Purna Yoga

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Mère – La Forza onnipotente (vol. 12, conversazione del 7 marzo 1971, in dialogo con Satprem.) –

Mère: “Tutto d’un tratto appare la Forza. La chiamiamo Forza perché non sappiamo che cosa sia. Viene e poi scompare. Il mio corpo però l’ha sperimentata; il mio corpo sa che in realtà non scompare.” Satprem: “Per me è tutto un fallimento di ciò che è stato insegnato. Tutto l’insegnamento spirituale mi appare come una costruzione della mente superiore e basta.” Mère: ” Bambino mio, è come se non ne volessi più sapere di tutta quella roba. È della mente che non ne vogliamo più sapere. Dovrebbe starsene zitta e tranquilla.” Satprem: “Sì, ma al tempo stesso è anche d’aiuto. Comunque è stata d’aiuto; io mi ci affidavo. Era come le fondamenta, la base dell’esperienza. Beh, è come se quella base fosse sparita.” Mère: “Sì, ma ce n’è un’altra (base) di cui ti ho appena parlato. E quella lì, bambino mio, è inimmaginabile. La coscienza comune non può neanche immaginarsi che cosa sia. Momenti talmente stupendi che il resto in confronto pare ancora peggio.”

Commento di R.M.S.

In questo dialogo, Mère dice qualcosa di rivoluzionario. Direi che qui siamo davanti al passaggio dalla spiritualità della coscienza alla spiritualità della Materia. È uno dei temi centrali degli ultimi anni dell’Agenda.
Partiamo dalla prima frase: “Tutto d’un tratto appare la Forza. La chiamiamo Forza perché non sappiamo che cosa sia.”
Questa frase è straordinaria. Mère dice che la chiamiamo “Forza” solo perché il linguaggio umano è insufficiente. È un’etichetta provvisoria. Non è energia nel senso comune, non è prana, non è shakti come viene descritta tradizionalmente, non è nemmeno una semplice esperienza mistica. È qualcosa di ancora sconosciuto che il corpo sta imparando a riconoscere direttamente.
Ma successivamente aggiunge:
“Il mio corpo però l’ha sperimentata; il mio corpo sa che in realtà non scompare.”
Qui avviene il salto perché non è più la mente che conosce e non è nemmeno il cuore: è il corpo che sa, è un sapere cellulare.
Il corpo scopre che la Forza non va e viene. È sempre presente. È la coscienza ordinaria che entra ed esce da essa. Questa è una differenza enorme. Normalmente diciamo: “Ho perso la pace, non so più meditare, è sparita la Grazia”. Invece non è così, ma è la tua coscienza che è tornata a restringersi, mentre invece la Forza è sempre lì. Questo ricorda profondamente Sri Aurobindo quando afferma che il Divino non entra ed esce dal mondo: siamo noi che apriamo o chiudiamo le porte della coscienza.
Poi interviene Satprem: “Per me è tutto un fallimento di ciò che è stato insegnato.” Questa frase può sembrare scandalosa, ma è profondamente sincera. Satprem sta vivendo una crisi enorme.
Per decenni aveva costruito una comprensione spirituale fatta di meditazione, di silenzio, di esperienze interiori, ma ora tutto questo gli sembra insufficiente perché Mère lo sta conducendo oltre. Egli sta entrando in un territorio dove nemmeno lo yoga tradizionale basta più. Satprem dice che persino le più alte costruzioni spirituali appartengono ancora alla mente.
Quando si ha l’esperienza di questa forza onnipotente tutta la costruzione mentale perde importanza.
Ecco allora la risposta di Mère: “È della mente che non ne vogliamo più sapere.” Ma non dobbiamo fraintendere le sue parole; Mère non rifiuta la mente e il pensiero ma ribadisce in maniera determinata che la mente non deve più essere il centro del comando. Per tutta l’evoluzione umana la mente ha guidato, ma ora deve imparare a tacere e non a morire.
La mente deve essere sotto il controllo dell’Essere psichico.
Satprem ha la sensazione che tutto crolli. Chiunque attraversi una vera trasformazione spirituale conosce questa sensazione.
È come perdere il pavimento, le certezze non funzionano più, i metodi sembrano inutili, e spiegazioni non convincono, le esperienze del passato non aiutano. È una vera morte.
Ed è proprio qui che arriva la frase decisiva di Mère.
“Sì, ma ce n’è un’altra di base.”
Questa è forse una delle frasi più importanti dell’intero dialogo: Esiste una base diversa dalla mente che non una mente migliore o una filosofia migliore, ma è un’altra Cosa. Mère non la può definire, dice soltanto che è inimmaginabile perché appartiene a una coscienza che la mente non ha mai conosciuto.
Forse la si può assaggiare in ciò che chiamo “Il cuore profondo”
In questo dialogo Mère si spinge ancora oltre: parla di un fondamento che investe direttamente il corpo, una stabilità che non è solo psichica ma anche cellulare, come se la materia stessa imparasse a poggiare sul Divino, e infine conclude: “Momenti talmente stupendi che il resto in confronto pare ancora peggio”,
perché dopo aver conosciuto quella base, tutto ciò che prima sembrava sublime appare incompleto.
Satprem sta vivendo una nuova nascita e perde inevitabilmente il mondo del grembo, sta perdendo il grembo della mente spirituale. Questo fa paura, ci si sente senza appoggi, ma Mère non cerca di rassicurarlo restituendogli le vecchie certezze. Gli indica semplicemente che esiste un altro suolo, infinitamente più reale.
Per me, questo dialogo racchiude un insegnamento essenziale: la mente può accompagnarci fino a una certa soglia, può essere un’ottima servitrice, persino una compagna fedele del cammino. Ma arriva un momento in cui deve cedere il posto a un sapere più profondo. Non è un sapere che si pensa, ma un sapere che si è. E quando Mère dice che “il corpo sa”, ci sta forse mostrando il futuro dell’evoluzione umana: una materia che non crede più nel Divino ma che lo riconosce direttamente come la propria sostanza vivente

