Purna Yoga

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La sincerità nel lavoro interiore

Quando parliamo di sincerità pensiamo generalmente al rapporto con gli altri; essere sinceri significa non mentire, dire ciò che realmente pensiamo, non nascondere intenzionalmente la verità. Nel Purna Yoga la sincerità assume però un significato molto più profondo, perché riguarda innanzitutto il rapporto che abbiamo con noi stessi e con i diversi movimenti che agiscono dentro di noi.
Possiamo essere sinceramente convinti delle ragioni per cui facciamo una determinata scelta e non vedere che dietro quella scelta esiste anche una paura, un desiderio, un bisogno o una preferenza. Possiamo aspirare realmente a qualcosa e nello stesso tempo avere altre parti di noi che si muovono in una direzione diversa. Possiamo perfino attribuire un significato spirituale a qualcosa che corrisponde semplicemente a ciò che desideriamo.
Questo non significa necessariamente che stiamo mentendo. Il problema è più sottile, cioè possiamo non vedere ciò che realmente ci muove e credere alla spiegazione che diamo a noi stessi. È proprio per questo che considero la sincerità uno degli aspetti fondamentali del lavoro interiore. Prima di poter trasformare qualcosa dobbiamo riuscire a vederlo e, per vederlo, dobbiamo essere disponibili a incontrare anche ciò che non corrisponde all’immagine che abbiamo di noi. Nelle sue Conversazioni Mère ritorna molte volte su questo tema. Ho scelto alcuni passaggi appartenenti ad anni diversi perché, accostati, permettono di seguire un percorso che parte dall’autoinganno quotidiano e arriva progressivamente a un significato molto più profondo della sincerità nel Purna Yoga. Le parole di Mère sono riportate in corsivo e tra virgolette; le riflessioni che seguono ciascun passaggio sono mie.

25 marzo 1953 – Non ingannare se stessi

Domanda: «Hai detto: “La questione è essere sinceri. Se non siete sinceri, non cominciate lo Yoga”.»
Mère: «La sincerità è forse la più difficile di tutte le cose e forse è anche la più efficace. La prima cosa è non ingannare se stessi.»
Credo che questo sia il primo punto dal quale partire. La sincerità non riguarda soltanto quello che diciamo agli altri. Mère porta immediatamente l’attenzione sul rapporto che abbiamo con noi stessi. Possiamo infatti trovare spiegazioni favorevoli per quello che facciamo, per le nostre parole e per le nostre reazioni, e possiamo farlo senza rendercene conto. Il problema diventa allora imparare a osservarci con sufficiente attenzione da riconoscere questi movimenti quando si presentano. Non per giudicarci, ma per cominciare a vedere ciò che realmente accade dentro di noi.

5 maggio 1954 – Le giustificazioni che costruiamo

Domanda: «Ma se una persona è insincera e non sa dove si trova questa insincerità?»
Mère: «Oh! Non lo sa?… È perché non è sufficientemente sincera e non si osserva. […] Novanta volte su cento lo si fa senza saperlo. È proprio questa la miseria.»
Mère porta qui un esempio molto concreto. Possiamo sapere che dovremmo fare qualcosa e non volerla fare; oppure sapere che non dovremmo fare qualcosa e desiderare invece di farla. A quel punto possiamo cominciare a costruire dentro di noi una buona ragione che ci permetta di fare ciò che desideriamo. La cosa più interessante è che possiamo arrivare a credere sinceramente alla spiegazione che abbiamo costruito. È qui che il lavoro sulla sincerità diventa particolarmente sottile, non si tratta semplicemente di smettere di mentire, ma di accorgerci di come possiamo giustificare a noi stessi ciò che desideriamo.
Poco dopo viene posta un’altra domanda.
Domanda: «Dolce Madre, hai scritto: “La sincerità è la chiave delle porte divine”. Che cosa significa?»
Mère: «È un’immagine letteraria, figlia mia, un modo figurato di esprimere il fatto che con la sincerità si può raggiungere tutto, persino il Divino. Se si vuole aprire una porta, è necessaria una chiave, non è vero? Ebbene, per la porta che vi separa dal Divino, la sincerità funziona come una chiave: apre la porta e vi permette di entrare, tutto qui.»
Qui il significato della sincerità si amplia. Il lavoro attraverso il quale impariamo a vedere i nostri desideri, le nostre giustificazioni e le nostre contraddizioni non rimane confinato alla conoscenza psicologica di noi stessi. Nel Purna Yoga la sincerità diventa una condizione dell’apertura spirituale. È significativo che Mère scelga proprio l’immagine di una chiave, ovvero di qualcosa che permette di aprire ciò che altrimenti rimarrebbe chiuso.

