Universo reichiano

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Genovino Ferri – Il Modello Post – Reichiano –

di Roberto Maria Sassone

Tra i più autorevoli esponenti contemporanei dell’Analisi Reichiana, il dott. Genovino Ferri occupa un posto di particolare rilievo. Psichiatra, psicoterapeuta e allievo diretto di Federico Navarro, è presidente della SIAR (Società Italiana di Analisi Reichiana). Nel corso della sua attività clinica, didattica e scientifica ha contribuito in modo significativo allo sviluppo e all’approfondimento dell’Analisi Reichiana, proseguendo il percorso inaugurato da Wilhelm Reich e successivamente sviluppato da Federico Navarro. Il suo contributo più originale consiste nell’elaborazione del modello post-reichiano della SIAR, che integra la tradizione reichiana con le più recenti acquisizioni della psicologia dello sviluppo, delle neuroscienze e della teoria dell’attaccamento, proponendo una lettura evolutiva del carattere e della relazione terapeutica. Tra le sue opere più rappresentative desidero ricordare Carattere e Psicopatologia, scritto con Giuseppe Cimini, nel quale approfondisce il rapporto tra organizzazione caratteriale e sofferenza psicopatologica; Il Corpo sa, che raccoglie esperienze cliniche e di supervisione evidenziando come il corpo conservi la memoria della storia personale; e Il Tempo nel Corpo, nel quale sviluppa il tema del tempo evolutivo dell’individuo e del suo significato nella struttura caratteriale e nel processo terapeutico. Tradotti in diverse lingue, questi testi rappresentano oggi un importante riferimento per la formazione degli psicoterapeuti corporei e per l’evoluzione dell’Analisi Reichiana contemporanea. Ho scelto di dedicare uno spazio al lavoro di Genovino Ferri perché ritengo che rappresenti una delle espressioni più autorevoli dell’Analisi Reichiana contemporanea. I suoi studi testimoniano come il pensiero di Wilhelm Reich continui a evolversi attraverso il confronto con la ricerca scientifica, mantenendo viva una tradizione clinica che ancora oggi offre strumenti preziosi per comprendere la persona nella sua globalità.

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MALCOLM BROWN E LA PSICOTERAPIA ORGANISMICA

Dal pensiero di Wilhelm Reich al contatto terapeutico
Malcolm Brown è stato uno dei protagonisti dello sviluppo della psicoterapia corporea nella seconda metà del Novecento e il fondatore della Psicoterapia Organismica. La sua collocazione all’interno dell’universo reichiano è particolare: Brown non fu un continuatore ortodosso di Wilhelm Reich, come lo fu maggiormente Elsworth F. Baker, ma appartiene a quella generazione di terapeuti che accolsero alcune delle intuizioni fondamentali di Reich e le fecero incontrare con altre correnti della psicologia e della psicoterapia.
La sua ricerca nasce infatti dall’idea, profondamente reichiana, che l’essere umano non possa essere realmente compreso separando la mente dal corpo. Le difese psicologiche non esistono soltanto nei pensieri e nei comportamenti: vengono organizzate nell’intero organismo, nella respirazione, nel tono muscolare, nella postura, nel movimento, nello sguardo e nella capacità di entrare in contatto con un’altra persona.
Ma Brown sviluppò questa intuizione in una direzione originale.
° LA FORMAZIONE E L’INCONTRO CON LA PSICOTERAPIA CORPOREA
Brown era uno psicologo clinico americano. Il suo interesse per la psicoterapia corporea maturò soprattutto negli anni Sessanta. Nel 1964 iniziò a lavorare a Londra nell’ambito della psicoterapia corporea, organizzando e conducendo programmi di formazione come collega di Alexander Lowen, fondatore dell’Analisi Bioenergetica.
Questo passaggio è importante per comprendere la sua evoluzione. Brown entra infatti nel mondo reichiano non attraverso l’ortodossia orgonomica americana, ma attraverso quella grande corrente di sviluppo della psicoterapia corporea che, partendo da Reich, stava elaborando nuove modalità di intervento.
Nel 1969 ritornò negli Stati Uniti e fondò il Berkeley Institute of Body Psychotherapy, in California.
Successivamente il suo lavoro si sviluppò soprattutto in Europa. Dal 1975 diresse, insieme alla moglie e collaboratrice Katherine Ennis Brown, l’European Institute of Organismic Psychotherapy, formando nel corso degli anni numerosi psicoterapeuti europei.
