Universo reichiano

La vera spiritualità cresce in un corpo gioioso
Il titolo di questo articolo potrebbe sembrare portarci lontano dall’universo reichiano e dal lavoro psicocorporeo attraversato fin qui. In realtà vorrei partire proprio da questa apparente distanza. Che rapporto può esserci tra il lavoro sul corpo e la ricerca spirituale? E soprattutto, è possibile parlare di spiritualità prescindendo dalla nostra struttura caratteriale, dalle difese che abbiamo costruito, dalle ferite che portiamo con noi e dalla nostra capacità di sentire?
Sono domande che nel tempo sono diventate per me sempre più importanti. Il corpo non è qualcosa da oltrepassare per accedere a una dimensione spirituale, così come il lavoro psicologico non è un territorio separato dalla ricerca interiore. È proprio dall’incontro tra queste dimensioni che nasce la riflessione che segue.
Vi propongo qui la trascrizione, rielaborata in forma di articolo, di una mia conferenza del 2020 presso IPSO Bioenergetica. Chi desidera ascoltarla nella sua forma originale può trovare il video completo nella playlist “Interviste e conferenze” presente sul sito.

LA VERA SPIRITUALITÀ CRESCE IN UN CORPO GIOIOSO
Tratto dalla conferenza di Roberto Maria Sassone, 2020, presso IPSO Bioenergetica
Diversi anni fa avevo una grande facilità a parlare di spiritualità. Mi sembrava di conoscerla abbastanza bene e, in qualche modo, pensavo persino di cominciare a esserne un esperto. Con il passare degli anni è accaduto esattamente il contrario. Quello che credevo di avere compreso si è progressivamente vanificato e parlare di spiritualità mi è diventato molto più difficile. Forse perché ho cominciato a comprendere che la spiritualità esiste veramente soltanto quando smette di essere un concetto e comincia, anche molto semplicemente, a diventare un’esperienza. A quel punto diventa persino difficile parlarne, perché sarebbe più importante riuscire a trasmetterne qualcosa.
Credo che arrivi anche un momento in cui non ci si pone più tanto il problema di che cosa sia la spiritualità. Non è una cosa da raggiungere e non è qualcosa che dobbiamo aggiungere a ciò che siamo. Può diventare piuttosto una condizione di estrema semplicità del vivere, nella quale cominciamo finalmente ad accorgerci di ciò che abbiamo davanti. Molto spesso non vediamo più quello che ci circonda perché siamo continuamente occupati dai nostri pensieri, dalle preoccupazioni, dalle cose che dobbiamo fare. E così possiamo passare davanti alla bellezza senza vederla. La vita è presente, ma noi siamo altrove. Forse allora, prima ancora di domandarci che cosa sia un corpo gioioso, dovremmo domandarci che cosa ci impedisce di esserlo.
Uno dei primi ostacoli è certamente il modo in cui la nostra mente interpreta continuamente la realtà. Io considero la mente una forma del corpo, un suo modo di funzionare, e questa mente diventa una sorta di griglia attraverso la quale passa la nostra esperienza. Interpretiamo ciò che accade sulla base della nostra educazione, dei condizionamenti, delle esperienze e dei traumi che abbiamo vissuto. In questo modo rischiamo di non entrare veramente in contatto con la vita, ma con l’immagine che ci siamo costruiti della vita. E diventa difficile provare piacere e gioia se quello che stiamo vivendo viene continuamente filtrato da ciò che pensiamo, immaginiamo, temiamo o ci raccontiamo.
Il corpo, da questo punto di vista, può diventare un maestro straordinario. Nelle antiche pratiche meditative il corpo viene esplorato attraverso l’attenzione, dalla testa fino ai piedi. Non è molto diverso, nella sua essenza, da ciò che oggi conosciamo attraverso alcune pratiche di consapevolezza e attraverso il body scan. Il punto importante è che l’attenzione ritorna al corpo reale, al corpo che esiste in questo momento, e non al corpo che immaginiamo o pensiamo.
Ma proprio quando torniamo al corpo incontriamo inevitabilmente anche la nostra storia, perché il corpo non è separato da ciò che abbiamo vissuto. È qui che il discorso sulla spiritualità incontra necessariamente quello della struttura caratteriale e della corazza.
Quando parlo di corazza non mi riferisco semplicemente alla tensione dei muscoli. La corazza riguarda l’intero individuo. È mentale, emotiva, muscolare, istintuale e coinvolge, potremmo dire, tutto il biosistema. Quando questo sistema comincia a funzionare prevalentemente sulla paura si irrigidisce e si difende. Il problema è che questa difesa può continuare anche quando il pericolo non esiste più. L’esperienza rimane impressa nel corpo e può mantenere uno stato di allarme alimentato continuamente dai pensieri, dalle rappresentazioni e dai timori per ciò che potrebbe accadere. Ed è proprio qui che credo sia necessario fare molta attenzione quando parliamo di spiritualità.
Possiamo costruire anche una spiritualità della corazza. Possiamo cioè vivere la spiritualità fuori di noi, come fantasia, immaginazione, suggestione o tentativo di assomigliare all’immagine che abbiamo costruito della persona spirituale. Possiamo imparare un linguaggio spirituale, conoscere delle dottrine, meditare per molti anni e continuare tuttavia a essere profondamente separati dal nostro sentire.
Se mente e corpo rimangono separati, la spiritualità rischia di diventare un fenomeno prevalentemente intellettuale. E credo che questo sia uno dei punti nei quali la bioenergetica e il lavoro psicologico possano offrire un contributo fondamentale. Non possiamo pensare di lasciare irrisolte le nostre ferite, le nostre paure, le esperienze di abbandono, le contrazioni e le difese che abbiamo costruito e utilizzare la meditazione per diventare, in qualche modo, “spirituali”. Non sarebbe trasformazione, ma potrebbe diventare un’altra maniera di non entrare in contatto con noi stessi.
