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Tulku Urgyen Rinpoche – Il riconoscimento della natura della mente e il significato del Risveglio

Tulku Urgyen Rinpoche (1920-1996) è stato uno dei grandi maestri del buddhismo tibetano del XX secolo e una delle figure più autorevoli nella trasmissione contemporanea degli insegnamenti dello Dzogchen e del Mahamudra. Nato nel Tibet orientale nel 1920, apparteneva spiritualmente alle tradizioni Nyingma e Kagyu, delle quali ricevette e trasmise importanti lignaggi. Fu inoltre detentore di insegnamenti terma, i cosiddetti “tesori spirituali” della tradizione tibetana, legati alla figura di Padmasambhava.
La caratteristica forse più significativa del suo insegnamento era il modo estremamente diretto con cui conduceva il praticante verso il riconoscimento della natura della mente. Tulku Urgyen non insisteva sulla costruzione di elaborate concezioni filosofiche, ma cercava piuttosto di condurre l’allievo all’esperienza immediata di quella consapevolezza originaria che precede il movimento del pensiero. Proprio questa capacità di rendere accessibili aspetti molto sottili della filosofia e della pratica buddhista attraverso parole semplici e concrete viene ricordata come uno dei tratti distintivi del suo insegnamento.
Al centro della sua trasmissione si trova la prospettiva propria dello Dzogchen, la natura fondamentale della mente non deve essere fabbricata o prodotta attraverso uno sforzo mentale, perché è già presente. Il problema è che normalmente essa viene continuamente ricoperta dall’attività concettuale, dall’identificazione con i pensieri e dalla tendenza della mente a costruire incessantemente interpretazioni della realtà. La pratica consiste quindi nel riconoscere direttamente questa consapevolezza e nell’imparare progressivamente a dimorare in essa senza trasformarla nuovamente in un oggetto del pensiero.
Questo aspetto emerge con particolare forza ne “Il Risveglio, Gli ultimi insegnamenti”. Il volume raccoglie insegnamenti impartiti negli ultimi anni della sua vita ed è concepito come prosecuzione ideale di La natura che tutto pervade. Tulku Urgyen vi approfondisce lo stadio del compimento e la meditazione non concettuale, arrivando a esprimere con particolare chiarezza uno dei concetti più profondi dello Dzogchen: la non-meditazione.
Per non-meditazione non si intende affatto l’inutilità della pratica meditativa né semplicemente lo smettere di meditare. Al contrario, la pratica è ciò che prepara il praticante al riconoscimento diretto della natura della mente. La non-meditazione indica piuttosto il progressivo superamento dell’atteggiamento attraverso il quale un soggetto cerca volontariamente di produrre, raggiungere o mantenere uno stato particolare di coscienza. Finché cerchiamo di “ottenere” la meditazione rimangono infatti, in qualche modo, un meditante, uno sforzo e una condizione da raggiungere. Per Tulku Urgyen la natura della mente non può essere il risultato di questo sforzo, perché è già presente prima dello sforzo stesso.
La non-meditazione è quindi un non-fare, ma non è passività, distrazione o abbandono della vigilanza. È, al contrario, una presenza estremamente lucida nella quale non si cerca di modificare ciò che appare, non si trattengono i pensieri e non li si combatte. I pensieri possono sorgere e dissolversi senza che la coscienza debba seguirli o respingerli. Progressivamente viene meno la necessità di manipolare l’esperienza e la consapevolezza può semplicemente riposare nella propria natura. In questo senso la non-meditazione non è la negazione della meditazione, ma può essere considerata il suo compimento: la pratica conduce verso una condizione nella quale non è più necessario fabbricare intenzionalmente uno stato meditativo.
È questo uno degli aspetti apparentemente paradossali dell’insegnamento di Tulku Urgyen: si pratica per arrivare progressivamente a non dover più “fare” meditazione. Ciò che inizialmente richiede disciplina, attenzione e continuità può trasformarsi nel riconoscimento spontaneo di una presenza che non deve essere costruita. La meditazione cessa allora di essere soltanto qualcosa che si fa in determinati momenti e diventa sempre più una modalità dell’essere. La distinzione tra meditazione e vita quotidiana può progressivamente attenuarsi, perché quella stessa consapevolezza può essere riconosciuta mentre si cammina, si parla, si lavora o semplicemente si vive.