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Sri Aurobindo – La Vita Divina –

LA CRISI DELL’UOMO E LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA COSCIENZA

“Perché il peso che grava sull’umanità è troppo grande per l’attuale piccolezza della personalità umana, per i suoi piccoli istinti mentali e piccoli vitali, perché l’umanità non può operare il cambiamento necessario, perché utilizza i suoi nuovi strumenti e la sua nuova organizzazione per il servizio. ” dal suo antico sé vitale infraspirituale e infrarazionale, il destino della specie umana sembra precipitare pericolosamente, e con tanta impazienza, come nonostante se stesso, verso una prolungata confusione, una crisi pericolosa e l’oscurità di una violenta e commovente incertezza, spinta da un ego vitale preso da forze colossali che sono la portata stessa della magnifica organizzazione meccanica della vita e delle conoscenze scientifiche che ha sviluppato, una scala troppo grande per essere gestita dalla ragione e dalla volontà. Anche se si scopre che questa è solo una fase passeggera o un’apparenza, e se riusciamo a erigere qualche struttura tollerabile che consentirà all’umanità di continuare il suo viaggio incerto in modo meno catastrofico, non potrà che essere una tregua. Poiché il problema è un problema di fondamenta, e mettendolo, la Natura evolutiva nell’uomo si pone di fronte ad una scelta critica che un giorno dovrà risolvere nel vero senso se la specie deve raggiungere il suo obiettivo o addirittura sopravvivere.

(Sri Aurobindo – La Vita Divina – )

Commento di R.M.S.

