
Universo Reichiano
Wilhelm Reich è stato medico, psichiatra, psicoanalista e uno dei grandi innovatori della psicoterapia del Novecento. La sua ricerca, iniziata nell’ambito della psicoanalisi, si è progressivamente estesa allo studio del carattere, del corpo, delle emozioni, della sessualità e dei processi energetici dell’organismo, fino alle ricerche dell’ultima parte della sua vita sull’energia orgonica.
In questa sezione ho scelto di dedicare ampio spazio alla sua figura e alla sua opera, ripercorrendone innanzitutto la vita e seguendo, passo dopo passo, l’evoluzione della sua ricerca. Verranno approfonditi l’Analisi del Carattere, il concetto di corazza caratteriale e muscolare, la Vegetoterapia, la funzione dell’orgasmo, il lavoro sul corpo e sulla respirazione, le correnti vegetative e il progressivo passaggio dalla ricerca sull’energia biologica all’orgonomia.
Uno spazio particolare è dedicato anche alle sue opere, attraverso brani, articoli, video e miei commenti. Alcuni testi, come L’assassinio di Cristo, permettono inoltre di incontrare un Reich meno conosciuto e di aprire una riflessione che oltrepassa l’ambito strettamente clinico, interrogandosi sulla libertà dell’essere umano, sulla repressione della vitalità e sui meccanismi individuali e sociali che ostacolano l’espressione più autentica della vita.
Il mio intento non è soltanto quello di ricostruire il pensiero reichiano, né di sostituirmi alla lettura delle opere originali, ma di accompagnare chi legge nella comprensione di una ricerca complessa, mostrandone lo sviluppo, le intuizioni, le trasformazioni e anche gli aspetti più controversi, mettendola in dialogo, dove possibile, con il percorso della Matrice – La Via della Trasformazione.
Ma l’Universo Reichiano non termina con Wilhelm Reich. La sua ricerca ha dato origine a sviluppi differenti attraverso allievi, collaboratori e autori che ne hanno raccolto, ampliato o reinterpretato l’eredità. Incontreremo quindi progressivamente anche altre figure della psicoterapia corporea e dell’area reichiana, osservando le diverse direzioni nelle quali questo patrimonio si è sviluppato.
Il fine di questa Stanza è dunque quello di offrire una visione ampia dell’universo reichiano: partire da Reich, conoscerne profondamente la ricerca e seguire poi le strade che da essa si sono aperte, conservando come filo conduttore il rapporto tra corpo, carattere, emozioni, energia e coscienza.
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BIOGRAFIA
Wilhelm Reich (1897-1957) è stato medico, psichiatra, psicoanalista e ricercatore, una delle figure più originali, radicali e controverse del Novecento. Nato a Dobzau, allora appartenente all’Impero austro-ungarico, studiò medicina a Vienna e, ancora giovanissimo, entrò nella Società Psicoanalitica di Vienna, diventando uno degli allievi più brillanti di Sigmund Freud.
Il suo contributo alla psicoanalisi fu inizialmente interno al movimento freudiano. Reich si interessò in particolare al problema delle resistenze e comprese progressivamente che il carattere stesso del paziente poteva funzionare come una struttura difensiva. Non erano soltanto singoli sintomi o comportamenti a dover essere analizzati: era l’intero modo di essere della persona, il suo modo abituale di reagire, difendersi, entrare in relazione e contenere le proprie emozioni. Da queste ricerche nacque l’analisi del carattere, uno dei contributi fondamentali di Reich alla psicoterapia. Egli descrisse la “corazza caratteriale” come l’insieme relativamente stabile delle difese attraverso le quali l’individuo cerca di proteggersi da emozioni, conflitti e angosce che non riesce a sostenere pienamente. La sua ricerca compì poi un passaggio decisivo. Reich osservò che la corazza non era soltanto psicologica: si esprimeva anche nel corpo. Contrazioni muscolari croniche, rigidità posturali, limitazioni respiratorie, atteggiamenti corporei e modalità espressive potevano costituire la manifestazione somatica delle stesse difese presenti sul piano psichico. Nacque così quella concezione dell’unità funzionale tra corpo e psiche che avrebbe esercitato una profonda influenza sulle successive psicoterapie corporee.
Reich attribuì inoltre un’importanza centrale alla sessualità e alla capacità dell’organismo di abbandonarsi pienamente al movimento naturale dell’eccitazione e della distensione. Il concetto di “potenza orgastica”, spesso banalizzato o frainteso, non indicava semplicemente la possibilità di avere rapporti sessuali o raggiungere l’orgasmo, ma una più profonda capacità dell’organismo di lasciarsi attraversare dalla propria energia vitale senza che questa venisse continuamente bloccata dalle difese caratteriali e corporee.
