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Quando la paura ci fa indietreggiare
Mère – Conversazioni – 16 giugno 1929 : Mère:” Qualunque sia il carattere dell’esperienza che avete, non lasciate mai posto alla paura; dovete mantenere una fiducia incrollabile e sentire che, qualunque cosa avvenga, è proprio quella che doveva avvenire. Una volta scelta la via, dovete coraggiosamente accettare tutte le conseguenze della vostra scelta. Ma se scegliete e poi indietreggiate, per scegliere di nuovo e di nuovo indietreggiare, sempre esitanti, sempre dubbiosi ed impauriti, create in voi una disarmonia che non solo ritarda il vostro progresso, ma può anche originare ogni tipo di disturbi nell’essere mentale e in quello vitale, e malesseri e indisposizioni nel corpo”.
Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone
Ciò che Mère mette in evidenza non è semplicemente la necessità di superare la paura, ma qualcosa di più sottile. Quando abbiamo riconosciuto una direzione interiore e continuiamo a seguirla per poi ritirarci ogni volta che emergono il dubbio, l’incertezza o il timore delle conseguenze, una parte di noi avanza mentre un’altra continua a trattenerci. È questa divisione che può creare quella disarmonia di cui parla Mère.
Non significa procedere ciecamente, né trasformare ogni scelta in qualcosa da cui non si possa più tornare indietro. Esistono ripensamenti che nascono da una comprensione più profonda e sono parte della crescita. Diverso è riconoscere intimamente una direzione e continuare ad abbandonarla ogni volta che ci porta fuori da ciò che conosciamo e ci costringe ad attraversare l’incertezza.
Nel Purna Yoga anche questo diventa un lavoro di osservazione. Non si tratta di combattere la paura o di vergognarsi quando compare, ma di comprendere che cosa sta realmente accadendo dentro di noi. La paura può segnalare un pericolo reale, ma può anche essere la reazione di quella parte dell’essere che cerca sicurezza in ciò che conosce e resiste a ciò che potrebbe modificarne gli equilibri. Imparare a riconoscere questa differenza significa diventare più consapevoli anche delle proprie scelte. La domanda allora non è soltanto se andare avanti o tornare indietro, ma comprendere da dove nasce quel movimento. Un ripensamento può essere il risultato di una maggiore chiarezza; un continuo avanzare e ritirarsi può invece rivelare che qualcosa in noi non è ancora disposto ad attraversare fino in fondo ciò che il cambiamento richiede.
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LA CONCENTRAZIONE – DALLA VITA QUOTIDIANA ALLA RICERCA INTERIORE

Quando pensiamo alla concentrazione, generalmente pensiamo alla capacità di mantenere l’attenzione su qualcosa senza distrarci. Nei testi di Mère questo significato si amplia, perché la concentrazione riguarda il modo in cui utilizziamo la nostra attenzione e la nostra energia, tanto nelle attività quotidiane quanto nel lavoro interiore. Possiamo essere presenti a ciò che facciamo oppure disperderci continuamente tra pensieri, preoccupazioni e movimenti diversi. Imparare a concentrarsi significa allora imparare, poco alla volta, a raccogliersi. Nel brano che segue Mère parte proprio dalla vita concreta e mostra come questa stessa facoltà acquisti un significato ancora più profondo quando viene rivolta alla ricerca interiore.
LA CONCENTRAZIONE – LA CHIAVE CHE APRE TUTTE LE PORTE
Mère: «[…] per tutto ciò che si vuole fare nella vita, una cosa è assolutamente indispensabile e alla base di TUTTO, la capacità di concentrare l’attenzione. Se si riesce a convergere i raggi dell’attenzione e della coscienza su di un punto, e se si riesce a mantenere questa concentrazione con una volontà costante, non c’è NULLA che possa resistere – di qualunque cosa si tratti, a partire dallo sviluppo fisico più materiale, fino a quello spirituale più elevato. Ma questa disciplina va seguita in modo costante e per così dire imperturbabile; non è che si debba essere sempre concentrati sulla stessa cosa – non è quello che voglio dire, voglio dire imparare a concentrarsi.