Sri Aurobindo ci pone davanti a una riflessione di straordinaria attualità. Egli osserva che il vero problema dell’umanità non è anzitutto politico, economico o tecnologico, ma riguarda la coscienza. L’uomo ha sviluppato strumenti potentissimi, ha conquistato immense conoscenze scientifiche ed è riuscito a costruire un’organizzazione della vita sempre più complessa. Tuttavia, chi continua a utilizzare questi strumenti è ancora la vecchia natura umana, dominata dall’ego, dalla paura, dall’ambizione e dal desiderio di possesso. Ecco perché il “peso” dell’evoluzione è diventato troppo grande per l’attuale personalità umana.
Le crisi che attraversiamo non sono quindi semplici incidenti della storia. Sono il segno di una sproporzione crescente tra il potere che l’uomo ha acquisito e il livello di coscienza con cui lo esercita. Una civiltà può raggiungere risultati straordinari sul piano esteriore, ma se interiormente resta guidata dagli stessi impulsi primitivi, finirà inevitabilmente per usare le proprie conquiste contro se stessa.
Sri Aurobindo vede con lucidità che l’umanità può anche riuscire, di tanto in tanto, a costruire nuovi equilibri, nuove istituzioni o nuovi accordi capaci di evitare il peggio. Ma queste soluzioni, se non sono accompagnate da una trasformazione della coscienza, rappresentano soltanto una tregua. Il problema rimane intatto nelle sue fondamenta e prima o poi riemerge con maggiore intensità.
È impressionante constatare quanto queste parole, scritte molti decenni fa, sembrino descrivere il nostro tempo. Disponiamo di mezzi di comunicazione istantanei, di un’enorme potenza tecnologica, dell’intelligenza artificiale, di conoscenze scientifiche senza precedenti e, nello stesso tempo, assistiamo a conflitti, divisioni, paure collettive e profonde difficoltà nel governare responsabilmente ciò che abbiamo creato. Non è la tecnologia il problema: è la coscienza di chi la utilizza.
Quando Sri Aurobindo afferma che la Natura pone l’uomo davanti a una scelta critica, non intende annunciare una catastrofe inevitabile. Ci invita piuttosto a comprendere che l’evoluzione non può arrestarsi alla mente razionale. La mente ha svolto un ruolo immenso nella storia dell’umanità, ma da sola non è più sufficiente a guidare le forze che essa stessa ha liberato. Occorre un salto evolutivo, una coscienza più ampia, capace di vivere l’unità invece della separazione e di agire non più sotto la pressione dell’ego, ma alla luce del Divino.
Per me questo è uno dei messaggi più importanti di Sri Aurobindo. Non basta cambiare le strutture del mondo se prima non cambia l’uomo. La vera rivoluzione non consiste nel sostituire un sistema con un altro, ma nel permettere che emerga una coscienza nuova. Solo allora anche la scienza, la politica, l’economia e ogni altra attività umana potranno diventare strumenti di un’evoluzione autentica e non più mezzi attraverso i quali l’ego continua semplicemente a manifestarsi sotto forme sempre più sofisticate.

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Sri Aurobindo – L’Ora di Dio – pag. 50

OLTRE I LIMITI DELLA COSCIENZA MENTALE

L’uomo è un essere dei mondi mentali e le sue facoltà mentali operano in essi oscurate e degradate da un cervello fisico, private dei loro poteri più tipicamente divini ed incapaci di influenzare la vita se non entro limiti angusti e precari. Anche negli uomini più evoluti le possibilità luminose di forza e libertà suprema sono ostacolate da questa dipendenza.

Commento di R.M.S.

In queste poche righe Sri Aurobindo racchiude una delle cause più profonde del limite umano. Egli afferma che la nostra mente non opera nella sua pienezza, ma attraverso uno strumento materiale, il cervello fisico, che ne restringe l’espressione. La coscienza mentale, nella sua origine, appartiene a un piano molto più vasto e luminoso, ma quando si manifesta nella materia è costretta entro limiti che ne attenuano la forza, la libertà e la capacità di conoscere direttamente la verità.
Questo significa che non dobbiamo identificare la mente con il cervello. Il cervello è lo strumento attraverso il quale la mente si esprime nel mondo fisico, ma non è la sorgente della coscienza. Come un musicista può essere limitato dalla qualità del suo strumento, così la coscienza mentale, finché è legata esclusivamente al funzionamento cerebrale, non riesce a manifestare tutta la sua potenza.
Sri Aurobindo aggiunge qualcosa di ancora più sorprendente: anche negli uomini più evoluti le possibilità di forza e di libertà rimangono ostacolate da questa dipendenza. È un’affermazione che ridimensiona molte delle nostre convinzioni. Pensiamo spesso che lo sviluppo intellettuale rappresenti il punto più alto dell’evoluzione umana. Egli ci dice invece che la mente, per quanto raffinata, rimane una fase intermedia dell’evoluzione e non il suo traguardo definitivo.
Da qui nasce la necessità di un ulteriore passo evolutivo. Non si tratta semplicemente di pensare meglio, di accumulare maggiore cultura o di sviluppare un’intelligenza più brillante. Occorre aprire la coscienza a un principio superiore che non sia più condizionato dai limiti della mente ordinaria. È proprio questa la prospettiva del Purna Yoga: non perfezionare soltanto l’uomo mentale, ma permettere l’emergere di una coscienza nuova, capace di trasformare progressivamente anche la materia.
Per me questo brano invita a una grande umiltà. Ci ricorda che ciò che oggi consideriamo il massimo delle nostre capacità è forse soltanto una preparazione. Dietro la mente esiste una coscienza più vasta, più luminosa e più libera, che aspetta soltanto di trovare uno strumento capace di manifestarla. L’evoluzione, secondo Sri Aurobindo, non è conclusa: l’uomo non è il punto di arrivo, ma il ponte verso qualcosa di più grande.