La sua ricerca non rimase confinata allo studio dell’individuo. Reich si interrogò sulle condizioni sociali che contribuiscono alla formazione della struttura caratteriale e sulla relazione tra repressione sessuale, autoritarismo e organizzazione politica. Cercò di mettere in dialogo Freud e Marx, psicoanalisi e critica sociale, sviluppando una posizione autonoma che finì per renderlo sempre più scomodo sia all’interno del movimento psicoanalitico sia negli ambienti politici nei quali aveva militato. Fu espulso dal Partito Comunista e, nel 1934, dalla Società Psicoanalitica Internazionale. Con l’ascesa del nazismo e dopo un periodo trascorso in diversi paesi europei, Reich emigrò nel 1939 negli Stati Uniti, quella “libera America” nella quale sperava di poter finalmente proseguire senza persecuzioni le proprie ricerche. Fu proprio negli Stati Uniti, tuttavia, che ebbe inizio l’ultima e più drammatica fase della sua vita.
Nel frattempo Reich aveva progressivamente esteso la propria indagine dal campo psicologico e biologico a quello energetico. Giunse a formulare l’ipotesi dell’esistenza di un’energia vitale universale, che chiamò “energia orgonica”, presente negli organismi viventi e nell’atmosfera. Costruì gli accumulatori di energia orgonica e sviluppò ulteriori ricerche che egli considerava la naturale prosecuzione delle sue precedenti scoperte sull’energia biologica.
Questa parte della sua opera provocò un conflitto sempre più duro con le istituzioni scientifiche e, successivamente, con le autorità statunitensi. Nel 1947 un articolo fortemente critico pubblicato sulla rivista Harper’s contribuì ad attirare l’attenzione della Food and Drug Administration sulle attività di Reich. La FDA avviò una lunga indagine sugli accumulatori orgonici e sulle affermazioni relative ai loro possibili effetti sulla salute.
Nel 1954 un tribunale federale emise un’ingiunzione che proibiva, tra le altre cose, la distribuzione interstatale degli accumulatori orgonici e di materiale relativo al loro uso. Reich rifiutò di riconoscere al tribunale la competenza per pronunciarsi sulla validità di una questione che egli considerava appartenente alla ricerca scientifica. Questa scelta ebbe conseguenze gravissime.
Le autorità federali disposero la distruzione degli accumulatori orgonici e di altro materiale collegato. Ma l’aspetto più inquietante della vicenda riguardò i libri. Nel 1956, su disposizione derivante dall’azione giudiziaria promossa dalla FDA, tonnellate di pubblicazioni di Reich furono distrutte in inceneritori; tra esse vi erano anche opere il cui contenuto non riguardava esclusivamente l’uso medico degli accumulatori orgonici. Libri e scritti furono dunque effettivamente bruciati negli Stati Uniti d’America negli anni Cinquanta. È uno degli episodi più impressionanti della storia culturale americana del Novecento: indipendentemente dal giudizio che si voglia dare delle teorie orgoniche di Reich e della loro validità scientifica, rimane il fatto storico della distruzione ordinata dalle autorità di apparecchiature e pubblicazioni di un ricercatore.
Quando uno dei collaboratori di Reich violò l’ingiunzione trasportando accumulatori attraverso i confini statali, Reich venne accusato di oltraggio alla corte. Processato, fu condannato a due anni di reclusione. Nel marzo del 1957 entrò nel penitenziario federale di Lewisburg, in Pennsylvania.
Wilhelm Reich morì in carcere il 3 novembre 1957, all’età di sessant’anni, per insufficienza cardiaca, pochi giorni prima della data prevista per una possibile liberazione condizionale. La sua vicenda rimane profondamente controversa. È necessario distinguere i diversi periodi della sua ricerca: i contributi di Reich all’analisi del carattere e alla comprensione delle relazioni funzionali tra corpo e psiche hanno avuto una vasta influenza sulla psicoterapia corporea successiva; le sue ipotesi sull’energia orgonica non sono invece state accolte dalla scienza accademica e rimangono oggetto di fortissime contestazioni.
Ma ridurre Reich alle sue teorie più controverse significherebbe perdere la straordinaria continuità della domanda che attraversò tutta la sua vita: che cosa impedisce all’essere umano di vivere pienamente la propria vitalità?
Dalla nevrosi alla corazza caratteriale, dalla corazza muscolare alla sessualità, dall’individuo alla società e infine dalla vita biologica alla sua concezione dell’energia cosmica, Reich continuò instancabilmente a seguire questa domanda, spingendosi ogni volta oltre i confini della disciplina nella quale si trovava. Fu certamente un uomo difficile, radicale, talvolta estremo. Alcune sue conclusioni possono e devono essere discusse criticamente. Ma fu anche un ricercatore che pagò un prezzo altissimo per la propria irriducibile volontà di seguire fino in fondo ciò che riteneva vero.