Brown partecipò inoltre allo sviluppo istituzionale della psicoterapia corporea europea e fu tra i fondatori della European Association for Body Psychotherapy.
° LE GRANDI INFLUENZE DEL SUO PENSIERO
La Psicoterapia Organismica nasce dall’incontro di differenti tradizioni.
Wilhelm Reich rimane uno dei riferimenti fondamentali, soprattutto per la concezione della corazza, dell’energia vitale e dell’identità funzionale tra processi psichici e corporei.
Alexander Lowen contribuì attraverso il lavoro bioenergetico e l’attenzione al grounding, alla respirazione, alla postura e alla mobilizzazione corporea.
Ma Brown andò oltre l’orizzonte strettamente reichiano.
Fu profondamente influenzato dalla concezione organismica del neurologo e psichiatra Kurt Goldstein. L’organismo, per Goldstein, non può essere realmente compreso come una somma di parti separate: costituisce una totalità organizzata che tende continuamente a ristabilire il proprio equilibrio e a realizzare le proprie possibilità. A questa concezione Brown affiancò l’influenza della psicologia umanistica di Carl Rogers e Abraham Maslow, la psicologia analitica di Carl Gustav Jung e il pensiero di Erich Neumann. Anche D.H. Lawrence rappresentò per lui un importante riferimento nella riflessione sulla vitalità, sul corpo e sulla sessualità. Ne nacque progressivamente una psicoterapia che non cercava semplicemente di eliminare il sintomo o di “rompere” la corazza, ma di creare le condizioni attraverso le quali le capacità profonde di autoregolazione dell’organismo potessero nuovamente manifestarsi.
° L’ORGANISMO SA QUALCOSA CHE L’IO NON SA
Questo è forse uno degli aspetti più belli del pensiero di Brown.
L’organismo possiede, secondo lui, capacità intuitive e autocurative che non coincidono con il controllo cosciente dell’Io. Il terapeuta non dovrebbe quindi imporre dall’esterno una trasformazione al paziente, ma creare le condizioni affinché possa emergere un processo interno di riorganizzazione.
Il paziente non è un oggetto sul quale il terapeuta applica una tecnica. È un organismo vivente che possiede una propria direzione, una propria saggezza e una propria capacità di autoregolazione. Da questo punto di vista Brown si avvicina molto alla concezione centrata sulla persona di Carl Rogers. Il terapeuta non è colui che “sa” che cosa deve diventare il paziente. È colui che accompagna e facilita un processo attraverso il quale la persona può ritrovare progressivamente il contatto con se stessa.
° LA CORAZZA NON DEVE ESSERE SEMPLICEMENTE SPEZZATA
Qui troviamo una differenza importante rispetto ad alcune interpretazioni del lavoro reichiano e neo-reichiano. Se la corazza si è formata, significa che l’organismo ne ha avuto bisogno.
È stata una risposta a determinate condizioni della vita e della relazione. Ha protetto qualcosa che, in un certo momento dello sviluppo, non poteva essere vissuto diversamente. Per questo non basta aggredire la tensione muscolare o provocare una scarica emozionale. La corazza deve essere ascoltata.
Bisogna comprendere quale funzione abbia avuto e che cosa protegga.
Il lavoro corporeo di Brown può certamente mobilizzare il corpo, intensificare la respirazione, favorire l’espressione emozionale e utilizzare posizioni capaci di mettere in evidenza determinate difese. Ma accanto a questa modalità attiva esiste un’altra dimensione, altrettanto importante e forse ancora più caratteristica del suo approccio: il contatto nutritivo.
° IL CONTATTO NUTRITIVO
Il contatto corporeo assume in Brown un significato terapeutico particolare.
Non serve necessariamente a mobilizzare, provocare o sciogliere direttamente una tensione. Può semplicemente offrire all’organismo un’esperienza di presenza, sostegno e sicurezza.
Brown sviluppò ampiamente l’utilizzazione di un contatto diretto e anche immobile. Le mani del terapeuta possono rimanere appoggiate sul corpo senza cercare immediatamente di produrre qualcosa. Questa apparente immobilità può diventare profondamente attiva sul piano organismico.
Il paziente può progressivamente percepire parti del proprio corpo dalle quali si era dissociato, lasciar emergere emozioni antiche, sperimentare una qualità di sostegno precedentemente sconosciuta e permettere a tensioni profonde di modificarsi senza che il terapeuta cerchi deliberatamente di forzarle.
Il contatto diventa così una forma di relazione. Non si tratta semplicemente di “toccare il corpo”, ma di entrare in contatto con la persona attraverso il corpo.