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MÈRE NEL 1958 DICEVA QUESTE PAROLE PROFETICHE DI INAUDITA POTENZA E ATTUALITÀ “Questo articolo raccoglie alcuni brani tratti dall’Agenda di Mère, in particolare dai volumi I e XIII.”

“….quella parte di umanità – della coscienza umana – in grado di unirsi al Sopramentale e di liberarsi verrà completamente trasformata; e avanza infatti verso una realtà futura non ancora espressa nella sua forma esteriore.

Quella parte di umanità che è invece vicina alla semplicità animale, alla Natura, sarà RIASSORBITA dalla Natura e assimilata del tutto in lei.

“Non esisterà più la possibilità di una coscienza mentale, che è quanto consente la perversione, che rende così atroce la PERVERSIONE MENTALE. Quella scomparirà. Non ci saranno più cose del genere. C’era una visione improvvisa che comprendeva l’idea del riscatto, della REDENZIONE….L’idea che solo un atto di Fede in un intervento divino sia il mezzo di salvezza. Era l’idea della salvezza. Ho capito Cristo e la fede nel Cristo. L’ho capito e non solo in riferimento al cristianesimo, al peccato originale. Ho capito che cosa voleva dire il peccato originale e la redenzione attraverso la fede in Cristo”. (Agenda di Mère, vol I, pag 168)

Ci sarà una separazione tra la vecchia e la nuova coscienza: “L’effetto sarà un poco simile a quello descritto aproposito del Giudizio Universale. È un’espressione completamente simbolica di qualcosa che discerne tra ciò che appartiene aL mondo della menzogna che deve SPARIRE e ciò che, pur appartenendo lo stesso a questo mondo d’ignoranza e d’inerzia, PUÒ PERÒ TRASFORMARSI. Uno andrà da una parte, uno dall’altra. Tutto quello che può trasformarsi s’impregnerà sempre più della nuova sostanza e della nuova coscienza fino ad ELEVARSI in quella direzione e farsi così tramite tra i due mondi.

Ma tutto quanto appartiene incorreggibilmente alla menzogna SPARIRÀ. È stato predetto anche nella Baghavad Gita: le forze cosiddette avverse o antidivine capaci di trasformarsi saliranno, se ne andranno verso la coscienza nuova, mentre tutto quello che è irrevocabilmente aggrappato alla notte e alla cattiva volontà sarà distrutto, SPARIRÀ DALL’UNIVERSO. Certo tutta una parte dell’umanità che ha risposto in modo un pò troppo…entusiasta a queste forze, sparirà con loro. Ecco quanto è stato tradotto nel concetto popolare di Giudizio Universale”. (Agenda di Mère, vol I, pag 186)

“Una cosa sembra evidente: l’umanità è arrivata ad un certo stato di tensione generale – tensione di sforzi, tensione di azioni, tensione persino nella vita di tutti i giorni – con un’iperattività così eccessiva, un’agitazione così generale, che la specie nel suo insieme sembra arrivata a un punto in cui è necessario o far esplodere le nostre resistenze ed emergere in una nuova coscienza, oppure ricadere in un abisso di oscurità e d’inerzia.

