Purna Yoga

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VIVERE NEL MONDO SENZA PERDERE IL CONTATTO INTERIORE

“Quando si vive nel mondo, non si può fare come in un Ashram; bisogna mescolarsi agli altri e mantenere, almeno esteriormente, relazioni ordinarie con loro. L’importante è mantenere la coscienza interiore aperta al Divino e crescere in essa. Man mano che si procede in questo modo, più o meno rapidamente secondo l’intensità interiore della sadhana, l’atteggiamento verso gli altri cambierà. Tutti saranno visti sempre più nel Divino e i sentimenti, le azioni e così via saranno sempre più determinati non dalle vecchie reazioni esteriori, ma dalla coscienza che cresce dentro di voi.”

Sri Aurobindo, Letters on Yoga – IV, in The Complete Works of Sri Aurobindo, vol. 31, cap. «Interactions with Others and the Practice of Yoga», p. 344. Traduzione dall’inglese.

Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone

Questo passaggio di Sri Aurobindo affronta uno degli aspetti fondamentali dello Yoga Integrale. La ricerca spirituale non richiede necessariamente di allontanarsi dal mondo, dalle relazioni e dalle responsabilità quotidiane. Possiamo vivere una vita esteriormente ordinaria e, nello stesso tempo, coltivare una coscienza interiore sempre più aperta al Divino. È proprio questa possibilità che rende il Purna Yoga un percorso di trasformazione dell’intera esistenza.
Dopo aver affrontato il tema della concentrazione, mi sembra importante soffermarci su ciò che accade quando torniamo alle nostre attività. Durante la meditazione possiamo sperimentare momenti di silenzio, di pace o di maggiore profondità, ma spesso, appena riprendiamo il contatto con le situazioni abituali, veniamo nuovamente assorbiti dalle preoccupazioni, dalle richieste degli altri e dai nostri movimenti interiori. Si crea così una distanza tra ciò che viviamo durante la pratica e il modo in cui affrontiamo la giornata.
Sri Aurobindo ci indica una direzione diversa. Non si tratta di conservare artificialmente uno stato di raccoglimento mentre siamo impegnati nelle nostre occupazioni, né di dividere la vita tra momenti spirituali e momenti ordinari. Il lavoro consiste nel rendere progressivamente più stabile il contatto con la coscienza interiore, affinché possa rimanere presente anche quando l’attenzione è rivolta all’esterno.
Questo richiede un cambiamento che va oltre la semplice capacità di osservare noi stessi. Possiamo accorgerci delle nostre reazioni, comprenderne le cause e cercare di non lasciarcene dominare, ma Sri Aurobindo parla di qualcosa di più profondo. Con la crescita della coscienza, il nostro modo di sentire e di agire può cominciare a nascere da una condizione interiore diversa da quella abituale. Non siamo più soltanto impegnati a controllare ciò che emerge dalla nostra natura, perché è la natura stessa a essere progressivamente trasformata.
Nelle relazioni questo processo assume un significato particolare. Siamo abituati a incontrare gli altri anche attraverso la nostra storia, le aspettative, le simpatie, le antipatie e i bisogni affettivi. Una parte importante della nostra esperienza relazionale è condizionata da questi movimenti, che spesso agiscono prima ancora che ne diventiamo pienamente consapevoli. Quando Sri Aurobindo parla di vedere sempre più gli altri nel Divino, indica una trasformazione che non riguarda soltanto il comportamento, ma il modo stesso in cui percepiamo l’altro.
Questo non significa attribuire a ogni persona qualità che non possiede, ignorare i comportamenti che possono ferirci o rinunciare al discernimento. Significa che la relazione può progressivamente liberarsi da una visione dominata dalle nostre esigenze personali, lasciando spazio a una coscienza più ampia. L’altro non viene più incontrato esclusivamente in funzione di ciò che ci dà, ci nega o suscita dentro di noi.
Naturalmente non basta comprendere mentalmente questa indicazione perché diventi una realtà. Possiamo condividere profondamente l’insegnamento e continuare a vivere molte situazioni attraverso le vecchie modalità. La trasformazione della coscienza richiede tempo, perseveranza e sincerità nel riconoscere ciò che ancora ci condiziona. Ma è importante non ridurre questo lavoro a un continuo esame delle nostre reazioni. Il centro della sadhana rimane l’apertura al Divino, perché è da questa apertura che può svilupparsi una condizione interiore capace di modificare progressivamente anche la nostra natura esteriore.