È una differenza fondamentale. In alcune situazioni il bisogno più profondo dell’organismo non è quello di scaricare energia, ma quello di poter finalmente essere accolto, sostenuto e sentito.
° LA MOBILIZZAZIONE E IL NUTRIMENTO
Brown distingue quindi, nella pratica terapeutica, due grandi possibilità complementari. Da una parte vi è la mobilizzazione: il terapeuta può aiutare il paziente a entrare maggiormente in contatto con l’energia, il movimento, l’espressione, l’aggressività, il desiderio e le emozioni trattenute.
Dall’altra vi è il nutrimento: la possibilità di ricevere sostegno, presenza, contatto e accoglienza. Una persona può aver bisogno di ritrovare la propria forza e imparare a esprimerla; un’altra può aver bisogno di sperimentare che può abbandonare temporaneamente il controllo senza essere invasa o abbandonata.
E spesso entrambe le esigenze convivono nella stessa persona.
° VERTICAL GROUNDING E HORIZONTAL GROUNDING
Brown approfondì anche una distinzione particolarmente interessante tra grounding verticale e grounding orizzontale. Il grounding verticale, sviluppato soprattutto nella tradizione bioenergetica, riguarda la capacità di stare sulle proprie gambe, sentire il terreno, sostenere il proprio peso e affrontare il mondo da una posizione adulta e autonoma. È il grounding dello stare in piedi.
Ma Brown osservò che esiste anche un’altra forma di radicamento: il grounding orizzontale. Quando siamo distesi non dobbiamo più sostenere il nostro corpo contro la gravità. Possiamo affidarci al terreno, lasciarci sostenere, diminuire il controllo volontario. Se il grounding verticale richiama maggiormente autonomia, affermazione e capacità di stare nel mondo, quello orizzontale può mettere in contatto con dimensioni più profonde di abbandono, fiducia, ricettività e bisogno di sostegno. Brown considerò entrambe necessarie.
° I QUATTRO CENTRI DELL’ESSERE
Una delle elaborazioni più originali della Psicoterapia Organismica riguarda quelli che Brown chiamò quattro “Being Centers”, quattro Centri dell’Essere.
Non devono essere intesi semplicemente come strutture anatomiche. Sono organizzazioni funzionali e simboliche nelle quali corpo, emozione, relazione e dimensione psichica si incontrano.
Il centro Agape-Eros, localizzato prevalentemente nella parte anteriore superiore del corpo, riguarda l’apertura verso l’altro, la capacità di amare, ricevere amore e stabilire una relazione affettiva profonda.
Il centro Hara, collegato alla regione addominale, riguarda maggiormente il rapporto con se stessi, il senso di esistenza interiore, l’autonutrimento e la capacità di trovare una quiete profonda dentro di sé.
Il centro Logos, collegato alla parte dorsale superiore, riguarda la conoscenza intuitiva, la capacità di comprendere oltre il pensiero puramente razionale e l’apertura verso dimensioni più profonde della psiche.
Infine, il centro del Guerriero Spirituale, collegato soprattutto alla parte inferiore della schiena e agli arti, riguarda la determinazione, la capacità di agire, perseverare, assumersi una direzione e portarla nel mondo.
Con questa concezione Brown introduce esplicitamente nella psicoterapia corporea una dimensione che potremmo definire spirituale, pur senza trasformare la psicoterapia in una pratica religiosa.
° CORPO, ANIMA E DIMENSIONE SPIRITUALE
Questo è probabilmente uno dei punti nei quali Brown si allontana maggiormente dal Reich più strettamente clinico. Per Brown l’essere umano non è soltanto un organismo che deve recuperare la propria capacità di pulsazione e di autoregolazione. Esiste una dimensione della persona che riguarda il significato, l’intuizione, l’amore, la vocazione, la creatività e la trascendenza.
Nel suo linguaggio compare infatti l’espressione “embodied soul”, anima incarnata. È un’espressione importante. L’anima non viene concepita come qualcosa che deve liberarsi dal corpo. È un’anima incarnata, che si manifesta attraverso il corpo e la relazione.
La dimensione spirituale non richiede quindi di abbandonare il corpo, ma di abitarlo più profondamente. Da questo punto di vista Brown costruisce un ponte originale tra Reich e Jung: da Reich conserva la concretezza corporea e la comprensione delle difese; da Jung accoglie la profondità simbolica della psiche e l’idea che nell’essere umano esistano possibilità di sviluppo che oltrepassano l’adattamento dell’Io.