È una tensione così totale e generalizzata che qualcosa deve per forza spaccarsi. Non può continuare così. Lo possiamo prendere come un segno certo dell’infusione nella materia di un principio NUOVO di Forza, di Coscienza, di Potere, che con la sua stessa PRESSIONE provoca questo stato critico. Esteriormente potremmo aspettarci che la Natura ricorra a quei vecchi espedienti coi quali è solita provocare uno sconvolgimento.

Esiste però un fenomeno nuovo, riscontrabile con evidenza solo in un’élite, e questo fenomeno non è localizzato in un punto solo, in un certo luogo della Terra, ma mostra segni in tutti i paesi, su tutta la Terra: la volontà di trovare una soluzione nuova, PIÙ ALTA, ascendente, di fare uno sforzo per EMERGERE verso una perfezione più ampia, più comprensiva.

Le due cose vanno di pari passo: la possibilità di una distruzione più grande e totale. di un’invenzione che aumenti spropositatamente la possibilità della catastrofe, di una catastrofe che sarebbe più massiccia di quelle che ci sonno mai state finora e allo stesso tempo il nascere, o meglio, il manifestarsi di idee e di volontà molto più alte e comprensive che, una volta intese, apporteranno un rimedio più profondo, più vasto, più completo, più perfetto di prima.

Questa lotta o conflitto tra le forze costruttive di un’evoluzione ascendente, di una realizzazione sempre più perfetta e divina, e le forze sempre più distruttive – potentemente distruttive perché sono forze di una follia che sfugge ad ogni controllo – sta diventando sempre più evidente, visibile ad occhio nudo. È una sorta di corsa o di gara a chi arriverà primo.

Sembrerebbe che tutte le forze avverse, antidivine , le forze del mondo vitale, siano scese sulla Terra e ne facciano il loro campo d’azione; e che al tempo stesso sia scesa sulla Terra anche una forma spirituale più alta, più potente, nuova, per portarvi una nuova vita.

Questo rende la lotta più acuta, più violenta, più visibile, ma, pare, anche più decisiva; ecco perché possiamo sperare prossima una soluzione”. (Agenda di Mère, vol 1, pag 187-188)

Ci saranno altre conseguenze che grazie a un mezzo opposto tenderanno a far sparire quanto l’INTERVENTO DELLA MENTE nella Vita ha fatto sorgere di perverso e di laido. tutto quell’insieme di deformazioni che hanno aggravato la sofferenza, la miseria, la povertà morale, tutta quella zona di miseria sordida e ripugnante che rende una gran parte della vita umana qualcosa di orrendo. ECCO, TUTTO QUESTO DEVE SPARIRE.

È questo che fa essere sotto tanti aspetti l’umanità infinitamente inferiore alla vita animale nella sua semplicità e nella sua naturalezza spontanea, così armoniosa, nonostante tutto. La sofferenza negli animali non è infatti mai sordida e miserabile come lo è in tutta quella parte dell’umanità pervertita da una mentalità INDIRIZZATA a fini egoistici.

Bisogna andare al di là, innalzarsi verso la Luce e l’Armonia; oppure ricadere indietro, nella semplicità di una vita sanamente animale, non pervertita”. (Agenda di Mère, vol I, pag 189)

L’essere psichico è il rappresentante del Divino nell’essere umano. Ecco cos’è, capite? Il Divino non è qualcosa di lontano e inaccessibile: il Divino sta dentro di voi, soltanto non ne siete completamente coscienti….Lo psichico agisce ancora come influsso, più che come Presenza. Occorre che divenga una Presenza cosciente , alla quale ognuno possa chiedere in ogni istante….com’è che vede le cose il Divino.

(…) Solo che per ora tutte le vecchie abitudini e l’incoscienza generale ci impedisce di vederLo e di sentirLo. Bisogna toglierlo quel diaframma…bisogna toglierlo di mezzo.

Di solito ci vuole tutta una vita e a volte, per alcuni, una serie di vite.

(…) Per essere coscienti del vostro essere psichico dovete sentire, per una volta, la quarta dimensione, sennò non potete sapere che cos’è. (…) sennò stiamo nella menzogna: caos, disordine e oscurità….Ah la mente, la mente, la mente!

Sennò per essere consapevoli della vostra coscienza, siete costretti a mentalizzarla. Ed è spaventoso! Spaventoso!