E materialmente, per gli studi, per le attività sportive, per qualsiasi tipo di sviluppo fisico o mentale, è assolutamente indispensabile. Il valore di un individuo va di pari passo con la sua capacità d’attenzione.
E dal punto di vista spirituale, è poi ancora più importante. Non ci sono ostacoli spirituali che resistano ad un potere di concentrazione penetrante. Per esempio, la scoperta dell’essere psichico, l’unione col Divino interiore, le aperture sulle sfere superiori, TUTTO si può ottenere con un potere di concentrazione intenso e ostinato – ma è necessario imparare a farlo.»
Mère (La Madre), in Poteri Innati. Selezione dalle opere di Sri Aurobindo e La Madre, Edizioni Lila, p. 57.
LA CONCENTRAZIONE NELLA VITA QUOTIDIANA
Mère riporta poi la concentrazione nelle situazioni più comuni. Parla del lavoro, dello studio e della fretta, mostrando quanto facilmente possiamo disperdere l’attenzione mentre facciamo qualcosa. Concentrarsi non significa necessariamente fare uno sforzo maggiore o diventare più tesi; significa essere maggiormente presenti a ciò che stiamo facendo, senza lasciare che una parte della nostra energia venga continuamente trascinata altrove. Anche un’attività ordinaria può così diventare un’occasione per esercitare una diversa qualità dell’attenzione.
Mère: «Di solito, quando la gente fa in fretta, non fa completamente ciò che ha da fare e lo fa male. Ebbene vi è un terzo modo che consiste nell’intensificare la propria concentrazione. Se lo si fa, si può guadagnare metà tempo anche su un tempo breve. […] se concentrate l’attenzione e l’energia, se pensate a quello che state facendo e a nient’altro, se non fate un movimento di troppo, ma solo quello esatto e nel modo più esatto […] potrete fare in quindici minuti quello che prima facevate in mezz’ora, e ciò altrettanto bene, a volte meglio, senza dimenticare niente, senza tralasciare niente, semplicemente con l’intensità della concentrazione.»
Mère (La Madre), in Poteri Innati. Selezione dalle opere di Sri Aurobindo e La Madre, Edizioni Lila, pp. 60-61.
La concentrazione di cui parla Mère non rimane quindi confinata alla meditazione. Può essere esercitata proprio là dove trascorriamo gran parte della nostra vita, mentre lavoriamo, studiamo o compiamo le normali attività della giornata. È da questa dimensione molto concreta che possiamo comprendere meglio il passaggio successivo. La stessa facoltà può infatti assumere un’altra direzione quando non viene più utilizzata soltanto per compiere un’azione o raggiungere un risultato, ma viene rivolta verso la conoscenza interiore.
IL POTERE DELLA CONCENTRAZIONE SPIRITUALE
Nel testo che segue Sri Aurobindo porta la concentrazione sul piano propriamente spirituale. Non conta più soltanto la capacità di concentrare il pensiero, ma anche ciò verso cui orientiamo la coscienza.
Sri Aurobindo: «[Il potere della concentrazione spirituale] implica il ritirarsi del pensiero da tutte le attività che tendono a distrarre la mente per concentrarsi sull’idea dell’Uno, per cui l’anima può elevarsi ed uscire dal mondo dei fenomeni per entrare nell’unica Realtà. Attraverso il pensiero ci perdiamo nel mondo fenomenico, è concentrando il pensiero su se stesso che possiamo ritirarci nella realtà. Tra i poteri della concentrazione che ci permettono di raggiungere questo fine, concentrandoci su un oggetto qualsiasi, diveniamo capaci di conoscerlo nella sua più intima essenza, obbligandolo a rivelarci i suoi più reconditi segreti; noi dobbiamo però servirci di questo potere non per conoscere le cose, ma per conoscere l’unica Cosa-in-sé.