Ma come possiamo mantenere questa condizione interiore mentre siamo coinvolti nelle relazioni, nelle difficoltà e nelle continue sollecitazioni della vita? Non basta decidere mentalmente di essere più calmi, più consapevoli o meno reattivi. Possiamo certamente esercitare l’attenzione e imparare a osservare ciò che accade dentro di noi, ma nello Yoga Integrale il cambiamento più profondo passa attraverso il contatto con l’Essere Psichico, il centro più profondo della nostra individualità, la presenza dell’anima che si sviluppa attraverso l’esperienza e ci orienta verso la verità del nostro essere.
Entrare progressivamente in contatto con questa dimensione significa imparare a rivolgere l’attenzione verso l’interno, cercando, al di là dell’agitazione mentale e dei movimenti del vitale, uno spazio di sincerità, raccoglimento e aspirazione. Questo contatto non si stabilisce necessariamente in modo immediato o definitivo. Può iniziare attraverso momenti di silenzio, di meditazione e di ascolto profondo, nei quali cominciamo a distinguere ciò che nasce dalle nostre reazioni abituali da ciò che sentiamo provenire da una parte più autentica di noi. Con il tempo, questa presenza può diventare un riferimento sempre più stabile, capace di influenzare il nostro modo di pensare, di sentire e di entrare in relazione.
Sri Aurobindo e Mère indicano l’Essere Psichico come una presenza situata nella profondità dell’essere, dietro il centro del cuore. La concentrazione nella regione del cuore, al centro del torace, può favorire il raccoglimento e l’apertura verso questa presenza interiore. Il centro del cuore rappresenta così una via di accesso alla dimensione psichica, ma non va confuso con l’Essere Psichico stesso. La meditazione, il silenzio e soprattutto un’aspirazione sincera possono aiutarci a orientarci verso questa profondità, senza trasformare la ricerca in uno sforzo di controllo mentale.
È allora che l’indicazione di Sri Aurobindo acquista un significato concreto. Non si tratta di costruire una calma artificiale per riuscire a stare nel mondo, ma di permettere a una coscienza più profonda di emergere e di trasformare gradualmente il nostro modo di viverlo. L’apertura all’Essere Psichico può modificare il nostro rapporto con le emozioni, con i desideri e con le reazioni abituali, non semplicemente reprimendoli, ma introducendo nella nostra natura un diverso orientamento interiore.
C’è un aspetto che considero particolarmente significativo. Sri Aurobindo non chiede di interrompere le relazioni ordinarie, ma di vivere al loro interno senza perdere il rapporto con ciò che cresce nella profondità dell’essere. Possiamo continuare a lavorare, parlare, prendere decisioni e affrontare le necessità della vita, mentre lentamente cambia il centro dal quale queste attività vengono vissute. Esteriormente molte cose possono rimanere simili, ma interiormente non siamo più necessariamente nella stessa condizione.
Mi sembra che qui emerga con chiarezza una delle caratteristiche essenziali del Purna Yoga. La vita non è soltanto il luogo nel quale mettiamo alla prova ciò che abbiamo raggiunto nella meditazione, ma anche il campo nel quale la trasformazione spirituale deve progressivamente manifestarsi. La coscienza interiore non è destinata a rimanere un’esperienza separata dalle nostre attività, perché lo Yoga Integrale riguarda anche il pensiero, i sentimenti, il corpo e l’azione.
Vivere nel mondo senza perdere il contatto interiore significa allora proseguire il proprio cammino senza aspettare condizioni ideali o una vita diversa da quella che abbiamo. La pratica conserva tutta la sua importanza, ma ciò che matura attraverso di essa è chiamato a entrare nella nostra esistenza. Non per rendere ogni gesto apparentemente spirituale, ma perché la coscienza che cresce dentro di noi possa diventare, sempre più concretamente, la sorgente del nostro modo di vivere.

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