(…) È la mente a impedirvi di sentirlo. Bisogna ESSERLO, capite? Voi mentalizzate tutto – tutto. Quella che voi chiamate ‘coscienza’ è un pensare le cose, ecco cos’è che chiamate coscienza. Invece non è affatto questa la coscienza! La coscienza deve essere di un’assoluta trasparenza e SENZA parole.

(…) Di solito lo psichico impiega diverse vite a formarsi completamente. È lui a passare da un corpo all’altro, ed è perciò che non ci ricordiamo delle vite trascorse: proprio perché non siamo coscienti del nostro essere psichico”.

Commento di R.M.S.

In questi passi Mère affronta uno degli argomenti più delicati e, forse, anche più fraintesi di tutta l’Agenda. Se vengono letti con la mente ordinaria possono suscitare timore, perché parlano di separazione, di scomparsa della menzogna e di una scelta decisiva per l’umanità. Ma il loro significato è molto più profondo e riguarda innanzitutto la coscienza, non una condanna esteriore delle persone.
Mère descrive un momento evolutivo in cui la coscienza terrestre viene sottoposta a una pressione sempre più intensa da parte della Forza supermentale. Questa pressione non è una punizione, ma un’accelerazione dell’evoluzione. Tutto ciò che nell’essere umano è aperto alla verità, alla sincerità e alla trasformazione viene progressivamente attirato verso una coscienza nuova. Al contrario, tutto ciò che insiste ostinatamente nella menzogna, nell’egoismo e nel rifiuto del Divino finisce inevitabilmente per dissolversi, perché non è compatibile con la nuova coscienza che sta emergendo.
È importante comprendere che Mère non parla di un Dio che giudica dall’esterno. Il cosiddetto “Giudizio Universale” viene interpretato come un processo interiore, una legge evolutiva della coscienza. Ognuno manifesta spontaneamente ciò che è realmente. La Luce non condanna nessuno: semplicemente rende evidente ciò che può trasformarsi e ciò che invece rifiuta radicalmente ogni trasformazione.
Anche quando Mère afferma che una parte dell’umanità potrebbe essere “riassorbita dalla Natura”, non lo presenta come un castigo. Significa piuttosto che alcune coscienze potrebbero non essere ancora pronte per il passo successivo dell’evoluzione e continueranno il loro cammino secondo altri ritmi. L’evoluzione non è mai una vendetta divina, ma un processo immenso nel quale ogni essere procede secondo la propria capacità di aprirsi alla Verità.
Colpisce molto la straordinaria attualità delle sue parole. Mère descrive un’umanità sottoposta a una tensione crescente, come se tutto il pianeta fosse arrivato a un punto limite. Da una parte aumentano la violenza, la confusione, le crisi e le possibilità di autodistruzione; dall’altra emergono ovunque uomini e donne che cercano una coscienza più ampia, un modo nuovo di vivere, una maggiore unità e una spiritualità concreta. Le due correnti convivono nello stesso momento storico e sembrano procedere parallelamente.
Questa visione aiuta anche a comprendere perché oggi assistiamo contemporaneamente a grandi progressi e a profonde crisi. Non è una contraddizione. È il segno che due coscienze stanno convivendo nello stesso mondo: una appartiene ancora al passato, fondata sulla separazione e sull’ego; l’altra appartiene al futuro e cerca di manifestarsi nella materia.
L’ultima parte del brano introduce il cuore dell’insegnamento di Mère: l’essere psichico. Esso è il rappresentante del Divino dentro ciascuno di noi. Non è qualcosa da costruire artificialmente, ma una presenza già esistente che aspetta soltanto di diventare cosciente. Per questo Mère insiste tanto sul fatto che la mente non può comprendere realmente il Divino. La mente traduce tutto in parole, concetti e definizioni, mentre la vera coscienza è trasparenza, esperienza diretta, silenzio vivente.
Quando dice: «Bisogna esserlo», Mère sintetizza forse tutto il suo insegnamento. La trasformazione non consiste nell’accumulare idee spirituali, ma nel diventare progressivamente ciò che il nostro essere più profondo è già in essenza. Non basta pensare il Divino, bisogna viverlo. Non basta parlare dello psichico, bisogna lasciarlo emergere fino a farne il centro della propria esistenza.
Per me questo insieme di pagine rappresenta una delle più grandi speranze offerte all’umanità. Mère non annuncia la fine del mondo, ma la fine di un modo di vivere fondato sulla separazione, sulla paura e sull’egoismo. Ci ricorda che il futuro non dipenderà principalmente dalle nostre capacità mentali, ma dalla sincerità con cui permetteremo all’essere psichico di guidare la nostra vita. È questa la vera scelta evolutiva: continuare a vivere nella coscienza dell’ego oppure lasciare che il Divino, già presente in noi, diventi finalmente il protagonista della nostra esistenza.

