Purna Yoga

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SATPREM – BERNARD ENGINER

Vita, ricerca e avventura della coscienza

Satprem (1923-2007), pseudonimo di Bernard Enginger, è stato scrittore, ricercatore spirituale e uno dei più importanti testimoni dell’opera di Sri Aurobindo e Mère. Il suo nome rimane soprattutto legato all’Agenda di Mère, la monumentale raccolta delle conversazioni avute con lei durante gli ultimi tredici anni della sua vita, e alla sua opera di divulgazione del Purna Yoga e della ricerca sulla trasformazione della coscienza.
Nacque a Parigi il 30 ottobre 1923, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza in Bretagna, in un ambiente profondamente segnato dal mare. Questa origine bretone, più esistenziale che anagrafica, rimase sempre parte del suo temperamento: il bisogno di libertà, il gusto dell’avventura, l’insofferenza verso le istituzioni e soprattutto una tensione quasi fisica verso ciò che si trova oltre i confini conosciuti.
Il mare rappresentò per lui molto più di un paesaggio. Fu una delle prime immagini di quello spazio aperto e sconfinato che avrebbe continuato a cercare per tutta la vita, dapprima attraverso il viaggio e successivamente attraverso l’esplorazione della coscienza.
° LA GUERRA E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO
La Seconda guerra mondiale segnò Satprem in maniera profondissima.
Ancora giovanissimo entrò nella Resistenza francese. Alla fine del 1943 venne arrestato dalla Gestapo e deportato nei campi di concentramento tedeschi, dove trascorse circa due anni. Aveva poco più di vent’anni.
L’esperienza dei campi lasciò in lui una ferita profonda e una radicale sfiducia nei confronti delle ideologie, delle istituzioni e delle rassicurazioni della civiltà. Aveva visto fino a quale punto l’essere umano potesse precipitare nell’orrore e quanto fragile fosse quella superficie culturale sotto la quale continuavano ad agire forze primitive e distruttive.
Ma proprio dentro quell’esperienza estrema cominciò a emergere una domanda che avrebbe attraversato, in forme diverse, tutta la sua esistenza: «Cosa resta di un uomo quando perde tutto, anche se stesso?»
Non era soltanto una domanda filosofica. Nel campo di concentramento potevano essere strappati all’uomo la libertà, il nome, la dignità, le appartenenze, le sicurezze e perfino l’immagine che aveva costruito di se stesso. Che cosa rimane quando tutto ciò attraverso cui normalmente diciamo «io» viene progressivamente distrutto? Questa domanda diventerà una delle sorgenti profonde della ricerca di Satprem. Dietro le identità personali, sociali e mentali doveva esistere qualcosa che non dipendesse da esse, qualcosa di più essenziale che potesse essere scoperto proprio quando le strutture abituali dell’essere umano venivano portate al limite.
Satprem non cercò mai una spiritualità consolatoria. Dopo avere conosciuto direttamente una delle manifestazioni più terribili della storia europea, la questione per lui non poteva essere semplicemente quella di trovare una pace interiore o una salvezza individuale.
La domanda diventò ancora più radicale: è possibile trasformare realmente la natura umana o siamo condannati a riprodurre indefinitamente violenza, paura, sopraffazione e morte? In questo senso l’esperienza della deportazione non rappresentò soltanto una tragedia nella biografia di Bernard Enginger. Fu anche uno dei luoghi nei quali nacque la domanda che avrebbe accompagnato il futuro Satprem per tutta la vita: «Cosa resta di un uomo quando perde tutto, anche se stesso?»
°IL DOPOGUERRA E LA RICERCA
Dopo la liberazione attraversò un periodo di profonda inquietudine. Si avvicinò alla letteratura e all’esistenzialismo e lesse autori come André Gide e André Malraux, ma nessuna risposta intellettuale riusciva a soddisfare la sua esigenza.
Sentiva che il problema dell’esistenza non poteva essere risolto soltanto attraverso una filosofia. Cominciò così un lungo periodo di viaggi.
Lavorò per qualche tempo nell’amministrazione coloniale francese a Pondicherry, allora ancora territorio francese in India. Fu proprio qui che entrò per la prima volta in contatto con Sri Aurobindo e Mère.
L’incontro non determinò immediatamente una conversione spirituale. Satprem era troppo inquieto, troppo indipendente e troppo insofferente verso qualsiasi appartenenza per stabilirsi facilmente in un Ashram. Continuò a viaggiare.
Visse nella Guyana francese, attraversò il Brasile e l’Africa e cercò continuamente situazioni nelle quali potesse mettere alla prova se stesso. Durante questi viaggi portava con sé La Vita Divina di Sri Aurobindo.
Progressivamente quella visione cominciò a lavorare dentro di lui.
° IL RITORNO IN INDIA
Nel 1953 ritornò a Pondicherry e si stabilì per un periodo allo Sri Aurobindo Ashram. Sri Aurobindo era morto tre anni prima e Mère guidava ormai direttamente la comunità. Satprem lavorò nell’Ashram e collaborò alla redazione francese del Bulletin del Dipartimento di Educazione Fisica. Ma anche in questa fase la sua inquietudine non diminuì, continuava a sentire il bisogno di cercare altrove. Ripartì ancora, viaggiando attraverso differenti paesi e incontrando altre tradizioni spirituali. Si avvicinò anche al tantrismo e trascorse un periodo come sannyasin errante in India.
Queste esperienze gli permisero di conoscere dall’interno differenti forme di spiritualità, ma finirono progressivamente per riportarlo verso Mère.
Continuava ad allontanarsi e continuava a ritornare.
° IL NOME SATPREM
Fu Mère a dargli il nome Satprem, generalmente tradotto come «colui che ama veramente» o «vero amore».
Il nome esprimeva qualcosa che Mère riconosceva dietro il carattere inquieto, ribelle e spesso tormentato di Bernard Enginger: un bisogno assoluto di autenticità e una ricerca che non riusciva ad accontentarsi di nessuna risposta parziale. Il suo rapporto con Mère fu molto intenso e non sempre facile.
Satprem non fu il discepolo docile che accetta senza interrogare. Faceva domande, dubitava, protestava, attraversava crisi e metteva continuamente alla prova ciò che gli veniva proposto. Mère sembrava riconoscere proprio in questa natura ribelle uno strumento particolare.
° LE CONVERSAZIONI CON MÈRE
A partire dalla fine degli anni Cinquanta Satprem incontrò Mère sempre più frequentemente. Inizialmente gli incontri riguardavano anche il suo lavoro letterario e le traduzioni. Progressivamente, però, le conversazioni divennero qualcosa di completamente diverso. Mère cominciò a raccontargli ciò che stava accadendo nella propria esperienza interiore e soprattutto nel proprio corpo.
Satprem comprese progressivamente l’importanza straordinaria di quelle testimonianze e cominciò a registrare sistematicamente le conversazioni. Nacque così l’Agenda di Mère.
Dal 1960 al 1973 Satprem registrò centinaia di incontri nei quali Mère raccontava quasi giorno dopo giorno il proprio lavoro sulla coscienza fisica e cellulare.
° L’AGENDA DI MÈRE
L’Agenda di Mère è composta da tredici volumi e costituisce una delle testimonianze centrali degli ultimi anni della ricerca del Purna Yoga.
Non si tratta semplicemente di una raccolta di insegnamenti spirituali. È il diario di un’esperienza. Mère racconta ciò che accade nella coscienza delle cellule, le resistenze del corpo, gli automatismi della mente fisica, la paura della morte, la percezione della Forza e il tentativo di permettere alla coscienza supermentale di agire direttamente nella materia. Satprem non è soltanto colui che registra. È l’interlocutore.
Le sue domande, le sue difficoltà, le sue intuizioni e perfino le sue ribellioni diventano parte integrante dell’Agenda. La relazione tra Satprem e Mère permette spesso alla ricerca di essere espressa con un’immediatezza che difficilmente avrebbe avuto in un testo teorico.
L’Agenda diventa così la testimonianza diretta di quello che Mère avrebbe progressivamente vissuto come Yoga delle cellule.
° SRI AUROBINDO O L’AVVENTURA DELLA COSCIENZA
Nel 1964 Satprem pubblicò Sri Aurobindo ou l’Aventure de la Conscience, tradotto in italiano come Sri Aurobindo. L’avventura della coscienza, è probabilmente la sua opera più conosciuta. Il libro non è una biografia tradizionale di Sri Aurobindo e non è neppure un’esposizione accademica del suo pensiero. Satprem racconta Sri Aurobindo come un esploratore della coscienza.
Il lettore viene condotto attraverso i differenti piani dell’essere, il silenzio mentale, la coscienza cosmica, la discesa della Forza, i livelli superiori della mente e infine la Supermente. Il grande merito del libro consiste nell’avere reso accessibile a un pubblico molto più vasto una visione estremamente complessa. Per molti lettori occidentali L’avventura della coscienza ha rappresentato la porta d’ingresso al pensiero di Sri Aurobindo e Mère.
° L’EVOLUZIONE OLTRE L’UOMO