Il lavoro psicologico non è quindi qualcosa che precede la spiritualità soltanto perché prima dobbiamo “aggiustarci”. È qualcosa di molto più profondo. Significa conoscere il modo in cui ci siamo strutturati, entrare in contatto con le nostre ferite, comprendere le nostre difese e permettere progressivamente al nostro sistema di diventare meno rigido. Il cuore non può essere semplicemente lasciato da parte mentre cerchiamo attraverso la meditazione degli stati di coscienza differenti. La nostra sofferenza, la paura, la gelosia, il bisogno, l’abbandono fanno parte del materiale umano attraverso il quale passa necessariamente il nostro percorso. Il corpo stesso porta le tracce di questo materiale sotto forma di tensioni e contrazioni che possono diventare estremamente profonde.
Per questo credo che una spiritualità incarnata non possa avere paura della psicologia. E, allo stesso modo, una psicologia che lavora profondamente con il corpo può arrivare a incontrare territori che non sono più facilmente separabili dalla ricerca interiore.
Il punto non è liberarsi dalla nostra umanità per accedere a qualcos’altro. È forse esattamente il contrario: entrare così profondamente nella nostra umanità da non avere più bisogno di separare il corpo dallo spirito, la materia dalla coscienza, il sentire dalla comprensione.
Quando comincia ad aprirsi uno spazio di silenzio, anche per pochi istanti, può accadere qualcosa di molto semplice e nello stesso tempo molto profondo. Per un momento non abbiamo bisogno di aggrapparci a un pensiero, a un’emozione o persino alla sensazione del corpo per sapere di esistere. Possiamo cominciare a percepire uno spazio di presenza che non dipende dai contenuti che continuamente attraversano la nostra coscienza. E progressivamente ciò che chiamiamo corpo, emozioni e mente può essere vissuto non più come qualcosa che ci imprigiona, ma come la forma concreta attraverso cui la coscienza sperimenta la vita. Questo cambia anche il significato che attribuiamo alla libertà. Essere liberi non significa poter fare tutto quello che vogliamo e neppure non provare più dolore, paura o tristezza. La libertà può essere qualcosa di molto più radicale: riuscire a stare pienamente in una situazione della vita, anche dolorosa, senza esserne completamente fagocitati. Posso vivere il dolore senza diventare soltanto quel dolore. Posso attraversare la paura senza diventare soltanto quella paura. Posso sentire la tristezza senza perdere completamente quello spazio di presenza che mi permette di esserci mentre la sto vivendo.
È qui che la meditazione acquista, secondo me, il suo significato più profondo e può incontrare il lavoro sul corpo. La consapevolezza non serve ad allontanarci dall’esperienza, ma esattamente al contrario: a essere pienamente nell’esperienza di ciò che c’è. Nelle pratiche di consapevolezza possiamo riconoscere tre aspetti strettamente collegati. Il primo è la presenza. La semplice attenzione al respiro ci riporta al corpo, ma al corpo di adesso, non a quello fantasticato. Gradualmente la turbolenza mentale ed emotiva può acquietarsi e possiamo cominciare a vedere con maggiore chiarezza ciò che sta accadendo. Da questa presenza può nascere una forma di saggezza, intesa non come sapere intellettuale, ma come capacità di vedere, sentire, comprendere e stare nell’esperienza. Ma nemmeno questo è sufficiente. La comprensione da sola non trasforma se manca un terzo elemento: l’accoglienza, la compassione, quella qualità del cuore che permette a ciò che vediamo di essere realmente incontrato.
Presenza, comprensione e cuore non sono quindi tre esercizi separati. Sono aspetti di uno stesso processo nel quale possiamo progressivamente imparare a stare in ciò che c’è. Posso stare nel dolore. Posso stare nella paura. E, cosa che può sembrare più strana, posso imparare anche a stare nella gioia.
Perché non è affatto scontato che sappiamo essere gioiosi. Anche la gioia può farci paura. Anche davanti all’espansione possiamo contrarci e tornare rapidamente dentro una forma conosciuta. Essere capaci di stare nella gioia significa forse recuperare qualcosa che abbiamo perduto, ma non si tratta di tornare all’innocenza inconsapevole del bambino. È un’innocenza diversa, che passa attraverso la conoscenza di noi stessi, della nostra storia e delle nostre ferite. È il recupero del libero flusso del movimento vitale.
Ed è forse proprio qui che possiamo comprendere che cosa significa dire che la spiritualità cresce su un corpo gioioso. Non significa avere un corpo sempre rilassato, non soffrire più o vivere permanentemente in uno stato di piacere. Un corpo gioioso è, forse, un corpo che progressivamente recupera la possibilità di muoversi con la vita, di sentire, di aprirsi, di contrarsi quando è necessario e poi tornare ad aprirsi, senza rimanere imprigionato per sempre nelle proprie difese.
La spiritualità, allora, non viene aggiunta al corpo. Non arriva dall’esterno e non serve a portarci altrove. Può cominciare a manifestarsi proprio quando il corpo, il cuore e la mente diventano progressivamente meno separati e la nostra struttura diventa abbastanza libera da permettere alla vita di attraversarla.
Forse il corpo gioioso è proprio questo: non un corpo dal quale abbiamo eliminato la paura, il dolore e la fragilità, ma un corpo che può contenerli senza perdere completamente la propria capacità di sentire, di amare, di aprirsi e di tornare alla vita. E forse è su un corpo così, profondamente umano, che può realmente cominciare a crescere qualcosa che possiamo chiamare spiritualità.

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