La sua eredità sopravvive soprattutto nella psicoterapia corporea e in tutte quelle correnti che considerano impossibile separare completamente la vita psichica dal corpo, dalle emozioni, dal respiro e dalla qualità della relazione con l’altro. Al di là delle controversie che ancora accompagnano il suo nome, Wilhelm Reich rimane una delle figure che più radicalmente hanno interrogato il rapporto tra corpo, carattere, energia, libertà e possibilità di trasformazione dell’essere umano.
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Tratto da Wilhelm Reich – Ascolta, Piccolo Uomo –
“Ti chiamano ….Non tu, piccolo uomo, dici questo, ma ESSI (coloro che detengono il potere).
Tu permetti che i potenti reclamino il potere , ma tu stesso rimani muto. Dai maggiore potere ai potenti e cattiva volontà agli impotenti, perché ti rappresentino. Ti accorgi troppo tardi di essere tu l’ingannato.
Ti comprendo. Infatti ti ho visto mille e mille volte, nudo di spirito e di corpo, senza maschera…nudo come un neonato.
Davanti a me hai pianto, deplorato, descritto le tue brame, svelato il tuo amore e la tua pena. Io ti conosco e ti capisco.
Desidero spiegarti, piccolo uomo come sei, poiché credo veramente al tuo grande destino. Senza dubbio esso ti appartiene.
Perciò, innanzi tutto, osserva te stesso. Esaminai come sei realmente….Non scappare! Abbi il coraggio di guardarti.
Scorgo già questa domanda nel tuo sguardo timoroso: Colgo la domanda dalla tua bocca insolente, piccolo uomo!
Hai paura di guardare te stesso, hai paura della critica, piccolo uomo, nonché del potere che ti si promette.
Non sapresti come usare il tuo potere. Non osi neanche concepire di sentire il tuo Io diverso da quanto è ora: libero invece che rattrappito, aperto invece che prudentemente controllato, amante in pieno giorno e non, come ladro, nel buio della notte.
Il grand’uomo era egli stesso un tempo un uomo assai piccolo, il quale però ha esplicato un’UNICA, importante qualità: seppe riconoscere in quale punto agiva e pensava in modo angusto e meschino.
Il. grand’uomo perciò sa quando. e come egli stesso è un piccolo uomo. Il piccolo uomo, al contrario, non sa di essere piccolo ed è timoroso di saperlo.”

Commento di R.M.S.
Questo brano di Wilhelm Reich è uno dei più intensi e provocatori di tutta la sua opera. A una prima lettura potrebbe sembrare un’accusa rivolta all’uomo comune, ma in realtà è un atto d’amore. Reich non umilia il “piccolo uomo”; al contrario, cerca di risvegliarlo. Egli vede nell’essere umano un potenziale immenso, ma anche una profonda paura di riconoscere se stesso.
Quando Reich parla del “piccolo uomo”, non si riferisce a una determinata categoria sociale o culturale. Il piccolo uomo è una condizione della coscienza. È quella parte di noi che preferisce delegare ad altri le proprie responsabilità, che aspetta sempre qualcuno capace di risolvere i problemi, che si lamenta del potere ma, nello stesso tempo, continua ad alimentarlo con la propria passività.
Per questo Reich afferma che il potere dei potenti nasce anche dalla rinuncia interiore dell’uomo a essere realmente libero. Non è soltanto una critica politica, ma soprattutto psicologica e spirituale. Ogni volta che rinunciamo a guardare dentro di noi, cediamo una parte della nostra forza vitale e diventiamo più facilmente manipolabili.
Il passaggio che più mi colpisce è quello in cui Reich dice: “Osserva te stesso. Esaminai come sei realmente. Non scappare! Abbi il coraggio di guardarti.” Credo che qui si trovi il cuore del suo insegnamento. La vera trasformazione comincia sempre dall’osservazione sincera di sé. Questa frase che ho evidenziato esprime chiaramente il collegamento con lo sviluppo dell’”osservatore” nella pratica meditativa. Finché continuiamo a cercare le cause di tutto soltanto all’esterno, rimaniamo prigionieri delle stesse dinamiche che diciamo di combattere.
Anche quando Reich distingue il “grande uomo” dal “piccolo uomo”, non sta parlando di superiorità. Il grande uomo non è colui che non sbaglia, ma colui che riconosce i propri limiti e ha il coraggio di trasformarli. Il piccolo uomo, invece, è colui che rifiuta di vedere la propria paura, le proprie contraddizioni e le proprie chiusure. È questa inconsapevolezza che lo mantiene prigioniero.