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Brano tratto da Sri Aurobindo, – “Guida allo Yoga”

OSSERVARE L’OMBRA SENZA PERDERE DI VISTA LA LUCE

“È necessario che osserviate e conosciate i falsi movimenti in voi, perché sono la sorgente delle vostre difficoltà e devono essere respinti con persistenza, se volete essere liberato. Tuttavia non pensate sempre ai vostri difetti e ai vostri errori. Concentratevi piuttosto sulla forma ideale che volete raggiungere, sulla meta che è davanti a voi, certo del successo finale. Osservare continuamente le proprie colpe e i propri falsi movimenti genera depressione e scoraggia la fede. Volgete piuttosto lo sguardo verso la luce che sopraggiunge, anziché verso l’oscurità presente. La fede, il buonumore, la fiducia nella vittoria finale sono degli aiuti, in quanto facilitano e affrettano il progresso finale. Apprezzate di più le buone esperienze che avete. Una esperienza come quella che mi avete descritta è più importante dei passi falsi e degli insuccessi. E quando cessa, non amareggiatevi e non lasciatevi prendere dallo sconforto, rimanete intimamente tranquillo ed aspirate a che essa si rinnovi, più forte, per condurvi a un’altra esperienza ancor più profonda e più completa.”

Commento di R.M.S.

Uno degli errori più frequenti nel cammino interiore consiste nel credere che il progresso dipenda dal concentrarsi continuamente sui propri difetti. Sri Aurobindo ci invita invece a un atteggiamento molto diverso: osservare con sincerità i nostri falsi movimenti, riconoscerli senza giustificarli, ma senza identificarci con essi. Vederli è necessario, viverci dentro continuamente è un ostacolo.
Quante volte, dopo una caduta, ci scoraggiamo pensando di non essere adatti al cammino spirituale? In realtà è proprio questo scoraggiamento che rafforza il vecchio modo di essere. La coscienza rimane imprigionata nell’errore perché continua a fissarlo. Sri Aurobindo ci suggerisce invece di orientare lo sguardo verso ciò che vogliamo diventare, alimentando la fiducia nella possibilità reale della trasformazione.
È un principio che ritroviamo anche nella psicologia contemporanea: ciò su cui concentriamo stabilmente la nostra attenzione tende a rafforzarsi. Se osserviamo solo le nostre ombre, rischiamo di renderle sempre più presenti; se invece ricordiamo le esperienze di luce, di pace, di apertura e di amore che abbiamo realmente vissuto, esse diventano punti di riferimento interiori capaci di guidare il nostro cammino. Voglio sottolineare l’invito a conservare il buonumore. Potrebbe sembrare un consiglio secondario, invece è profondamente spirituale. Sri Aurobindo sostiene che l’umorismo è il sale della Terra. Il buonumore nasce dalla fiducia che il Divino opera anche quando noi non vediamo risultati immediati. Non significa superficialità, ma la certezza che ogni difficoltà può diventare occasione di crescita. Forse dovremmo imparare a sorridere un po’ di più ai nostri blocchi interiori. Non per minimizzarli, ma per non concedere loro un’importanza maggiore della Luce che, silenziosamente, sta già lavorando dentro di noi. Il cammino non è fatto di perfezione immediata, ma di una fedeltà quotidiana alla meta. Ed è proprio questa fiducia serena, secondo Sri Aurobindo, che accelera la trasformazione e ci conduce, passo dopo passo, verso una coscienza sempre più libera e luminosa.