Uno dei temi centrali dell’opera di Satprem è l’idea che l’essere umano sia un essere di transizione. Riprendendo Sri Aurobindo, Satprem insiste continuamente sul fatto che l’uomo mentale non rappresenta il termine dell’evoluzione.
La materia ha prodotto la vita. La vita ha prodotto la mente. Perché l’evoluzione dovrebbe fermarsi con l’essere umano attuale?
Per Satprem il problema decisivo non è quindi costruire un uomo mentalmente più intelligente o moralmente migliore, ma permettere l’emergere di una nuova coscienza capace di trasformare la struttura stessa dell’essere umano.
Da qui nasce il suo interesse radicale per l’esperienza di Mère.
Negli ultimi anni della sua vita, infatti, Mère non cercava semplicemente un nuovo stato di coscienza: cercava una trasformazione della materia vivente.
° IL MENTALE DELLE CELLULE
Questo tema raggiunge una delle sue formulazioni più importanti ne Il mentale delle cellule, pubblicato nel 1980. Satprem cerca qui di condensare il significato della ricerca contenuta nell’Agenda. Il corpo possiede un proprio livello mentale estremamente elementare, ripetitivo e automatico.
Questo mentale fisico continua a riprodurre indefinitamente le stesse associazioni, le stesse paure e soprattutto la stessa memoria evolutiva legata alla sopravvivenza, alla malattia e alla morte. La trasformazione non può quindi fermarsi alla mente pensante, ma deve scendere fino a questo livello elementare della coscienza corporea. È qui che il Purna Yoga diventa realmente Yoga delle cellule.
° SATPREM SCRITTORE
Satprem possedeva uno stile molto personale, non scriveva come un filosofo sistematico. La sua prosa è spesso incalzante, poetica, provocatoria e attraversata da immagini potenti. Nei suoi libri si sente continuamente il viaggiatore, l’uomo del mare e il sopravvissuto ai campi di concentramento.
Per lui la ricerca spirituale non era una questione di elevazione morale o di serenità personale,era un’avventura evolutiva.
Tra le sue opere più importanti, oltre a Sri Aurobindo o l’avventura della coscienza e Il mentale delle cellule, vi sono La genesi del superuomo, la trilogia dedicata a Mère e diversi testi nei quali continuò a interrogarsi sul passaggio evolutivo oltre l’uomo.
° DOPO LA MORTE DI MÈRE
La morte di Mère nel novembre del 1973 aprì una fase molto difficile.
Satprem entrò in un duro conflitto con la dirigenza dello Sri Aurobindo Ashram, soprattutto intorno alla conservazione e alla pubblicazione integrale delle registrazioni delle conversazioni con Mère.
Considerava essenziale che l’Agenda fosse resa disponibile senza essere ridotta o trasformata in un testo istituzionale. Questa battaglia lo portò progressivamente a separarsi dall’Ashram. Nel 1977 contribuì alla fondazione dell’Institut de Recherches Évolutives, creato per preservare e diffondere integralmente l’Agenda e gli scritti collegati alla ricerca di Sri Aurobindo e Mère. Nel 1982 l’Agenda fu pubblicata integralmente in francese nei suoi tredici volumi.
° IL RITIRO E I CARNETS D’UNE APOCALYPSE
Dopo la morte di Mère e la lunga battaglia per preservare e pubblicare integralmente l’Agenda, Satprem entrò progressivamente in una nuova fase della propria vita. Il centro della sua ricerca non era più soltanto comprendere e testimoniare il lavoro compiuto da Sri Aurobindo e Mère, ma verificare nella propria esperienza fino a che punto quella ricerca potesse essere continuata nel corpo.
Si ritirò quindi sempre più dalla vita pubblica insieme a Sujata Nahar, sua compagna e collaboratrice, dedicandosi a un lavoro interiore estremamente intenso. Iniziò così una lunga esplorazione della coscienza corporea che avrebbe accompagnato gli ultimi decenni della sua vita.
Di questa esperienza rimane una testimonianza straordinaria nei Carnets d’une Apocalypse, i suoi diari iniziati dopo la morte di Mère e proseguiti negli anni successivi. Satprem utilizza la parola «apocalisse» nel suo significato originario di svelamento, messa a nudo. Ciò che deve essere svelato è, per lui, la condizione profonda dell’essere umano e della specie, ma anche la possibilità di qualcosa di nuovo che cerca di emergere.
I Carnets rappresentano, in un certo senso, per Satprem ciò che l’Agenda rappresenta per gli ultimi anni di Mère, pur nella radicale differenza delle loro esperienze. Non sono un trattato filosofico e neppure un nuovo insegnamento spirituale. Sono il diario di un uomo che cerca di registrare, giorno dopo giorno, ciò che avverte nella propria coscienza e soprattutto nel proprio corpo.
Satprem descrive sensazioni fisiche, pressioni, resistenze, modificazioni della percezione corporea, momenti di apertura e passaggi estremamente difficili. Cerca di comprendere se nel corpo umano esista realmente la possibilità di oltrepassare gli automatismi che appartengono alla vecchia struttura evolutiva della specie. La sua ricerca si colloca esplicitamente nel solco aperto da Sri Aurobindo e portato da Mère fino allo Yoga delle cellule. Satprem non afferma semplicemente di avere raggiunto ciò che Mère cercava. Si presenta piuttosto come qualcuno che entra, con il proprio corpo, in un territorio ancora sconosciuto e cerca di registrarne i passaggi.
Progressivamente egli percepisce inoltre una relazione sempre più stretta tra ciò che avviene nel proprio corpo e ciò che avviene nella coscienza terrestre. Le crisi individuali, le tensioni del corpo, le trasformazioni interiori e le convulsioni del mondo gli appaiono come differenti manifestazioni di un medesimo travaglio evolutivo: una vecchia forma umana sembra giunta ai propri limiti mentre qualcosa di ancora sconosciuto cerca di nascere.
Per questo nei Carnets il corpo non è semplicemente il corpo personale di Satprem. Diventa il luogo nel quale egli cerca di percepire qualcosa del processo della Terra.
La domanda che attraversa queste pagine è la stessa che aveva animato tutta la sua vita: l’essere umano attuale rappresenta veramente il termine dell’evoluzione oppure siamo dentro una crisi necessaria al passaggio verso un’altra forma di coscienza? I Carnets d’une Apocalypse costituiscono quindi l’ultima grande testimonianza della ricerca di Satprem. Dopo essere stato per anni l’interlocutore di Mère mentre lei esplorava la coscienza delle cellule, Satprem tenta di entrare personalmente nello stesso grande problema evolutivo, non più soltanto attraverso il pensiero o la comprensione spirituale, ma attraverso il proprio corpo.
Non sostenne semplicemente di avere realizzato la trasformazione supermentale. I Carnets testimoniano piuttosto una ricerca aperta, difficile e talvolta drammatica, nella quale il corpo stesso diventa il terreno dell’esperienza.
Il giovane bretone che aveva cercato l’ignoto attraversando gli oceani sembra così ritrovare, alla fine della vita, un ultimo oceano da attraversare: quello della materia vivente. Satprem continuò questa ricerca fino agli ultimi anni della sua vita. Morì il 9 aprile 2007 all’età di ottantatré anni. Sujata Nahar, che gli era rimasta accanto durante il lungo periodo di ritiro e di ricerca, morì poche settimane dopo, il 4 maggio dello stesso anno.
° L’EREDITÀ DI SATPREM
Satprem occupa un posto particolare nella storia del Purna Yoga. Non fu Sri Aurobindo, nè fu Mère. E non cercò di diventare il fondatore di una nuova via. Fu soprattutto un testimone, un interprete e infine un esploratore.
La sua importanza deriva innanzitutto dall’avere compreso molto presto che l’esperienza di Mère negli ultimi anni della sua vita possedeva un valore straordinario e dall’avere avuto l’intuizione di registrarla.
Senza il suo lavoro, una parte fondamentale dell’esperienza dello Yoga delle cellule sarebbe probabilmente andata perduta. Ma Satprem fu anche colui che seppe raccontare Sri Aurobindo e Mère in un linguaggio capace di raggiungere l’uomo occidentale contemporaneo. Ne mise in evidenza soprattutto la dimensione evolutiva e sperimentale. Per lui il Purna Yoga non era la ricerca di un paradiso spirituale. Era la continuazione cosciente dell’evoluzione.
E negli ultimi decenni cercò di portare questa intuizione fino alle sue conseguenze più radicali: se l’evoluzione deve realmente oltrepassare l’uomo mentale, il cambiamento non può avvenire soltanto nelle idee, nelle convinzioni o negli stati interiori. Deve raggiungere il corpo, la materia vivente e infine la coscienza delle cellule. La sua stessa vita sembra contenere questa domanda.
Il giovane legato alla Bretagna e innamorato del mare, il resistente deportato nei campi di concentramento, il viaggiatore, il sannyasin errante, il discepolo inquieto di Mère, il testimone dell’Agenda e infine l’uomo ritirato che registra nei Carnets d’une Apocalypse la propria esplorazione del corpo sembrano essere differenti forme della stessa ricerca: trovare ciò che può condurre l’essere umano oltre i propri limiti attuali. Satprem non cercò una verità capace semplicemente di consolare l’uomo. Cercò una forza capace di trasformarlo.