È interessante, in questa prospettiva, il modo in cui Tulku Urgyen descrive la differenza tra la condizione ordinaria e il risveglio. L’essere umano tende continuamente a produrre pensieri, immagini, interpretazioni e costruzioni mentali e soprattutto a identificarsi con essi. Il riconoscimento della natura della mente richiede invece di scoprire ciò che è già presente quando questa incessante attività non viene alimentata. Non si tratta quindi di raggiungere uno stato straordinario o di costruire una condizione spirituale particolare, ma di riconoscere qualcosa che, nella prospettiva Dzogchen, è sempre stato intimamente presente.
Tulku Urgyen trascorse gli ultimi anni soprattutto nel suo eremo di Nagi Gompa, in Nepal, dove continuò a ricevere praticanti e a trasmettere insegnamenti. Morì lì il 13 febbraio 1996.
La sua influenza è stata notevole anche sulla diffusione del buddhismo tibetano in Occidente. Numerosi praticanti e insegnanti occidentali ricevettero da lui istruzioni e trasmissioni, e la sua famiglia stessa è divenuta una delle più importanti famiglie di maestri buddhisti contemporanei. Tra i suoi figli vi sono Chökyi Nyima Rinpoche, Tsikey Chokling Rinpoche, Tsoknyi Rinpoche e Mingyur Rinpoche. L’eredità di Tulku Urgyen rimane soprattutto nella straordinaria semplicità con cui seppe indicare il cuore della pratica: non costruire attraverso la mente ciò che è già presente nella natura più profonda della coscienza, ma imparare a riconoscerlo direttamente e, progressivamente, a vivere a partire da quel riconoscimento.
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Giordano Bruno – L’infinito, il divino e la libertà del pensiero

Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548 con il nome di Filippo Bruno. A diciassette anni entrò nel convento domenicano di San Domenico Maggiore a Napoli, assumendo il nome di Giordano. La sua formazione fu quindi profondamente cristiana, teologica e filosofica, ma già negli anni trascorsi nell’ordine domenicano manifestò un’indipendenza di pensiero difficilmente conciliabile con l’ortodossia religiosa del tempo. Sospettato di eresia, nel 1576 lasciò l’ambiente conventuale e iniziò una lunga peregrinazione attraverso l’Europa che lo condusse a Ginevra, Tolosa, Parigi, Londra, Oxford, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Francoforte e infine nuovamente in Italia.
Bruno fu una personalità difficilmente classificabile. Fu filosofo, scrittore, studioso dell’arte della memoria, cosmologo, conoscitore della tradizione ermetica e pensatore religioso. Non appartenne stabilmente a nessuna delle grandi confessioni cristiane che si contendevano l’Europa del Cinquecento. Entrò in conflitto con il cattolicesimo, ma ebbe problemi anche negli ambienti calvinisti e luterani. La sua ricerca tendeva continuamente a oltrepassare i sistemi costituiti e le autorità che pretendevano di stabilire definitivamente i confini entro i quali fosse lecito pensare. Uno dei punti fondamentali del suo pensiero è l’infinità dell’universo. Bruno accoglie la rivoluzione cosmologica iniziata da Copernico, ma la conduce molto oltre Copernico stesso. Non considera il sistema solare come il centro privilegiato di un cosmo finito: pensa a un universo infinito, popolato da innumerevoli mondi. Le stelle che vediamo nel cielo sono altri soli e possono esistere innumerevoli terre e mondi. Cade così l’antica rappresentazione di un universo chiuso e gerarchicamente ordinato intorno alla Terra. L’essere umano non occupa più il centro fisico del cosmo.