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Far nascere Dio – Lettere a un discepolo
Satprem

Commento di R.S.M: Far nascere Dio. Lettere di un insubordinato non è un libro di dottrina, né un manuale di spiritualità. È il racconto di una ricerca radicale, spesso dolorosa, in cui Satprem espone senza difese le proprie ferite, le proprie ribellioni, i propri smarrimenti e, nello stesso tempo, una sete inesauribile di Verità.
In queste lettere emerge l’uomo prima ancora del discepolo. Un uomo vulnerabile, attraversato da dubbi, crisi, sconfitte e momenti di disperazione, ma incapace di accontentarsi di qualsiasi risposta convenzionale. Satprem rifiuta le formule già pronte, i dogmi religiosi, le consolazioni spirituali e perfino le esperienze interiori quando rischiano di trasformarsi in rifugi della coscienza. La sua è una continua insubordinazione contro tutto ciò che separa l’essere umano dalla realtà vivente.
Il centro della sua ricerca non è accumulare conoscenze spirituali, ma incarnare la Verità. Per Satprem la Verità non è un’idea da comprendere né una fede da professare: è uno stato di coscienza da realizzare, una forza destinata a trasformare progressivamente tutta la natura umana, fino al corpo stesso. È qui che la sua testimonianza si incontra profondamente con il Purna Yoga di Sri Aurobindo e Mère, il cui scopo non è fuggire dal mondo, ma trasfigurare la vita.
Leggere queste lettere significa anche confrontarsi con una domanda essenziale: quanto siamo davvero disposti a perdere delle nostre certezze pur di avvicinarci alla Verità? Satprem non ci offre rassicurazioni. Ci mostra invece il prezzo di una ricerca autentica, fatta di solitudine, lotta, sincerità assoluta e continua rimessa in discussione di sé.
Nella playlist che troverete di seguito, vi sono una serie di video in cui commento il libro. Ma non vuole essere un’analisi letteraria del testo, né un commento accademico. E’ un invito ad accompagnare Satprem nel suo cammino, lasciandosi interrogare dalle sue domande e dalla sua instancabile aspirazione. Perché il vero protagonista di queste lettere non è soltanto Satprem: è quella possibilità, presente in ogni essere umano, di far nascere qualcosa di più vero, di più vasto e di più divino nella propria coscienza e nella propria vita.

➜ Playlist – Lettura e commento di Far nascere Dio

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QUANDO LA TRADIZIONE DEVE RITROVARE VITA

“La sintesi degli Yoga” – Introduzione – pag. 13 – “Non c’è verità o pratica rigorosamente formulata che non invecchi e perda gran parte delle sue virtù se non la si rinnova costantemente nelle fresche acque dello Spirito, che ravviva le morte e moribonde forme e conferisce loro nuova vita. Sri Aurobindo – “

Commento di R.M.S.

Questo brano è tratto dall’introduzione a La Sintesi degli Yoga di Sri Aurobindo. Con queste parole Sri Aurobindo ci mette in guardia da uno dei rischi più sottili del cammino spirituale: trasformare una verità viva in una formula rigida. Una pratica, un insegnamento o una disciplina possono essere autentici e profondi, ma se vengono ripetuti soltanto per abitudine, senza una partecipazione interiore sempre rinnovata, finiscono lentamente per perdere la loro forza trasformativa. Quando parla delle “fresche acque dello Spirito”, Sri Aurobindo utilizza un’immagine molto suggestiva. Lo Spirito è ciò che mantiene vivo ogni insegnamento, impedendogli di diventare una semplice tradizione o un insieme di regole da osservare meccanicamente. La pratica spirituale non consiste nel ripetere sempre gli stessi gesti, ma nel viverli ogni volta con una coscienza nuova, con una sincerità rinnovata e con un’apertura sempre più profonda. Anche la meditazione, la preghiera, il mantra o qualsiasi altra disciplina possono diventare routine se il cuore e la coscienza non partecipano realmente. Per questo Sri- Aurobindo ci invita a non attaccarci alle forme, ma a ciò che attraverso di esse vuole manifestarsi. Le forme sono necessarie, ma devono rimanere strumenti al servizio della coscienza, non sostituirsi ad essa. Forse è proprio questo il significato più profondo del suo insegnamento: la vera spiritualità non consiste nel conservare il passato, ma nel permettere alla Verità di rinnovarsi continuamente dentro di noi.

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