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LO YOGA COME TRASFORMAZIONE DELLA VITA

Mère – Conversazioni – 7 Aprile 1929 Madre: Domanda: “Vuoi parlarci dello yoga? Mère: “Perché desiderate fare lo yoga? Per acquisire dei poteri? Per raggiungere la pace e la calma? Per servire l’umanità? Nessuno di questi motivi è sufficiente a provare che siete pronti per il sentiero. La domanda alla quale dovete rispondere è questa: Desiderate fare lo yoga per amore del Divino? Il Divino è lo scopo supremo della vostra vita, tanto che non potreste assolutamente fame a meno? Credete che la vostra vera ragione d’essere sia il Divino e che senza di Lui la vostra esistenza sarebbe scialba e senza senso? In questo caso, e solo in questo caso, si può dire che siete pronti per il sentiero.

Commento di R.M.S.

Con questa domanda Mère ci invita a riflettere sulla motivazione più profonda che ci spinge verso un cammino spirituale. Molte persone si avvicinano allo yoga per ottenere benessere, serenità, salute, equilibrio o particolari esperienze interiori. Pur essendo motivazioni comprensibili, Mère afferma che nessuna di esse costituisce il vero fondamento dello Yoga Integrale.
Secondo il suo insegnamento, il cammino spirituale nasce da un’esigenza molto più radicale: la ricerca del Divino come centro della propria esistenza. Non si tratta di una credenza religiosa né di un ideale morale, ma di una necessità interiore così profonda da diventare il senso stesso della vita. È questa aspirazione autentica che sostiene il ricercatore nei momenti di difficoltà e rende possibile una trasformazione reale della coscienza e della natura umana.
Questo brano ci invita quindi a interrogarci con sincerità sulle ragioni del nostro percorso. Più che chiedersi che cosa lo yoga possa offrirci, Mère ci invita a domandarci quale posto occupi realmente la ricerca interiore nella nostra vita. È una domanda semplice, ma capace di accompagnare il ricercatore per tutto il suo cammino.

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L’AUSTERITÀ DELLA PAROLA: IMPARARE A PARLARE CONSAPEVOLMENTE

La Madre (Mère), “Le quattro austerità”, in Commenti sul Dhammapada.

Quando si parla di austerità mentale, si pensa immediatamente a lunghe meditazioni che portano al controllo del pensiero, coronate dal silenzio interiore. Questo aspetto della disciplina yoghica è troppo noto perché sia necessario dilungarsi sull’argomento. Ma vi è un altro controllo di cui di solito ci si occupa meno, ed è quello della parola. Salvo poche eccezioni, solo il silenzio assoluto viene opposto al libero chiacchierare. Tuttavia vi è un’austerità molto più grande e molto più feconda nel controllo della parola che non nella sua abolizione. Sulla terra, l’uomo è il primo animale che possa servirsi di suoni articolati. Ne va tra l’altro molto fiero, ed egli usa questa capacità senza alcuna misura né discernimento. Il mondo è assordato dal rumore delle sue parole, e qualche volta si è tentati di rimpiangere il silenzio armonioso del regno vegetale. È d’altronde un fatto ben noto che meno è grande il potere mentale, più è necessario l’uso della parola. Vi sono infatti persone primitive, senza istruzione, che non riescono affatto a pensare a meno che non parlino; le si sente a volte borbottare dei suoni, più o meno sottovoce. Quello è infatti il loro unico mezzo per seguire un pensiero che non si formulerebbe in loro se non potessero pronunciare alcuna parola. Vi è anche un gran numero di persone, persino tra coloro che hanno ricevuto un’istruzione ma il cui potere mentale è debole, che sanno ciò che vogliono dire solo a mano a mano che lo dicono, cosa che rende i loro discorsi interminabili e fastidiosi. Infatti, via via che parlano, il loro pensiero diventa più chiaro e preciso, e sono quindi costretti a ripetere più volte la stessa cosa per esprimerla in modo sempre più preciso. Vi sono anche coloro che devono preparare in anticipo ciò che dovranno dire, e che farfugliano se costretti a parlare all’improvviso,’ perché non hanno avuto il tempo di elaborare progressivamente i termini esatti di ciò che vogliono dire. Vi sono infine gli oratori nati, che hanno la padronanza dell’arte oratoria; questi trovano spontaneamente tutte le parole necessarie per dire ciò che vogliono, e lo dicono bene. Tutto ciò, tuttavia, dal punto di vista dell’austerità mentale, non esce dalla categoria delle chiacchiere. Per chiacchiere intendo infatti tutte le parole pronunciate senza che siano veramente indispensabili. In base a quale criterio di giudizio? mi si chiederà. Per questo, bisogna dapprima classificare, a grandi linee, le diverse categorie di parole pronunciate. Abbiamo dapprima, nel campo fisico, tutte le parole dette per motivi materiali. Sono di gran lunga le più numerose e, nel la vita ordinaria, molto probabilmente anche le più utili. Il costante ronzio delle parole sembra l’accompagnamento indispensabile dei piccoli lavori quotidiani. Eppure, non appena ci si esercita a ridurre al minimo tale rumore, ci si rende conto che molte cose si fanno meglio e più in fretta nel silenzio, e che ciò aiuta a mantenere la pace interiore e la concentrazione. Se non vivete soli ma con altri, prendete l’abitudine di non esteriorizzarvi di continuo, pronunciando parole ad alta voce. Vi accorgerete che a poco a poco si stabilirà tra voi e gli altri una comprensione interiore, e potrete allora comunicare tra di voi riducendo al minimo il numero delle parole, o persino senza pronunciarne alcuna. Questo silenzio esteriore è molto favore vole alla pace interiore e, grazie alla vostra buona volontà e a un’aspirazione costante, potrete creare un’atmosfera armoniosa molto propizia al progresso.”