Ma l’infinito di Bruno non è soltanto una concezione astronomica. Dietro la sua cosmologia esiste una visione metafisica: a un principio infinito non può corrispondere una manifestazione meschina e limitata. L’infinità dell’universo esprime l’infinita potenza del principio divino. Dio non è semplicemente un essere collocato fuori dal mondo che, dall’esterno, fabbrica l’universo. Il divino è intimamente presente nella natura e nella vita. La filosofia bruniana parte dall’intuizione dell’unità e infinità del tutto, nella quale l’Uno si manifesta nella molteplicità delle forme. È qui che il pensiero di Bruno assume una straordinaria profondità spirituale. La molteplicità non distrugge l’unità e, nello stesso tempo, l’unità non distrugge la molteplicità. Dietro l’infinita varietà delle forme esiste un principio unitario che le attraversa e le sostiene. L’Uno non si oppone al molteplice, ma si manifesta attraverso di esso. Per questo la conoscenza autentica non consiste soltanto nell’analizzare separatamente le cose, ma nel riuscire a cogliere l’Uno nella molteplicità. La natura stessa diventa manifestazione del divino: non un oggetto morto contrapposto allo spirito, ma una realtà vivente attraversata da un principio universale.
È interessante riconoscere qui una profonda consonanza con Sri Aurobindo, pur nella diversità storica e filosofica dei due pensieri. Per Sri Aurobindo l’Uno e i Molti non sono realtà contrapposte: l’Uno si manifesta nella molteplicità senza perdere la propria unità e la realizzazione dell’Unità non comporta l’abolizione delle differenze. Nella visione del Purna Yoga, la perfezione non consiste dunque nel dissolvere il molteplice nell’Uno, ma nel realizzare una molteplicità consapevole della propria originaria unità. È questo un punto fondamentale che distingue il Purna Yoga da quelle concezioni spirituali nelle quali il termine ultimo consiste nel riassorbimento del molteplice nell’Uno: per Sri Aurobindo, l’Uno può diventare i Molti senza disperdersi nella molteplicità e i Molti possono ritrovare l’Uno senza perdere necessariamente la propria differenziazione. Ne La Vita Divina, questa compresenza dell’unità e della molteplicità appartiene alla stessa natura del Brahman: l’Uno è nei Molti e i Molti sono nell’Uno.
Da questa concezione deriva anche il particolare significato che assume in Bruno la ricerca interiore. Negli Eroici furori egli parla del movimento verso il “profondo della mente” e del “venir al più intimo di sé”, considerando Dio come intimamente presente nell’essere. Il movimento spirituale possiede quindi una direzione apparentemente paradossale: per andare verso l’alto occorre andare verso il profondo. L’ascesa non è semplicemente un movimento verso un cielo esteriore; comporta una penetrazione nell’interiorità. Nel fondo dell’essere Bruno incontra ciò che definisce “anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze”.
Un altro elemento essenziale è il furore eroico. Il termine “furore” non indica una perdita irrazionale di controllo, ma l’impulso ardente che spinge l’essere umano verso la verità e verso il divino. In questo impulso ardente verso la verità e il divino possiamo riconoscere un’affinità con ciò che Mère, nel Purna Yoga, chiama “aspirazione”: il movimento profondo dell’essere che si volge verso il Divino e tende alla trasformazione della coscienza. Il filosofo autentico non è per Bruno colui che possiede tranquillamente una dottrina, ma colui che viene attratto da qualcosa che continuamente lo supera. La conoscenza diventa desiderio, tensione, amore. L’essere umano viene trasformato dalla stessa verità che cerca.
È in questo contesto che va compreso anche l’intelletto bruniano. Non coincide semplicemente con la mente razionale e discorsiva. La ragione analizza, distingue, confronta; l’intelletto tende invece a cogliere l’unità che attraversa la molteplicità. Quando Bruno parla di coloro che “veggono più che ordinariamente”, emerge l’idea di un ampliamento della capacità di vedere: la ricerca della verità modifica il modo stesso con cui l’essere umano percepisce la realtà. Non si tratta soltanto di sapere di più, ma di vedere diversamente.
