Purna Yoga

La Mente
Testo del Dhammapada commentato da Mère
«Come il fabbricante di frecce raddrizza le sue frecce, così l’uomo intelligente raddrizza i propri pensieri, vacillanti e incostanti, difficili da mantenere diritti, difficili da dominare. Come un pesce gettato fuori dall’acqua, la nostra mente freme e ansima quando lascia il regno di Mara. Difficile da dominare e instabile è
la mente, sempre alla ricerca del piacere. È bene governarla. Una mente controllata porta felicità. Il saggio dovrebbe rimanere padrone dei propri pensieri, poiché sono sottili e difficili da afferrare e sempre alla ricerca
del piacere. Una mente ben guidata porta felicità. Errante lontano, solitaria, incorporea e nascosta nella profonda caverna del cuore, tale è la mente. Chi riesce a portarla sotto controllo si libera dai legami di Mara.
L’intelligenza di colui la cui mente è instabile, che ignora la vera Legge e la cui fede è vacillante, non potrà mai svilupparsi. Se i pensieri di un uomo non sono agitati, se la sua mente non è turbata dal desiderio, se non si
preoccupa più del bene e del male, quest’uomo, pienamente desto, non conosce la paura. Osservando che il corpo è fragile come una brocca e fortificando la mente come una città in armi, si dovrebbe attaccare Mara con la lama dell’intelligenza e custodire attentamente ciò che è stato conquistato. Fra non molto questo corpo giacerà sulla terra, abbandonato, senza vita come un vecchio pezzo di legno. Qualunque cosa un nemico possa fare a un nemico, qualunque cosa un uomo pieno d’odio possa fare a un altro, il danno causato da una mente
mal diretta è ancora maggiore. Né madre né padre né alcun altro parente possono fare tanto bene quanto una mente ben diretta.»
Commento di Mère
«Questi pochi versi corrispondono a tutti i bisogni di coloro la cui mente non è stata dominata. Essi mostrano l’attaccamento che si ha alle proprie vecchie maniere di essere, di pensare e di reagire, anche quando si cerca di liberarsene. Appena, con il proprio sforzo, se ne esce, si è come un pesce fuori dall’acqua e si ansima perché non ci si trova più nel proprio elemento di desideri oscuri.
Anche quando si prende una decisione, la mente rimane instabile. È sottile, difficile da afferrare. Senza darlo a vedere, cerca continuamente la propria soddisfazione; e le sue intenzioni sono nascoste nel fondo del cuore per non mostrare la loro vera natura. E, senza dimenticare la debolezza del corpo, bisogna cercare di fortificare la mente contro la sua stessa debolezza; con la spada della saggezza bisogna combattere contro le forze ostili e custodire il progresso
compiuto affinché queste forze non ce ne derubino, perché sono ladri terribili.
Vi è poi un breve distico per coloro che hanno paura della morte, destinato a liberarli da questa paura. Infine vi è un ultimo breve distico per coloro che sono attaccati alla famiglia, per mostrare loro la vanità di questo attaccamento.
Alla fine, un ultimo avvertimento: un pensiero mal diretto e mal controllato fa più male di quanto un nemico possa fare a un nemico o un uomo pieno d’odio a un altro. Vale a dire che anche coloro che hanno le migliori
intenzioni del mondo, se non esercitano un saggio controllo sul proprio pensiero, faranno più male a se stessi e a coloro che amano di quanto possa farne un nemico a un nemico o un uomo pieno d’odio a un altro.
La mente possiede nei confronti di se stessa un potere d’inganno incalcolabile. Riveste i propri desideri e le proprie preferenze di ogni sorta di meravigliose intenzioni e nasconde i propri inganni, risentimenti e delusioni sotto le apparenze più favorevoli. Per superare tutto questo, bisogna avere il coraggio impavido di un vero guerriero e un’onestà, unarettitudine, una sincerità che non vengano mai meno.»
Mère, Commentari sul Dhammapada, 28 febbraio 1958.
Traduzione italiana fedele dall’edizione inglese dei Collected Works of the Mother, vol. 3.

Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone

Ciò che mi colpisce maggiormente in questo commento di Mère non è tanto l’invito a controllare la mente, quanto l’affermazione che la mente possiede nei confronti di se stessa «un potere d’inganno incalcolabile». È un’affermazione molto forte, perché ci mette davanti a una difficoltà che incontriamo continuamente nel lavoro interiore: non sempre sappiamo realmente da dove nascono i nostri pensieri, le nostre convinzioni e persino le nostre migliori intenzioni. Siamo abituati a pensare che, quando siamo sinceramente convinti di qualcosa, quella convinzione esprima necessariamente ciò che siamo nel profondo. Ma non è sempre così. La mente sa costruire spiegazioni molto convincenti intorno ai nostri desideri, alle nostre paure, alle preferenze, alle ferite e ai bisogni di riconoscimento. Possiamo credere di agire per amore mentre stiamo anche cercando di trattenere qualcuno, pensare di difendere la verità mentre stiamo difendendo una nostra posizione, convincerci di essere disinteressati mentre una parte di noi attende riconoscimento. Questo non significa che tutto ciò che pensiamo sia falso o che dietro ogni nostra intenzione debba necessariamente nascondersi qualcosa di oscuro. Significa piuttosto che la sincerità richiede una disponibilità continua a vedere anche ciò che non conferma l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Trovo particolarmente importante che Mère parli di desideri e preferenze rivestiti di «meravigliose intenzioni». Il problema, infatti, non è soltanto avere desideri, risentimenti o delusioni. Il problema nasce quando non li riconosciamo più come tali perché la mente ha dato loro una giustificazione che ci appare perfettamente ragionevole. A quel punto non stiamo semplicemente vivendo un movimento interiore, ma lo stiamo scambiando per la realtà. Per questo il dominio della mente di cui parla il Dhammapada non credo debba essere inteso come una repressione del pensiero o come una guerra contro noi stessi. Una mente governata non è necessariamente una mente che non pensa, non desidera o non reagisce, ma una mente che progressivamente smette di trascinarci senza che ce ne accorgiamo. Possiamo vedere un pensiero senza doverlo immediatamente credere, riconoscere un desiderio senza essere costretti a seguirlo, sentire una reazione senza trasformarla automaticamente in un giudizio sull’altro o sulla realtà. È qui che comprendo anche il richiamo finale di Mère alla sincerità. Essere sinceri con se stessi non significa confessarsi continuamente colpe o cercare qualcosa di sbagliato in ogni nostro movimento. Significa essere disponibili a vedere ciò che realmente ci muove, anche quando è meno nobile di quanto avremmo desiderato, ma senza per questo condannarci. Se trasformiamo l’osservazione in giudizio, la mente troverà probabilmente nuovi modi per difendersi e nascondersi. Se invece possiamo vedere con sufficiente chiarezza ciò che accade, qualcosa comincia già a perdere il potere che aveva quando agiva nell’ombra.
E’ proprio per questo che Mère conclude parlando del «coraggio impavido di un vero guerriero». Il coraggio di cui abbiamo bisogno nel lavoro interiore non è soltanto quello di affrontare le difficoltà della vita. È anche il coraggio di non distogliere lo sguardo quando scopriamo che dietro una nostra certezza, una nostra reazione o persino una nostra buona intenzione esiste qualcosa che non avevamo ancora riconosciuto. Non per combatterlo, ma per portarlo alla coscienza. Ed è questa sincerità, quando non viene meno, che può lentamente rendere la mente uno strumento più trasparente invece che il luogo nel quale continuiamo inconsapevolmente a raccontarci ciò che abbiamo bisogno di credere.

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