Commento di R.M.S.

Questo passo di Mère ci porta immediatamente fuori da un equivoco molto comune: pensare che la disciplina interiore appartenga soltanto ai momenti dedicati alla meditazione. Possiamo meditare ogni giorno, cercare il silenzio mentale e praticare tecniche di consapevolezza, ma poi trascorrere il resto della giornata parlando automaticamente, reagendo a ciò che accade, raccontando continuamente noi stessi, commentando gli altri o riempiendo ogni spazio di parole. Lo Yoga, invece, comincia a diventare realmente parte della vita quando la consapevolezza entra anche nei gesti più ordinari.
Mère non propone semplicemente di tacere. Dice qualcosa di più sottile e, a mio avviso, molto più difficile: imparare a governare la parola. Il silenzio può essere ottenuto anche imponendosi di non parlare; usare consapevolmente la parola richiede invece presenza. Significa cominciare a osservare ciò che accade dentro di noi prima che una parola venga pronunciata.
Possiamo allora provare, nella vita di ogni giorno, a fermarci qualche istante prima di parlare e rivolgere l’attenzione a ciò che sta accadendo dentro di noi:
Perché sto per dire questa cosa?
È veramente necessario dirla?
Sto comunicando qualcosa oppure sto semplicemente scaricando una tensione?
Sto parlando per essere ascoltato, per ottenere approvazione, per affermare la mia opinione o per avere ragione?
Sto riempiendo un silenzio che mi mette a disagio?
Sto raccontando qualcosa che riguarda un’altra persona e che forse non avrei alcuna necessità di raccontare?
Sto reagendo immediatamente a un’emozione oppure posso aspettare qualche istante e lasciare che ciò che sento diventi più chiaro?
Sono domande molto semplici, ma se cominciamo realmente a porcele possiamo scoprire quanto sia automatica una parte considerevole della nostra comunicazione. Oggi questo insegnamento di Mère acquista, se possibile, un significato ancora più evidente. La parola non è più soltanto quella pronunciata. È anche quella scritta impulsivamente in un messaggio, in una chat, in un commento sui social. Possiamo reagire in pochi secondi a qualsiasi cosa, esprimere immediatamente un giudizio, intervenire in ogni discussione, comunicare continuamente ciò che pensiamo e ciò che facciamo. La possibilità di parlare si è moltiplicata enormemente; non necessariamente è cresciuta nella stessa misura la nostra capacità di scegliere quando e come farlo.
L’austerità della parola può allora diventare una pratica molto concreta. Non significa diventare silenziosi, rigidi o trattenuti, né rinunciare alla spontaneità. Significa introdurre uno spazio di coscienza tra l’impulso e la parola. In quello spazio possiamo accorgerci che alcune parole sono necessarie, altre possono essere dette diversamente e altre ancora non hanno alcun bisogno di essere pronunciate.
Questo vale in modo particolare nelle relazioni. Quante volte una frase pronunciata sotto l’effetto della rabbia continua a produrre conseguenze molto tempo dopo che la rabbia è passata? Quante volte ascoltiamo l’altro soltanto aspettando il momento in cui potremo rispondere? E quante volte, invece di incontrare veramente chi abbiamo davanti, siamo occupati a difendere la nostra posizione, spiegare noi stessi o dimostrare di avere ragione?
Il controllo della parola di cui parla Mère non dovrebbe quindi essere confuso con la repressione. Non si tratta di trattenere ciò che sentiamo e accumularlo dentro di noi. Si tratta, al contrario, di diventare sufficientemente coscienti di ciò che sentiamo da non essere costretti ad agirlo immediatamente attraverso la parola. Posso riconoscere la mia rabbia senza trasformarla automaticamente in un’aggressione verbale. Posso sentire il bisogno di essere riconosciuto senza dover necessariamente cercare attenzione. Posso avere un’opinione senza essere obbligato a comunicarla in ogni circostanza.
Progressivamente può cambiare anche il nostro rapporto con il silenzio. Il silenzio non è più semplicemente assenza di parole e non è uno spazio vuoto da riempire. Può diventare uno spazio nel quale ascoltare meglio noi stessi, l’altro e ciò che sta realmente accadendo.
È in questo senso che un insegnamento apparentemente semplice sul parlare e sul tacere entra pienamente nella pratica dello Yoga. La trasformazione della coscienza non avviene soltanto durante la meditazione. Si verifica anche mentre parliamo con una persona, rispondiamo a un messaggio, partecipiamo a una discussione o scegliamo consapevolmente di non pronunciare una parola inutile.
Forse possiamo cominciare proprio da qui: non imponendoci il silenzio, ma osservando la nostra parola. Accorgerci di quando nasce da una reale necessità e di quando, invece, è l’automatismo a parlare attraverso di noi. In questa piccola distanza tra l’impulso e la parola può già aprirsi uno spazio di presenza.

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DIALOGO CON SRI AUROBINDO: PACE E SILENZIO

Nagin Doshi – Guida di Sri Aurobindo. Lettere a un giovane discepolo, p. 168

Domanda “La presenza del silenzio include sempre la pace?
Sry Aurobindo: “Quando c’è silenzio, dovrebbe esserci pace, se non qualcosa di più profondo, almeno una pace mentale nell’essere interiore.”
Domanda: “Si potrebbe stabilizzare il silenzio dall’inizio?
Sry Aurobindo: “ A volte si può fare, anche se all’inizio non è usuale una stabilità completa.”
Domanda: “Il silenzio ha bisogno di un supporto per sostenersi a lungo?
Sry Aurobindo: Cosa intendi per supporto? Di solito il silenzio,
quando c’è, è sufficiente a se stesso, non ha bisogno di alcun supporto.”
Domanda: “È impossibile rendere dinamica la mia pace passiva?
Sry Aurobindo: “Non è impossibile se insisti sulla Forza e la Potenza che
scendono nella pace. La pace e il silenzio sono sempre presenti durante la meditazione.”

Domanda:Ma qual è il loro valore se non diventano dinamici?
Sry Aurobindo: “ Hanno un grande valore, perché se non ci sono quella pace e quel silenzio, la vera forza non può scendere in modo tale da stabilizzarsi.”

Commento di R.M.S.