La vicenda personale di Bruno diventò drammatica quando nel 1591 decise di tornare in Italia. Accettò l’invito del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, interessato alle sue conoscenze nell’arte della memoria e probabilmente anche alla magia. Il rapporto fra i due degenerò e nel maggio 1592 Mocenigo denunciò Bruno all’Inquisizione veneziana. Il filosofo venne arrestato e interrogato. All’inizio del 1593 fu trasferito nelle carceri del Sant’Uffizio a Roma.
Cominciò così un lunghissimo processo che durò circa sette anni. È importante evitare una semplificazione frequente: Bruno non fu condannato semplicemente perché sosteneva la teoria copernicana o l’infinità dell’universo. Il procedimento riguardò un insieme assai più vasto di posizioni filosofiche e soprattutto teologiche. Tra le accuse documentate figuravano la pluralità dei mondi e questioni riguardanti l’anima, la transustanziazione, Cristo, le Scritture e altre dottrine cristiane fondamentali. Una parte importante della documentazione del processo è andata perduta, perciò non possediamo integralmente tutti gli atti e dobbiamo essere prudenti quando ricostruiamo le precise ragioni della condanna.
Il punto decisivo fu il rifiuto finale di Bruno di rinnegare ciò che considerava essenziale alla propria ricerca filosofica. Durante il processo ebbe esitazioni e in alcuni momenti si mostrò disposto all’abiura; sarebbe quindi inesatto trasformarlo retrospettivamente in un uomo che per sette anni non ebbe mai alcun dubbio o tentennamento. Ma nella fase conclusiva tornò sulle proprie concessioni e rifiutò la ritrattazione richiesta. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII ordinò che fosse emanata la sentenza e l’8 febbraio Bruno fu dichiarato eretico impenitente, pertinace e ostinato, espulso dalla Chiesa e consegnato all’autorità secolare. Anche i suoi libri furono condannati.
Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno fu condotto a Campo de’ Fiori, a Roma, e bruciato vivo. La documentazione tramanda la celebre risposta pronunciata dopo la lettura della sentenza, secondo la quale i giudici forse provavano più timore nel pronunciarla di quanto egli ne provasse nel riceverla.
La morte di Bruno è divenuta nei secoli uno dei grandi simboli della libertà di pensiero contro l’imposizione dogmatica. Tuttavia la sua grandezza non dovrebbe essere ridotta soltanto al martirio. Bruno è importante soprattutto per ciò che cercò di pensare: un universo senza confini, una natura vivente, una molteplicità infinita attraversata dall’Uno, un divino intimamente presente nell’essere e un uomo chiamato a oltrepassare i limiti della propria visione ordinaria. La storiografia contemporanea invita infatti a non lasciare che il mito del martire oscuri la complessità e l’originalità della sua filosofia.
Da questo punto di vista esiste un filo profondo che unisce la sua cosmologia alla sua ricerca spirituale. Bruno spezza il confine dell’universo esteriore e, contemporaneamente, invita a spezzare i confini della coscienza ordinaria. L’infinito fuori di noi e la profondità dentro di noi appartengono alla medesima ricerca dell’Uno. L’uomo non raggiunge il divino fuggendo dal mondo, ma imparando a riconoscere nella natura, nella vita e nel più intimo di sé la presenza di ciò che Bruno chiamava “anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze”.
È forse questo il nucleo più attuale della sua eredità: non accontentarsi di ciò che appare, non consegnare ad altri la responsabilità della propria ricerca e avere il coraggio di spingersi oltre i confini del pensiero già stabilito. Per Bruno la verità non è un possesso rassicurante. È un infinito verso il quale ci si muove. E il prezzo che egli pagò per difendere la libertà di questo movimento fu la propria vita.
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📚 Pagina in costruzione…continua…
Questo percorso continuerà ad arricchirsi con nuove pagine dedicate a filosofi, mistici e ricercatori, offrendo prospettive e testimonianze sempre nuove sulla conoscenza dell’essere umano e della coscienza.
A presto… e buon cammino!