubblica, continuando tuttavia a scrivere, fra l’altro, la propria autobiografia, rimasta incompiuta. Morì a Dornach il 30 marzo 1925, a sessantaquattro anni.
Una lettura seria di Steiner, tuttavia, non può fermarsi alla grandezza e alla vastità della sua visione. Esistono aspetti della sua opera che devono essere affrontati criticamente, senza cercare di proteggerlo. Alcune affermazioni contenute soprattutto nelle conferenze, riguardanti popoli, razze e differenti fasi dell’evoluzione dell’umanità, risultano oggi profondamente problematiche e in alcuni casi incompatibili con una concezione contemporanea dell’uguaglianza umana. La questione è complessa e richiede contestualizzazione storica, ma contestualizzare non significa giustificare. Il fatto che Steiner abbia anche assunto posizioni incompatibili con il nazionalismo razziale del suo tempo non cancella automaticamente formulazioni che oggi dobbiamo poter leggere criticamente. D’altra parte, utilizzare quelle affermazioni per cancellare in blocco un’opera vastissima sarebbe una semplificazione di segno opposto. Un autentico ricercatore non dovrebbe avere bisogno di proteggere un maestro dalla critica. Se qualcosa del suo pensiero è vero e fecondo, la critica non potrà che renderlo più evidente.
Esiste poi una questione ancora più radicale, forse la più importante per chi si avvicina a Steiner senza appartenere al movimento antroposofico. Egli descrive con grande precisione eventi cosmici, esseri spirituali, gerarchie angeliche, epoche remotissime, vite precedenti e processi che si sarebbero svolti in dimensioni sovrasensibili. Come possiamo sapere se ciò che descrive corrisponda realmente a qualcosa? Steiner risponderebbe che il percorso antroposofico permette, attraverso un adeguato sviluppo della coscienza, di verificare progressivamente queste conoscenze. Ma proprio qui nasce il problema: la verifica avviene all’interno di un percorso che utilizza in larga misura categorie interpretative già fornite dallo stesso sistema. Esiste quindi almeno il rischio di una circolarità, perché il ricercatore apprende una cosmologia, pratica secondo le indicazioni provenienti da quella cosmologia e successivamente può interpretare le proprie esperienze attraverso le categorie che ha precedentemente ricevuto. Non è un problema esclusivo dell’antroposofia. Riguarda molte tradizioni esoteriche, religiose e persino contemplative. Per questo considero preziosa, accanto all’apertura verso ciò che ancora non conosciamo, la capacità di pronunciare tre parole semplicissime: non lo so. Non è una rinuncia alla ricerca, ma forse una delle sue condizioni più profonde.
A cento anni dalla morte di Steiner, alcune parti del suo edificio cosmologico possono apparire lontane dalla nostra sensibilità, ma molte delle domande che pose sono tutt’altro che morte. La coscienza ordinaria esaurisce veramente le possibilità conoscitive dell’essere umano? È possibile educare sistematicamente l’attenzione? Esistono forme di conoscenza che richiedono contemporaneamente una trasformazione del conoscente? Possiamo comprendere l’uomo senza ridurlo esclusivamente alla sua dimensione biologica? È possibile un’educazione che formi l’essere umano e non soltanto il futuro produttore? Possiamo coltivare la Terra senza considerarla semplicemente una riserva di risorse? Può l’arte diventare uno strumento di trasformazione della coscienza? E soprattutto, l’uomo che oggi conosciamo è davvero un essere compiuto o rappresenta una fase di qualcosa che sta ancora nascendo?
È soprattutto in queste domande, più che nelle minuziose mappe dei mondi sovrasensibili, che Steiner continua a sembrarmi contemporaneo. Non sento la necessità di diventare antroposofo per riconoscere la grandezza di alcune sue intuizioni e non sento neppure la necessità di considerarlo infallibile per prenderlo sul serio. Forse il rispetto più autentico che possiamo offrire a un ricercatore consiste proprio nel non trasformarlo in un’autorità alla quale consegnare il nostro discernimento. In Steiner trovo particolarmente fecondo il rifiuto di considerare l’uomo una creatura conclusa, l’idea che la coscienza possa evolvere, che conoscere possa significare anche trasformarsi e che lo spirituale non debba necessariamente condurre a una fuga dal mondo. Davanti alla vastità delle sue descrizioni sovrasensibili, però, rimane per me indispensabile conservare una domanda aperta: quanto appartiene all’esperienza, quanto all’interpretazione, quanto alla cultura esoterica del suo tempo e quanto a una conoscenza autenticamente spirituale? Non lo sappiamo con certezza, e considero importante poterlo ammettere, perché la ricerca della verità rischia di interrompersi proprio nel momento in cui il bisogno di credere diventa più forte della disponibilità a vedere. Forse possiamo allora incontrare Rudolf Steiner nel modo più fecondo non come colui che ci consegna tutte le risposte, ma come un uomo che ebbe il coraggio di porre alla modernità una domanda enorme e ancora aperta: se la coscienza che oggi chiamiamo umana non fosse il punto di arrivo, ma soltanto l’inizio di qualcosa che ancora non conosciamo?

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