Quando pensiamo al silenzio, generalmente pensiamo all’assenza di rumore o al fatto di non parlare. Il silenzio di cui parla Sri Aurobindo è qualcosa di diverso: è una condizione interiore nella quale la mente smette progressivamente di essere trascinata dal flusso continuo dei pensieri, dei giudizi, delle preoccupazioni e delle reazioni. Possiamo infatti trovarci in una stanza perfettamente silenziosa ed essere interiormente immersi nel rumore. Allo stesso modo, possiamo vivere una situazione esternamente movimentata e conservare dentro di noi uno spazio di quiete. È questo secondo silenzio che diventa importante nello Yoga.
Sri Aurobindo mette in relazione il silenzio con la pace. Quando il movimento abituale della mente si acquieta, può emergere una condizione che non dipende necessariamente da ciò che sta accadendo fuori di noi. Non significa diventare indifferenti o estraniarsi dalla realtà. Significa non essere continuamente trascinati da ogni pensiero, emozione o avvenimento.
Ma nel dialogo compare un passaggio ancora più interessante: la domanda sulla possibilità di rendere «dinamica» una pace che inizialmente viene percepita come passiva. Una pace passiva può essere sperimentata come uno stato di quiete nel quale semplicemente non siamo disturbati. Diventa dinamica quando non è più soltanto qualcosa che sperimentiamo nei momenti di raccoglimento, ma una condizione dalla quale possiamo vivere, agire e affrontare ciò che accade.
Ed è qui che la meditazione incontra nuovamente la vita. Non è particolarmente difficile sentirsi tranquilli quando siamo soli, nessuno ci contraddice e nulla mette in discussione il nostro equilibrio. Molto diverso è conservare una parte di quella pace mentre qualcuno ci provoca, quando riceviamo una notizia che ci preoccupa, quando qualcosa non avviene come desideriamo o quando una nostra ferita viene toccata.
Possiamo allora osservare qualcosa di molto semplice: che cosa accade alla mia pace quando la realtà non corrisponde alle mie aspettative? Se scompare immediatamente, non significa che la meditazione sia stata inutile. Significa che abbiamo incontrato il punto nel quale il lavoro può continuare.
La pace interiore non consiste quindi nel costruire intorno a noi condizioni nelle quali nulla possa disturbarci. È piuttosto la possibilità, che si sviluppa progressivamente, di non perdere completamente il nostro centro quando la vita inevitabilmente ci mette in movimento. Per questo pace e silenzio non sono soltanto esperienze piacevoli da ricercare durante la meditazione. Possono diventare il terreno sul quale impariamo a vivere con una presenza diversa. Il banco di prova, ancora una volta, non è soltanto ciò che sperimentiamo quando chiudiamo gli occhi, ma ciò che accade quando li riapriamo.

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Quando cerchiamo il silenzio, perchè arrivano tanti pensieri?

Mère – Conversazioni – 8 settembre 1954

Domanda: “Quando ci si vuole concentrare, perché ogni sorta di pensieri che non venivano mai, vengono?” Mère: “Forse venivano ma non lo sapevi! Ed è perché vuoi concentrarti che ti accorgi della loro presenza. Può anche capitare che ci sia nella coscienza un elemento di contraddizione, e che quando chiedi di essere silenziosa, qualcosa dica: «No, non lo sarò!». Credo che molti di voi abbiano, così, una contraddizione interiore. Quando decidono di essere buoni, qualcosa vorrebbe spingerli a essere cattivi, quando vogliono essere tranquilli, qualcosa li spinge a essere agitati, e quando vogliono essere silenziosi, immediatamente i pensieri cominciano a turbinare. È la contraddizione inerente alla natura. Forse è per questo, forse è come ho detto: tutti i pensieri sono già lì, ma siccome non ci badi, non te ne accorgi. È del tutto vero che quando si vuole fare il silenzio assoluto, è la cosa più difficile che ci sia; perché molte cose di cui non ci si accorgeva diventano allora enormi!”

COMMENTO DI ROBERTO MARIA SASSONE

Questo brano di Mère aggiunge un elemento importante a quanto abbiamo appena visto a proposito della pace e del silenzio. Una volta compreso il valore del silenzio interiore, infatti, arriva inevitabilmente il momento in cui proviamo a sperimentarlo. Ed è proprio allora che possiamo incontrare una difficoltà apparentemente paradossale: più cerchiamo il silenzio, più ci accorgiamo del rumore della mente. Mère ci offre una chiave molto semplice per comprenderlo: quei pensieri, molto probabilmente, erano già presenti. È il tentativo di raccoglierci che ce li rende finalmente visibili. Prima eravamo immersi nel movimento mentale senza rendercene conto; quando cominciamo a osservarlo, scopriamo quanto sia continuo. Questo passaggio è importante perché evita un equivoco molto comune: pensare di non essere capaci di meditare proprio nel momento in cui stiamo cominciando a diventare più coscienti di ciò che accade dentro di noi. Accorgersi della propria agitazione mentale non è necessariamente un fallimento della meditazione; può essere, al contrario, l’inizio dell’osservazione. Ma Mère aggiunge qualcosa di ancora più sottile quando parla della «contraddizione inerente alla natura». Una parte di noi vuole essere tranquilla e un’altra si agita; decidiamo di non reagire e qualcosa dentro di noi vuole reagire; cerchiamo il silenzio e la mente sembra opporre resistenza. Cominciamo così a scoprire che ciò che chiamiamo semplicemente “io” è attraversato da movimenti, impulsi e volontà differenti, non sempre concordi tra loro.
Non occorre combatterli né giudicarci perché esistono. Il primo passo è vederli. Possiamo osservare il pensiero senza seguirlo immediatamente, riconoscere l’agitazione senza identificarci completamente con essa, accorgerci della resistenza senza trasformarla in un nuovo conflitto.
Il silenzio non è allora qualcosa che dobbiamo imporre con la forza alla mente. È uno spazio che può progressivamente emergere quando impariamo a non essere trascinati da ogni suo movimento.
Forse proprio qui possiamo aggiungere un passo a quanto dicevamo prima: prima di riuscire a dimorare nel silenzio, dobbiamo spesso diventare coscienti del rumore che fino a quel momento avevamo scambiato per noi stessi.

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Dal Silenzio all’Azione

Sri Aurobindo – La Vita Divina – Libro I – Cap. 4 – p. 32

L’uomo anche diventa perfetto solo quando ha trovato dentro di sé quell’assoluta calma e passività del Brahman che gli permette di sostenere, con la stessa divina tolleranza e la stessa divina felicità, un’attività libera e inesauribile. Coloro che hanno conquistato in tal modo la Calma interiore, possono percepire sempre, scaturente dal suo silenzio, la perenne riserva delle energie che operano nell’universo. Non corrisponde perciò alla verità del Silenzio dire che, nella sua natura, esso è un rifiuto dell’attività cosmica. L’apparente incompatibilità dei due stati è un errore della Mente limitata che, abituata a fare nette opposizioni di affermazione e negazione passando repentinamente da un polo all’altro, non è in grado di concepire una coscienza globale vasta e forte abbastanza da abbracciare contemporaneamente l’uno e l’altro. Il Silenzio non rifiuta il mondo, lo sostiene o piuttosto, sostiene con uguale imparzialità l’attività e il ritiro dall’attività, approvando inoltre la riconciliazione mediante la quale l’anima rimane libera e immobile pur prestandosi a ogni azione.

COMMENTO DI ROBERTO MARIA SASSONE

Possiamo ora fare un passo ulteriore. Nei brani precedenti abbiamo visto come il silenzio possa progressivamente stabilirsi dentro di noi e quali difficoltà possiamo incontrare quando cominciamo a cercarlo. Sri Aurobindo introduce qui un elemento fondamentale: quel silenzio non rappresenta il punto di arrivo se ci separa dalla vita. La vera questione è se possiamo conservarne qualcosa anche mentre agiamo.

