Purna Yoga

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Aspirazione e Preghiera
da Guida di Sri Aurobindo – Lettere a un giovane discepolo Nagin Doshi

Dialogo
DiscepoloHai scritto: «Molto spesso, proprio quando si pensa che una particolare resistenza sia scomparsa e non sia più presente nel vitale, essa riemerge». Ebbene, quando per un certo tempo cade nell’oblio, la mente
non è naturalmente portata a dire: «È scomparsa per sempre»?

Sri AurobindoLa mente non ha bisogno di dire: «È scomparsa per sempre», perché potrebbe non essere vero. Deve semplicemente mantenere la ferma risoluzione di liberarsene e, se ritorna, non permetterle di riprendere il sopravvento.
DiscepoloMi domando perché la nostra piccola mente umana sprechi le sue energie cercando di stabilire quanto sia ormai consolidato in noi e quanto rimanga ancora da fare.
Sri AurobindoLa mente non può saperlo; può soltanto aspettarsi, sperare, temere o pensare che qualcosa sia stabilito oppure che non lo sia. Ciò che bisogna fare è osservare, aspirare e persistere finché la cosa non sia stabilita in modo permanente. Quando lo sarà, lo sapremo perché nulla potrà scuotere ciò che è rimasto stabile per mesi e persino per anni.
Discepolo Durante il difficile e oscuro viaggio della mia sadhana non devo perdere quel bastone d’oro che la mia anima mi tende: «Dare tutto e non chiedere nulla». Lasciarlo sfuggire significherebbe cadere in un abisso.
Sri Aurobindo Sì, questa è la via.
DiscepoloLa soluzione dell’attuale difficoltà che chiedo alla Madre non è la soddisfazione dei miei desideri egoistici, ma una forte pressione sul mio vitale affinché abbandoni le sue stupidità e si arrenda a Lei.
Sri AurobindoSe manterrai questo atteggiamento, l’intera difficoltà svanirà.

Fonte: Nagin Doshi, Guidance from Sri Aurobindo – Letters to a Young Disciple, corrispondenza con Sri Aurobindo.

Il primo punto nel dialogo riguarda le resistenze che sembrano scomparse e poi ritornano. Sri Aurobindo invita a non trasformare una fase di quiete in una conclusione prematura. Il fatto che una difficoltà non si manifesti per un certo periodo non significa ancora che sia stata trasformata alla radice. Piuttosto che preoccuparsi di stabilire se sia definitivamente superata, ciò che conta è mantenere ferma la decisione di liberarsene e non consentirle di riprendere il suo posto. Da qui nasce un secondo insegnamento. La mente tende continuamente a misurare il cammino, vuole sapere quanto sia stato conquistato e quanto rimanga ancora da fare, ma Sri Aurobindo dice chiaramente che la mente non può saperlo. Può sperare, temere, aspettarsi qualcosa, convincersi che un cambiamento sia avvenuto oppure dubitarne. La verifica reale viene dal tempo e dalla stabilità. Quando qualcosa è veramente stabilito, continua a esserlo anche attraverso le circostanze e le difficoltà, per mesi e persino per anni. Per questo mi sembra particolarmente importante la sua indicazione “osservare, aspirare, persistere”.
Osservare ciò che accade dentro di noi senza nasconderlo e senza coincidere immediatamente con ciò che emerge; aspirare, mantenendo l’essere orientato verso una coscienza più alta e verso la trasformazione; persistere, soprattutto quando il risultato non arriva subito e qualche vecchio movimento ritorna. Non è necessario stabilire ogni volta a che punto siamo. Si continua il lavoro.
“Dare tutto e non chiedere nulla” porta il discorso ancora più in profondità, perché introduce il tema della resa. Nel contesto della sadhana non significa diventare passivi o rinunciare alla propria volontà, ma evitare di trasformare l’offerta spirituale in una specie di scambio con il Divino, come se dicessimo «io mi dono, ma in cambio deve accadere ciò che desidero». L’aspirazione è diversa, rimane aperta alla trasformazione senza pretendere di stabilire in anticipo quale debba esserne il risultato. Anche la preghiera può essere vista in questa prospettiva. Chiedere aiuto non è contrario alla resa, ciò che cambia profondamente è quello che chiediamo. In questo dialogo il discepolo non domanda alla Madre di soddisfare il movimento egoistico del suo vitale, chiede piuttosto una pressione capace di aiutarlo a trasformarlo. La preghiera non serve allora a convincere il Divino a conformarsi ai nostri desideri, ma può diventare una richiesta di luce, di forza e di cambiamento interiore. Questo però non significa che la resa debba essere confusa con la passività. Nel quadro più ampio dell’insegnamento di Sri Aurobindo, l’aspirazione, la volontà, il rifiuto dei movimenti contrari e l’apertura alla Forza divina partecipano tutti al lavoro della sadhana. Arrendersi non vuol dire quindi smettere di osservare, scegliere o agire. Significa piuttosto accorgersi, poco alla volta, di ciò che sta realmente guidando la nostra azione. Possiamo credere di esserci affidati e nello stesso tempo continuare a pretendere che le cose vadano come vogliamo noi. È forse proprio qui che la resa smette di essere soltanto un’idea e diventa qualcosa da verificare nella propria esperienza.

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