° IL VERO SÉ E IL FALSO SÉ
Nella Psicoterapia Organismica assume progressivamente importanza anche la distinzione tra un vero Sé e un falso Sé. Il falso Sé è costituito dalle modalità difensive attraverso le quali la persona ha imparato ad adattarsi, controllarsi e ottenere sicurezza. Non è semplicemente qualcosa di negativo: anche qui si tratta di una costruzione che ha avuto una funzione nella storia dell’individuo.
Il problema nasce quando questa costruzione diventa così dominante da impedire alla persona di sentire ciò che realmente desidera, ama e percepisce.
La psicoterapia cerca allora di creare le condizioni affinché emerga una modalità di essere più autentica, meno determinata dalle strategie difensive e maggiormente collegata ai bisogni profondi dell’organismo.
° IL RAPPORTO CON REICH
Malcolm Brown rimane dunque un autore reichiano, ma non può essere considerato un reichiano ortodosso. Da Reich eredita alcuni principi fondamentali: l’unità funzionale corpo-psiche, la centralità della corazza, l’importanza della respirazione e dell’espressione corporea, la concezione energetica dell’organismo e la convinzione che la nevrosi non sia soltanto un fenomeno mentale.
Ma Brown modifica profondamente il modo di lavorare con questi principi.
La terapia non è orientata soltanto verso la dissoluzione della corazza e il recupero della pulsazione energetica. Diventa anche relazione, nutrimento, contatto, autoregolazione, ricerca del vero Sé e apertura alle potenzialità superiori della persona. Per questo Brown appartiene a quella grande seconda generazione della psicoterapia corporea che, partendo da Reich, ha progressivamente ampliato il campo.
° IL CONTRIBUTO DI KATHERINE ENNIS BROWN
Non si può parlare della maturità della Psicoterapia Organismica senza ricordare Katherine Ennis Brown, moglie e collaboratrice di Malcolm.
Katherine contribuì in modo importante allo sviluppo clinico del metodo, portandovi anche l’influenza della Sensory Awareness di Charlotte Selver e approfondendo in particolare il rapporto tra corpo e Ombra nella prospettiva junghiana. Il loro lavoro comune contribuì a fare della Psicoterapia Organismica una sintesi originale tra psicologia corporea, psicologia umanistica e psicologia del profondo.
° L’OPERA PRINCIPALE
Il testo fondamentale di Malcolm Brown è The Healing Touch: An Introduction to Organismic Psychotherapy, pubblicato negli Stati Uniti nel 1990.
L’opera è stata pubblicata anche in italiano con il titolo Il contatto terapeutico. Introduzione alla psicoterapia organismica.
Il titolo esprime perfettamente il cuore del suo pensiero: il contatto può diventare terapeutico quando non è una manipolazione del corpo dell’altro, ma un incontro nel quale l’organismo può progressivamente ritrovare la propria capacità di sentire, autoregolarsi e trasformarsi. Brown pubblicò successivamente anche scritti autobiografici e riflessioni sulla psicoterapia corporea e sulla propria esperienza professionale tra Stati Uniti ed Europa.
° L’EREDITÀ DI MALCOLM BROWN
Il contributo di Malcolm Brown al movimento reichiano consiste soprattutto nell’aver mostrato che l’intuizione di Reich poteva evolvere senza perdere il proprio nucleo fondamentale; il corpo non è soltanto il luogo nel quale la nevrosi lascia le proprie tracce. È anche il luogo attraverso il quale la persona può ritrovare il contatto con se stessa. La terapia corporea non deve necessariamente “fare” qualcosa al corpo. Può anche ascoltarlo, sostenerlo e permettergli di manifestare ciò che possiede già implicitamente.
Ed è forse proprio qui che si trova la particolare originalità di Brown. Se una parte della tradizione reichiana ha insistito soprattutto sulla liberazione dell’energia imprigionata nella corazza, Brown ha aggiunto una domanda altrettanto importante: che cosa accade quando l’organismo, invece di essere spinto a liberarsi, incontra finalmente qualcuno capace di sostenerlo abbastanza da permettergli di lasciarsi andare? Da questa domanda nasce il suo “contatto terapeutico”.
E attraverso questa concezione Malcolm Brown ha contribuito a trasformare l’eredità reichiana, portandola verso una psicoterapia nella quale corpo, emozione, relazione, autoregolazione e dimensione profonda dell’essere umano possono essere considerate parti inseparabili di un unico processo.

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