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La paura del silenzio

Sri Aurobindo – La Vita Divina – Libro II – Cap. 28 – pp. 756-757

“Un silenzio, una penetrazione in un vuoto vasto, o anche immenso o infinito, fa parte dell’esperienza spirituale interiore; di questo silenzio e di questo vuoto la mente fisica ha una certa paura; la piccola mente pensante o vitale che agisce in superficie se ne ritrae o ne ha avversione, perché confonde il silenzio con l’incapacità mentale e vitale, e il vuoto con la cessazione o la non-esistenza. Ma questo silenzio è il silenzio dello Spirito, ed è la condizione di una conoscenza, di un potere e di una beatitudine più grandi, e con questo vuoto, la coppa del nostro essere naturale si svuota liberandosi del suo torbido contenuto per poter colmarsi del vino di Dio; non è il passaggio alla non-esistenza, ma a un’esistenza più grande.”

COMMENTO DI ROBERTO MARIA SASSONE

Dopo aver visto che il silenzio può accompagnarci anche nell’azione, Sri Aurobindo ci conduce qui davanti a un’altra esperienza: la paura che può sorgere quando il consueto movimento della mente comincia realmente a quietarsi.
Siamo così abituati al continuo susseguirsi dei pensieri, delle emozioni, delle preoccupazioni e degli stimoli da poter vivere la loro momentanea assenza quasi come una perdita. La mente può interpretare il vuoto come un “non esserci più”, perché tende a riconoscere la propria esistenza proprio attraverso ciò che continuamente pensa, produce e controlla.
Sri Aurobindo rovescia questa prospettiva. Quel vuoto non rappresenta necessariamente un impoverimento, ma può diventare uno spazio disponibile. L’immagine della coppa che si svuota del proprio contenuto torbido è molto significativa: per accogliere qualcosa di nuovo, occorre che vi sia uno spazio nel quale possa entrare.
Il silenzio, allora, non è assenza di coscienza. Può diventare, al contrario, apertura a una coscienza più vasta. Ed è proprio davanti a questa possibilità che possiamo comprendere meglio anche una delle nostre resistenze più comuni: la difficoltà di fermarci e rimanere semplicemente in presenza di noi stessi.

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La difficoltà di stare con se stessi

Mère – Conversazioni – 26 gennaio 1955

Domanda: ” Dolce Madre, perché gli uomini provano piacere a fare rumore? “

Mère: ” Fare rumore? Perché amano stordirsi. Nel silenzio, devono far fronte alle proprie difficoltà, sono in presenza di se stessi, e non amano questo, generalmente. Nel rumore essi dimenticano tutto, si abbruttiscono. Allora sono contenti. Costantemente l’uomo si precipita in una azione esteriore perché non ha il tempo di guardarsi vivere. Per lui, questo si traduce nel desiderio di sfuggire alla noia. Ma infine ci sono persone per le quali è molto più noioso stare tranquille – sedute, o essere tranquille. Per queste, ciò rappresenta fuggire alla noia: fare molto rumore, fare molte sciocchezze e agitarsi enormemente. È il loro modo di sfuggire alla noia. E quando sono sedute tranquille e si guardano, sono annoiate. Forse perché sono noiose. Questo, è realmente possibile. Più si è noiosi, più si è annoiati. Le persone molto interessanti, generalmente non si annoiano.”

COMMENTO DI ROBERTO MARIA SASSONE

Questo brano di Mère ci permette di completare il percorso che abbiamo seguito fin qui. Abbiamo visto il valore della pace e del silenzio, abbiamo incontrato il movimento incessante dei pensieri, abbiamo compreso che il silenzio non richiede di ritirarci dalla vita e abbiamo visto come la mente possa persino temerlo. Qui Mère ci porta ancora più vicino alla nostra esperienza quotidiana: talvolta non è il silenzio in sé a metterci in difficoltà, ma ciò che possiamo incontrare quando il rumore cessa.
Riempire continuamente il tempo di parole, attività, stimoli e occupazioni può diventare, senza che ce ne rendiamo conto, un modo per non fermarci. Non è naturalmente l’attività in sé il problema. Come abbiamo visto, il silenzio interiore può accompagnare pienamente l’azione. La differenza sta nel rapporto che abbiamo con ciò che facciamo: possiamo agire perché la vita ci chiama all’azione oppure agitarci perché fermarci significherebbe incontrare qualcosa di noi che preferiamo non vedere. “Guardarsi vivere”, come dice Mère, significa cominciare a essere presenti a noi stessi mentre viviamo. Osservare ciò che pensiamo, ciò che proviamo, le nostre reazioni e i nostri automatismi senza avere immediatamente bisogno di coprirli con un nuovo stimolo.
Il silenzio acquista allora un significato molto concreto: non è semplicemente assenza di rumore, ma la possibilità di rimanere presenti a noi stessi senza dover continuamente fuggire da ciò che incontriamo.

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QUANDO È LA COSCIENZA A CAMBIARE LA REALTÀ

Il silenzio non è un fine in se stesso. Quando impariamo a non essere continuamente trascinati dal movimento della mente, può cominciare a cambiare anche il modo in cui percepiamo noi stessi e ciò che ci circonda. Il passaggio successivo riguarda proprio questo: la trasformazione della coscienza.
R.M.S.

Sri Aurobindo – Aforisma n. 46“Quando ero addormentato nell’Ignoranza, giunsi in un luogo di meditazione pieno di santi uomini e trovai la loro compagnia fastidiosa e il posto una prigione; quando mi svegliai, Dio mi condusse in una prigione e ne fece un luogo di meditazione e d’incontro con Lui.”

Commento di R.M.S.

Questo aforisma di Sri Aurobindo è una vera provocazione per ogni ricercatore spirituale. Ci obbliga a mettere in discussione una delle illusioni più diffuse: credere che un ambiente spirituale sia, per il solo fatto di definirsi tale, un luogo di autentica evoluzione. Non sempre è così. Se manca la sincerità, anche un monastero, un ashram o un gruppo spirituale possono trasformarsi in una prigione dell’anima, dove prevalgono l’abitudine, l’ipocrisia, il conformismo e quell’apparenza di santità che il Vangelo definisce efficacemente “sepolcri imbiancati”. Sri Aurobindo ci dice qualcosa di ancora più sorprendente: quando la coscienza si risveglia, può accadere l’esatto contrario. Perfino una prigione, abitata da persone considerate lontane da Dio, può diventare il luogo di un incontro autentico con il Divino. Perché Dio non guarda le etichette, ma la verità del cuore. La Sua presenza non è garantita dai luoghi che frequentiamo, ma dalla sincerità con cui viviamo ogni esperienza.
Questo ci invita a non lasciarci sedurre dalle apparenze esteriori. Il vero criterio non è domandarsi se un ambiente sia spirituale, ma se favorisca realmente la crescita della coscienza, la sincerità, l’umiltà e la trasformazione interiore. Dove queste qualità sono presenti, lì può manifestarsi il Divino. Dove invece prevalgono l’ego spirituale e la finzione, anche il luogo apparentemente più sacro rischia di diventare una prigione.
Alla fine, il messaggio di Sri Aurobindo è semplice e radicale: il tempio non è un luogo, ma uno stato di coscienza. E la vera libertà nasce quando impariamo a riconoscere la presenza di Dio non nelle apparenze, ma nella verità vivente di ogni istante.