Mediante la concentrazione, tutta la volontà può essere radunata per acquisire quello che non è stato ancora colto, ciò che è ancora oltre da noi; questo potere, se sufficientemente allenato, sufficientemente concentrato, sufficientemente sincero, sicuro di se stesso, fedele a se stesso, assoluto nella sua fede, può farci ottenere qualsiasi cosa; dobbiamo però servircene non per ottenere gl’innumerevoli oggetti che il mondo ci offre, ma per afferrare spiritualmente il solo oggetto degno di essere ambito e di essere conosciuto.
Mediante la concentrazione di tutto l’essere su uno qualsiasi di questi stati, possiamo divenire ciò che abbiamo scelto; possiamo, per esempio, divenire un blocco di forza e di coraggio, anche partendo da un impasto di debolezza e di timidezza, oppure acquisire una grande purezza ed una santità piene di pace, o anche trasformarci nell’anima universale piena d’Amore; ma non dobbiamo impiegare questo potere per raggiungere tali condizioni, per quanto belle ed alte possano essere, in rapporto a quello che siamo attualmente, bensì per divenire ciò che si situa al di sopra di tutte le cose, libero dalle azioni e dagli attributi: l’Essere puro e assoluto. Tutto il resto, tutte le altre concentrazioni non hanno che valore preparatorio di stadi preliminari per un graduale allenamento del pensiero, volontà ed essere dissoluto e dissipante di sé verso il loro grande e unico oggetto.»
Sri Aurobindo, in Poteri Innati. Selezione dalle opere di Sri Aurobindo e La Madre, Edizioni Lila, pp. 63-64.
Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone
Se cominciamo a osservarci durante la giornata possiamo accorgerci di quanto raramente siamo interamente in ciò che stiamo facendo. Possiamo leggere una pagina mentre una parte della mente pensa ad altro, ascoltare una persona e contemporaneamente preparare ciò che vogliamo risponderle, oppure svolgere un lavoro mentre siamo già proiettati verso quello successivo. Siamo presenti, ma nello stesso tempo qualcosa di noi è altrove.
La concentrazione ci permette innanzitutto di accorgerci di questa dispersione. Non si tratta di combattere ogni pensiero che compare o di pretendere da noi stessi una mente perfettamente ferma, perché finiremmo soltanto per aggiungere tensione. Possiamo cominciare in modo molto più semplice, accorgendoci di quando ci siamo allontanati da ciò che stiamo facendo e tornando lì, ogni volta che ce ne rendiamo conto. Con il tempo possiamo scoprire che essere concentrati non significa essere tesi; quando l’attenzione è realmente presente, spesso c’è meno sforzo e anche meno dispersione.
Questo vale anche per il lavoro interiore. La mente che durante la giornata passa continuamente da un pensiero all’altro non diventa improvvisamente silenziosa soltanto perché ci sediamo a meditare o decidiamo di rivolgerci verso l’interno. Portiamo con noi lo stesso modo di funzionare e proprio per questo imparare a concentrarsi può diventare parte del cammino, non per rendere la mente più rigida o controllata, ma per sviluppare la capacità di rimanere in contatto con ciò verso cui abbiamo scelto di rivolgerci.
Sri Aurobindo introduce un passaggio ancora più profondo. Possiamo sviluppare una grande capacità di concentrazione e utilizzarla per studiare, lavorare, conoscere qualcosa o raggiungere un obiettivo, ma nel lavoro spirituale diventa importante anche la direzione verso cui questa capacità viene orientata. La concentrazione non serve più semplicemente a fare meglio qualcosa; diventa uno strumento attraverso il quale possiamo raccoglierci e rivolgere la coscienza verso una realtà più profonda.
Possiamo iniziare dalle cose più semplici, da un lavoro, dall’ascolto di una persona, da un gesto compiuto con maggiore attenzione o da pochi minuti nei quali proviamo a non seguire tutto ciò che attraversa la mente. Non è ancora la concentrazione spirituale di cui parla Sri Aurobindo, ed è importante non confondere i due piani, ma può essere un primo modo per conoscere la nostra dispersione e imparare a raccoglierci. Poi, andando più in profondità, quella stessa capacità può essere orientata verso la ricerca interiore e verso ciò che sentiamo più essenziale dentro di noi.
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