10 novembre 1954 – I diversi gradi della sincerità

Domanda: «Dolce Madre, che cosa significa esattamente “sincerità”?»
Mère: «Ci sono diversi gradi di sincerità. […] Finché c’è una parte dell’essere che contraddice l’aspirazione centrale verso il Divino, non si è perfettamente sinceri.»
Questo passaggio introduce un aspetto fondamentale del lavoro interiore: non siamo costituiti da una sola volontà. Una parte di noi può desiderare sinceramente di progredire e di liberarsi da una determinata difficoltà, mentre un’altra parte può continuare a proteggerla. Possiamo quindi essere sinceri in una parte di noi e scoprire contemporaneamente movimenti che vanno in una direzione diversa. Questo non significa necessariamente che la nostra aspirazione sia falsa. Significa piuttosto che il nostro essere è ancora frammentato. Vedere questa contraddizione è già parte del lavoro, perché ciò che diventa cosciente può cominciare a essere conosciuto e trasformato.
Nella stessa Conversazione viene affrontato il problema di come diventare coscienti della Forza divina.
Domanda: «Ma se non si è coscienti della Forza divina?»
Mère: «Devi diventare cosciente. Aspira, chiedi, aspira sinceramente.»
Anche qui Mère riporta il discorso alla qualità reale della nostra aspirazione. Possiamo desiderare qualcosa a parole e dedicargli soltanto qualche momento, mentre il resto del nostro essere continua a essere occupato da molti altri movimenti. La sincerità riguarda allora anche quanto siamo realmente presenti a ciò che diciamo di volere. Non è la quantità delle parole o delle pratiche a stabilirlo, ma la qualità dell’attenzione e dell’aspirazione che riusciamo a mettere in ciò che facciamo. L’aspirazione è un elemento centrale nel Purna Yoga e merita naturalmente uno spazio specifico. Tornerò quindi su questo tema in un successivo approfondimento dedicato al lavoro interiore.

19 dicembre 1956 – Una sincerità progressiva

In questa Conversazione Mère legge due domande che le sono state consegnate.
Domanda: «È possibile per un essere umano essere perfettamente sincero?»
Domanda: «Esiste una sincerità mentale, una sincerità vitale, una sincerità fisica? Qual è la differenza tra queste sincerità?»
Mère: «Naturalmente, il principio della sincerità è lo stesso ovunque, ma la sua azione è diversa secondo gli stati dell’essere. […] Per cominciare, bisogna dire che la sincerità è progressiva.»
Più avanti Mère arriva a una formulazione particolarmente significativa:
Mère: «La sincerità è la base di ogni vera realizzazione, è il mezzo, il cammino — ed è anche la meta.»
Mi sembra importante l’idea che la sincerità sia progressiva. Non possiamo decidere una volta per tutte di essere sinceri e considerare concluso il problema. Più diventiamo coscienti, più possiamo vedere aspetti di noi che precedentemente non riuscivamo neppure a riconoscere. Ciò che ieri ci sembrava completamente chiaro può mostrarci domani una motivazione più profonda, una preferenza o una parte di noi che non avevamo visto. La sincerità cresce quindi insieme alla nostra capacità di conoscerci.

21 maggio 1958 – L’onestà della mente

Domanda: «Dolce Madre, che cosa significa esattamente “onestà mentale”?»
Mère: «È una mente che non cerca di ingannare se stessa. E in realtà non si tratta neppure di un “tentativo”, perché riesce benissimo a farlo!»
Mère conclude questo passaggio con un’osservazione particolarmente importante:
Mère: «A volte ci vogliono anni. […] per vedere chiaramente, completamente, fino a che punto ci si ingannava — e in quel momento si era convinti di essere sinceri.»
Credo che questo sia uno degli aspetti più difficili da accettare nel lavoro su di sé. Possiamo essere convinti della nostra sincerità e scoprire molto tempo dopo che stavamo proteggendo una determinata immagine di noi, giustificando una reazione o attribuendo agli altri e alle circostanze qualcosa che riguardava anche noi. La mente è molto abile nel costruire spiegazioni coerenti e rassicuranti. Per questo la sincerità richiede attenzione e una disponibilità continua a rimettere in discussione ciò che crediamo di sapere di noi stessi. Non credo però che questo significhi vivere in una continua diffidenza verso ciò che sentiamo o pensiamo. Sarebbe soltanto un’altra forma di rigidità. Il punto è poter osservare. Se riconosco una paura dietro una mia scelta, posso sentirla senza doverla nascondere. Se vedo che sto costruendo una giustificazione, posso fermarmi e guardarla. Se scopro che una parte di me vuole qualcosa di diverso da ciò che pensavo di volere, posso riconoscere entrambe le parti.
È anche qui che, a mio avviso, la sincerità incontra naturalmente il lavoro del Testimone. Per vedere ciò che accade dentro di noi abbiamo bisogno di creare almeno un piccolo spazio rispetto a ciò che stiamo osservando. Posso riconoscere un desiderio senza essere costretto a seguirlo, sentire una paura senza coincidere completamente con quella paura, vedere una giustificazione mentre la mia mente la sta costruendo. Non per condannare questi movimenti, ma per conoscerli. Nel Purna Yoga, tuttavia, questo lavoro non termina nella conoscenza psicologica di noi stessi. Nelle parole di Mère la sincerità conduce progressivamente verso qualcosa di più ampio, l’unificazione delle diverse parti dell’essere intorno a un’aspirazione più profonda. È per questo che non può essere considerata semplicemente una qualità morale. Diventa una condizione del lavoro interiore e della trasformazione.
Forse possiamo cominciare proprio dalle cose più semplici. Osservare ciò che pensiamo, ciò che sentiamo, ciò che desideriamo e le spiegazioni che costruiamo. Accorgerci quando una parte di noi dice una cosa e un’altra ne vuole un’altra. Non pretendere di essere perfettamente sinceri, ma diventare progressivamente più disponibili a vedere. Perché possiamo lavorare realmente soltanto con ciò che siamo disposti a riconoscere. E forse la sincerità comincia proprio da qui, dalla disponibilità a incontrare la verità di ciò che siamo, senza condannarci e senza nascondercela.

Testi di riferimento: Mère, Questions and Answers, Conversazioni del 25 marzo 1953, 5 maggio 1954, 10 novembre 1954, 19 dicembre 1956 e 21 maggio 1958, Sri Aurobindo Ashram. I brani qui riportati sono tradotti dalle edizioni consultate nella Sri Aurobindo Ashram Library. Le Conversazioni sono disponibili anche in edizione italiana.

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