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LE FORZE AVVERSE E LA NOSTRA TRASFORMAZIONE

(Agenda di Mère – vol III – pag. 54) “Cresce sempre di più una visione molto concreta del ruolo che le forze avverse giocano nel creato, della loro necessità, per così dire assoluta, per farci progredire, di modo che il creato possa tornare alla propria origine divina. La visione chiarissima che non si tratta tanto di chiedere la conversione o la soppressione delle forze avverse, quanto che noi compiamo la nostra trasformazione (…) dal punto di vista terrestre. Ed è stata ad un tratto la visione di tutti gli errori, di tutte le incomprensioni, di tutte le ignoranze, di tutte le oscurità e, peggio ancora, di tutte le cattive volontà della coscienza terrestre, che si sono sentite responsabili del fatto che questi esseri e queste forze avverse continuano continuano ad esistere”. “Finché una coscienza umana avrà in sé la possibilità di sentire, di agire, di pensare o di essere in modo contrario al grande Divenire divino, non potremo incolparne qualcun altro; non potremo incolparne le forze avverse che vengono mantenute nel creato come mezzi per farci vedere e sentire tutto il cammino che dobbiamo compiere”.

Commento di R.M.S.

Questo brano di Mère, scritto nel 1962, è quanto mai attuale. Mère ci invita a compiere un passaggio fondamentale nel nostro modo di guardare il male e le difficoltà della vita. Normalmente siamo portati ad attribuire la causa della nostra sofferenza agli altri, alle circostanze o alle cosiddette forze avverse. Mère ribalta completamente questa prospettiva: il vero problema non sono tanto le forze avverse in sé, quanto la parte della nostra coscienza che continua a offrire loro un punto d’appoggio. Finché in noi esisteranno ignoranza, paura, egoismo, attaccamento o rifiuto della Verità, esse continueranno ad avere un ruolo nel grande processo evolutivo. Questo non significa giustificare il male, ma comprenderne la funzione. Le forze avverse diventano uno specchio che ci mostra con precisione ciò che ancora deve essere trasformato. Ogni reazione, ogni conflitto, ogni sofferenza che emerge nella nostra vita può diventare un’occasione preziosa per conoscere più profondamente noi stessi e avanzare verso una coscienza più luminosa. Il Purna Yoga ci insegna infatti che la vera battaglia non si combatte contro un nemico esterno, ma all’interno della nostra natura. Ogni volta che scegliamo la sincerità invece dell’autoinganno, la pace invece della reazione impulsiva, la fiducia invece della paura, sottraiamo terreno alle forze dell’ignoranza e collaboriamo concretamente all’evoluzione della coscienza terrestre. Questo insegnamento ci rende anche profondamente responsabili. Non possiamo più limitarci a denunciare ciò che non va nel mondo senza domandarci quale contributo stiamo offrendo, con i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni, alla costruzione di un mondo diverso. La trasformazione collettiva comincia sempre dalla trasformazione individuale. È questo il grande messaggio di Mère: ogni volta che un essere umano supera una parte della propria oscurità, non libera soltanto se stesso, ma apre una strada anche per tutta l’umanità.

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L’INDIVIDUO, LA COLLETTIVITÀ E LA LIBERTÀ

SRI AUROBINDO, IL CICLO UMANO “Nel cercare la verità e la legge del proprio essere, l’individuo sembra aver scoperto una verità ed una legge che non appartengono affatto al proprio essere individuale, ma alla collettività, al branco, all’alveare, alla massa. Il risultato a cui questo sembra irresistibilmente condurci è un nuovo ordinamento della società da parte di un socialismo rigido, economico e statale, in cui l’individuo, privato nuovamente della sua libertà nell’interesse proprio e dell’umanità, deve avere tutta la sua vita e le sue azioni determinate per lui ad ogni passo e in ogni punto, dalla nascita alla vecchiaia, da parte del bene ordinato meccanismo dello Stato”. (Il Ciclo Umano – Edizioni Arka – pag 29)

Commento di R.M.S.

Questo brano, scritto da Sri Aurobindo durante la Prima guerra mondiale, colpisce ancora oggi per la sua straordinaria attualità. Egli aveva compreso con largo anticipo un rischio che avrebbe caratterizzato gran parte della storia moderna: quello di una società nella quale l’individuo rinuncia progressivamente alla propria libertà interiore, delegando sempre di più allo Stato, alle istituzioni o ai sistemi collettivi il compito di decidere come vivere, cosa pensare e perfino ciò che è giusto o sbagliato. Sri Aurobindo non critica la necessità di una vita sociale organizzata, ma mette in guardia contro ogni forma di collettivismo che soffochi l’evoluzione della coscienza individuale. Una società può essere perfettamente efficiente, ordinata e sicura, ma se l’essere umano perde la libertà di ricercare la Verità, di sviluppare la propria coscienza e di assumersi la responsabilità della propria crescita, allora qualcosa di essenziale viene sacrificato. Il Purna Yoga ci ricorda che l’evoluzione dell’umanità non nasce dall’uniformità, ma dal risveglio della coscienza in ogni singolo individuo. Una collettività realmente armoniosa non si costruisce annullando le persone, ma favorendo lo sviluppo del meglio che ciascuno porta dentro di sé. L’unità non è omologazione, ma armonia tra esseri liberi e interiormente consapevoli. Rileggendo oggi queste parole, ci rendiamo conto che il vero progresso non può essere misurato soltanto dall’efficienza dei sistemi economici o politici, ma dalla capacità dell’essere umano di rimanere libero nella coscienza. Perché ogni volta che rinunciamo alla responsabilità di pensare, discernere e cercare la Verità dentro di noi, cediamo una parte della nostra libertà più preziosa: quella interiore. Ed è proprio questa libertà che, secondo Sri Aurobindo, rappresenta il fondamento indispensabile per una vera evoluzione dell’uomo e della società.

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QUANDO OGNI MOVIMENTO DELLA COSCIENZA ACQUISTA FORZA

Agenda di Mère – libro tredicesimo – 6 maggio 1972

“E in tutte le circostanze ci sono tantissimi fatti che prima avvenivano in modo indifferente e ora diventano acuti, cattive volontà che si acuiscono; e contemporaneamente miracoli straordinari — straordinari. Persone salvate in punto di morte, condizioni inestricabili che si risolvono di colpo. E succede anche a livello individuale. […] come se fosse per dare un’idea di come con la discesa del Supermentale cambierà il mondo. Davvero, quello che prima era indifferente diventa categorico: un minimo errore ha conseguenze decisive, e un minimo moto di sincerità, di vera aspirazione, porta a risultati prodigiosi. Negli esseri questi valori si accrescono. E dal punto di vista materiale il minimo sbaglio ha conseguenze gravi, e la minima sincerità nell’aspirazione ha risultati stupendi. Tutti questi valori si accrescono, si precisano.”

Commento di R.M.S.