In questo Reich incontra molti grandi maestri della tradizione spirituale. Anche se il suo linguaggio è diverso, il suo invito è sorprendentemente vicino al “Conosci te stesso” dell’antica Grecia e alla necessità, insegnata da tanti percorsi interiori, di osservare senza maschere il proprio mondo interiore. Nessuna trasformazione autentica può nascere senza sincerità.
Per me questo brano conserva ancora oggi una straordinaria attualità. Viviamo in un’epoca in cui è facile attribuire agli altri la responsabilità di ciò che accade: alla politica, alla società, ai mezzi di comunicazione, alle circostanze. Reich ci invita invece a compiere un gesto molto più difficile: guardare noi stessi con onestà. È da questo atto di coraggio che può nascere una libertà autentica. Non la libertà concessa dall’esterno, ma quella che nasce quando smettiamo di avere paura di incontrare ciò che siamo veramente.
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Brano tratto da – L’Assassinio di Cristo –
“La prigione è la struttura emozionale dell’uomo, la sua struttura caratteriale”. E prima dice: “È possibile uscire dalla trappola. Tuttavia per evadere da una prigione bisogna prima ammettere di essere in prigione”. “L’uscita è chiaramente visibile a tutti quelli che sono imprigionati nella trappola, eppure sembra che nessuno la veda. Tutti sanno dov’è l’uscita e tuttavia nessuno sembra fare un movimento verso di essa. Anzi, chiunque si diriga verso l’uscita o chiunque la indichi è dichiarato pazzo o criminale o peccatore da bruciare nel fuoco dell’inferno”.

Commento di R.M.S.
In questo brano Wilhelm Reich utilizza un’immagine di straordinaria efficacia: quella della prigione. Ma la prigione di cui parla non è fatta di mura, di sbarre o di catene esteriori. È la struttura emozionale dell’uomo, quella corazza caratteriale che, senza rendercene conto, condiziona il nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. La vera prigione è dentro di noi.
La frase che più colpisce è questa: “Per evadere da una prigione bisogna prima ammettere di essere in prigione”. È una verità semplice e, nello stesso tempo, rivoluzionaria. Nessuna trasformazione è possibile finché crediamo di essere già liberi. Il primo passo del cammino interiore consiste nel riconoscere con sincerità i nostri condizionamenti, le nostre paure, i nostri automatismi e tutte quelle difese che ci impediscono di vivere pienamente.
Questo insegnamento richiama immediatamente il celebre invito del Tempio di Delfi: “Conosci te stesso”. Ma richiama anche Mère, quando afferma che è la mente a impedirci di vedere la realtà, e Sri Aurobindo, quando descrive l’essere umano come un essere ancora incompiuto, chiamato a un’evoluzione della coscienza. Tutti, con linguaggi differenti, indicano la stessa direzione: la liberazione non consiste nel cambiare semplicemente le circostanze esterne, ma nel trasformare la coscienza.
Reich aggiunge poi un’osservazione ancora più sorprendente: tutti sembrano conoscere l’uscita, eppure quasi nessuno si muove realmente verso di essa. È una riflessione di grande profondità psicologica. Molti leggono libri spirituali, partecipano a corsi, discutono di filosofia o di psicologia, ma pochi accettano davvero il prezzo della trasformazione. Perché cambiare significa rinunciare alle proprie maschere, mettere in discussione il proprio ego e abbandonare sicurezze che, pur facendoci soffrire, ci sono familiari.
Infine Reich osserva che chi indica una via diversa viene spesso considerato pazzo, criminale o eretico. È un fenomeno che accompagna tutta la storia dell’umanità. Da Socrate a Gesù, da Giordano Bruno a molti grandi innovatori della scienza e della spiritualità, chi rompe gli schemi consolidati incontra quasi sempre resistenza, incomprensione e, talvolta, persecuzione. Non perché porti necessariamente una verità assoluta, ma perché mette in crisi convinzioni che molti preferiscono non mettere in discussione.
Per me questo brano rappresenta un invito al coraggio. Il coraggio di guardarci senza illusioni, di riconoscere la nostra prigione interiore e, nello stesso tempo, di non scoraggiarci. Reich ci ricorda infatti che l’uscita esiste. La libertà non è un’utopia, ma una possibilità concreta. Tuttavia essa inizia nel momento in cui smettiamo di cercare il carcere fuori di noi e iniziamo a riconoscere le sbarre invisibili che portiamo dentro. Solo allora può cominciare il vero cammino verso una coscienza più libera, più autentica e più profondamente umana.