Questo brano dell’Agenda di Mère descrive un fenomeno che molti ricercatori spirituali possono riconoscere nella propria esperienza. Quando una coscienza più alta inizia a operare sulla terra e dentro di noi, nulla rimane più neutro. Ciò che prima sembrava insignificante acquista un peso nuovo: una piccola insincerità produce effetti più evidenti, mentre un gesto autentico, un’apertura sincera al Divino o una vera aspirazione possono generare cambiamenti del tutto sproporzionati rispetto alla loro apparente piccolezza.
Mère ci invita così a comprendere che l’evoluzione della coscienza rende ogni scelta sempre più significativa. Non siamo più in un tempo in cui si può vivere distrattamente, senza conseguenze. Ogni pensiero, ogni emozione, ogni atto contribuisce ad alimentare le forze dell’ignoranza oppure ad aprire un varco alla Luce. È come se la vita stessa ci chiedesse una maggiore precisione interiore, una sincerità sempre più profonda.
Anche gli avvenimenti del mondo sembrano riflettere questa accelerazione. Da una parte assistiamo all’emergere di tensioni, conflitti e resistenze che diventano sempre più evidenti; dall’altra vediamo accadere eventi inattesi, coincidenze sorprendenti, trasformazioni improvvise e aiuti che sembrano arrivare quando ogni speranza era perduta. Non si tratta di una contraddizione, ma dei due aspetti dello stesso processo evolutivo.
Il messaggio di Mère è profondamente incoraggiante: non sono necessari grandi gesti per collaborare alla trasformazione della coscienza terrestre. Basta un atto di autentica sincerità, un momento di vero abbandono al Divino, una scelta compiuta nella luce della coscienza. Quando questi piccoli movimenti sono reali, la Forza può agire con una potenza che supera di gran lunga ciò che la mente umana è in grado di immaginare. Forse è proprio questo uno dei segni del tempo nuovo: ogni sincera apertura al Divino diventa sempre più efficace, perché trova una risposta sempre più immediata nella coscienza che sta emergendo sulla Terra.

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SATPREM, La Rivolta della Terra – Edizioni Mediterranee

“In che direzione cercare?…….basta un’incrinatura nella vecchia corazza solita perché la corazza di alcuni si spacchi – ed è un altro mondo…..Sa Iddio quanto la nostra era cosiddetta umana sia piena di difetti! La nostra scienza e le nostre religioni cercano come possono di metterci delle toppe: ma la nave sta comunque affondando. – Per ogni specie passare a ‘un’altra cosa’ è come fare un passo nella morte – un passo verso una cosa che NON ESISTE, e che pure DEVE ESISTERE! Quindi la morte fa forse parte delle condizioni da esplorare. Ma che ne sappiamo noi della morte?….. Ogni traversata è un passare per la morte, o attraverso la morte. Ogni morte si affaccia su una nuova forma di vita……Ho passato qualcosa come vent’anni accanto a Mère senza capire…Lei voleva dire che la nostra vita E’ LA MORTE….LA VITA NON ESISTE ANCORA….Ma è TUTTA LA VITA, tutto ciò che chiamiamo ‘vita’, fin dalle prime alghe azzurre della Groenlandia o dai primi anellidi – insomma, fin dalla prima comparsa della vita sulla terra -, è tutta la vita a trovarsi IN STATO DI MORTE. La vita non è mai nata! Non ancora.’ Noi siamo rinchiusi in un invisibile campo di concentramento terrestre… sono i muri del campo di concentramento a FAR MORIRE tutto quello che sta rinchiuso al loro interno.…Ma i nostri muri crollano. Ed è un’altra Terra.”

Commento di R.M.S.

Questo straordinario brano di Satprem ci conduce al cuore della ricerca di Sri Aurobindo e Mère. Le sue parole possono apparire sconvolgenti, perché mettono radicalmente in discussione ciò che siamo abituati a chiamare “vita”. Secondo questa visione, la condizione umana attuale non rappresenta il compimento dell’evoluzione, ma una fase di transizione. Ciò che consideriamo normale è, in realtà, una coscienza ancora prigioniera dei propri limiti, delle proprie paure e soprattutto della legge della morte.
L’immagine del “campo di concentramento terrestre” non va intesa in senso storico o politico, ma come una potente metafora della condizione della coscienza umana. Siamo rinchiusi entro confini invisibili che ci sembrano naturali: il tempo, la sofferenza, la malattia, la separazione, la paura e la morte. Ci siamo talmente identificati con questi limiti da considerarli inevitabili, quando invece, secondo Sri Aurobindo e Mère, appartengono soltanto a uno stadio ancora incompleto dell’evoluzione.
Satprem ci invita ad avere il coraggio di immaginare ciò che la mente giudica impossibile. Ogni autentica evoluzione comporta infatti l’abbandono di una forma di esistenza per aprirsi a qualcosa che ancora non conosciamo. È per questo che ogni grande trasformazione viene vissuta come una piccola morte: muore una parte della nostra vecchia coscienza affinché possa nascere una coscienza più ampia, più libera e più vera. Il messaggio finale è profondamente rivoluzionario e, nello stesso tempo, pieno di speranza. Se i “muri” della nostra prigione stanno davvero iniziando a crollare, significa che l’umanità si trova sulla soglia di una possibilità completamente nuova. La meta del Purna Yoga non è migliorare semplicemente l’uomo di oggi, ma partecipare alla nascita di una coscienza capace di superare le antiche leggi dell’ignoranza e della morte. È questa la grande avventura evolutiva annunciata da Sri Aurobindo, Mère e Satprem: non fuggire dalla Terra, ma assistere alla nascita di un’altra Terra, fondata su una coscienza nuova e su una vita che deve ancora manifestarsi pienamente.

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Questo brano è tratto da La Madre, Domande e Risposte, conversazione del 14 aprile 1929, nella quale la Madre affronta il tema della sincerità spirituale, dei pericoli dell’ego e dell’impossibilità di utilizzare il Divino per soddisfare i propri desideri.

Non si può ingannare Dio

“Se vi è capitato di essere stati aperti al Divino con il Suo potere che è sceso in voi e tuttavia avete cercato di trattenere le vecchie forze, vi sarete messi nella situazione del preparare a vostro danno problemi, difficoltà e pericoli. Dovrete essere vigili e badare a non utilizzare il Divino come un paravento per la soddisfazione dei vostri desideri. Ci sono molti Maestri autoproclamati, che non fanno altro che questo. E poi, quando si è fuori dalla retta via e si ha un po’ di conoscenza e non molto potere, succede che si viene afferrati da esseri o entità di un certo tipo, si diventa ciechi strumenti nelle loro mani e alla fine si viene divorati. Dove c’è finzione, c’è pericolo, non si può ingannare Dio.”

Commento di R.M.S.

Le parole della Madre sono di una chiarezza disarmante e rappresentano uno dei richiami più severi rivolti a chi intraprende un autentico cammino spirituale. L’esperienza del Divino non ci rende automaticamente trasformati. Anzi, proprio quando una Forza più alta comincia ad agire dentro di noi, aumenta anche la responsabilità di essere sinceri. Se continuiamo a coltivare ambizioni personali, desideri di potere, bisogno di riconoscimento o illusioni spirituali, rischiamo di utilizzare ciò che è più sacro per alimentare il nostro ego.
La Madre ci mette in guardia da un pericolo sempre attuale: quello di confondere la ricerca di Dio con la ricerca di noi stessi. È possibile parlare continuamente di spiritualità, insegnare, guidare gli altri o sentirsi depositari di una verità e, nello stesso tempo, essere interiormente lontani dalla sincerità. È proprio questa finzione che apre la porta alle forze dell’errore e dell’illusione.
Il riferimento ai “Maestri autoproclamati” non è un giudizio rivolto a qualcuno in particolare, ma un invito a ciascuno di noi a osservare con umiltà il proprio mondo interiore. Ogni volta che cerchiamo di usare il Divino per confermare la nostra importanza personale, invece di offrirci completamente alla Verità, ci allontaniamo dal vero cammino.
L’affermazione finale, “non si può ingannare Dio”, racchiude una delle grandi leggi dello Yoga Integrale. Possiamo ingannare gli altri, possiamo perfino ingannare noi stessi per un certo tempo, ma la coscienza divina vede soltanto la nostra sincerità reale. È questa, e non le esperienze straordinarie, i poteri o le conoscenze spirituali, a determinare il nostro autentico progresso. Nel Purna Yoga la sincerità non è una qualità tra le altre: è il fondamento stesso di ogni trasformazione.

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