✉ DOMANDE E RISPOSTE – ARCHIVIO

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Posso desiderare senza perdere il contatto con l’Essere?

Domanda: Buonasera Roberto, mi fa tanto piacere avere la possibilità di scriverti, ti seguo sui social con molto interesse prendendo appunti su dei passaggi meravigliosi che spesso fai nei tuoi video, quelli dedicati al Purna yoga sono stati davvero preziosi per me. Ti scrivo perché ho una domanda a cui non so rispondere, ma spero che tu possa darmi qualche buono spunto di riflessione. Ho 45 anni, sono in un punto della mia vita che non reputo pienamente soddisfacente, ho avuto una vita non semplice come tutti, ma diciamo che gli unici “bonus” mi sono arrivati “solo” dal mondo dello spirito, intendendo che, fin da piccolina, ho sempre avuto un anelito quasi disperato nel desiderare di raggiungere delle comprensioni profonde al di là del materiale. Ed è proprio qui il punto. Da una parte, tramite questa lunga ed ininterrotta ricerca, tramite il mantra di Mérè, tramite le parole di un grande maestro Dzogchen credo di aver avuto un piccolo, piccolissimo assaggio della Realtà a cui cerco sempre di tornare anche solo per un attimo al giorno… dall’altra, proprio questa mancanza di pienezza sul piano materiale, lavorativamente ed affettivamente, mi fa sviluppare una tensione che spesso mi porta fuori di me. E’ come se il mio abbandono fosse “parziale”, da una parte mi permette di elaborare la realtà (materiale) con molta serenità, dall’altra c’è una parte di me che ancora è convinta di dover “fare” per cambiare le circostanze, e fatica ad essere e basta. Mi sento un ibrido, ho sia ho il terrore di perdere quel contatto tanto delicato con l’Essere, e sia, sul piano materiale, temo che non agendo, finirò a vivere una vita mediocre, come impiegata aziendale, schiacciata in un tempo che non mi appartiene, senza un amore autentico da vivere, che è un mio profondo desiderio. Non so davvero come gestire questo conflitto… mi viene in mente Tilopa quando dice “Liberati dalla malattia del divenire”, mi chiedo, io non sono libera perché ho dei desideri? Grazie Roberto per l’ascolto

Risposta di R.M.S : Ti ringrazio, Sara, per le tue parole e sono contento che ciò che condivido sul Purna Yoga ti sia stato utile. La tua domanda contiene diversi passaggi importanti e profondamente collegati tra loro. Per questo preferisco non risponderti in modo generale, ma riprendere di volta in volta le tue stesse parole e soffermarmi sui diversi punti che hai sollevato. Credo che così sia possibile entrare meglio nel conflitto che descrivi, senza perdere sfumature che in una risposta unica rischierebbero di rimanere sullo sfondo. Non cercherò tanto di darti una risposta definitiva, quanto di condividere alcune riflessioni che possano aiutarti a guardare ciò che stai vivendo anche da prospettive diverse.
Ho 45 anni, sono in un punto della mia vita che non reputo pienamente soddisfacente, ho avuto una vita non semplice come tutti, ma diciamo che gli unici “bonus” mi sono arrivati “solo” dal mondo dello spirito, intendendo che, fin da piccolina, ho sempre avuto un anelito quasi disperato nel desiderare di raggiungere delle comprensioni profonde al di là del materiale.
Mi colpisce la tua espressione “anelito quasi disperato”, perché contiene insieme una forte aspirazione verso qualcosa che senti andare oltre il materiale e una tensione che sembra accompagnarla. Quando la ricerca spirituale è presente fin da molto presto può diventare una parte essenziale della nostra vita, ma questo non significa che tutto il resto perda valore. Il fatto che oggi alcuni aspetti della tua esistenza non ti soddisfino non rende meno autentica la tua ricerca e, soprattutto, non ti obbliga a scegliere tra ciò che hai incontrato interiormente e il desiderio di vivere più pienamente anche la tua dimensione umana.
Ed è proprio qui il punto. Da una parte, tramite questa lunga ed ininterrotta ricerca, tramite il mantra di Mère, tramite le parole di un grande maestro Dzogchen credo di aver avuto un piccolo, piccolissimo assaggio della Realtà a cui cerco sempre di tornare anche solo per un attimo al giorno…
Credo sia importante non sminuire ciò che hai sperimentato, ma anche non trasformarlo in qualcosa che devi necessariamente ritrovare ogni giorno. Quando abbiamo avuto anche solo un’intuizione di una realtà più profonda è naturale desiderare di tornarvi, ma proprio il tentativo di riprodurre un’esperienza già vissuta può diventare una nuova tensione. Forse ciò che hai incontrato non deve ripresentarsi sempre nella stessa forma. Può rimanere come un orientamento, qualcosa che hai riconosciuto e che continua a indicarti una direzione anche nei momenti in cui non ne senti chiaramente la presenza.
…dall’altra, proprio questa mancanza di pienezza sul piano materiale, lavorativamente ed affettivamente, mi fa sviluppare una tensione che spesso mi porta fuori di me.
Non considererei questa parte di te meno spirituale dell’altra. Il lavoro, gli affetti, il bisogno di amare e di essere amati, il desiderio di dare alla propria vita una forma nella quale riconoscersi appartengono anch’essi alla nostra esperienza. Nel Purna Yoga la ricerca spirituale non richiede di allontanarsi dalla vita, ma di portare progressivamente una coscienza diversa dentro di essa. Non si tratta quindi di negare ciò che senti mancare. Diventa importante, però, osservare quando quella mancanza si trasforma in una tensione tanto forte da portarti, come dici tu, “fuori di me”. È forse proprio lì che puoi cominciare a riconoscere la differenza tra sapere che desideri qualcosa e sentire che quella cosa deve necessariamente accadere perché tu possa stare bene.
È come se il mio abbandono fosse “parziale”, da una parte mi permette di elaborare la realtà (materiale) con molta serenità, dall’altra c’è una parte di me che ancora è convinta di dover “fare” per cambiare le circostanze, e fatica ad essere e basta.
Non definirei necessariamente “parziale” il tuo abbandono perché senti ancora il bisogno di agire. Abbandonarsi non significa diventare passivi o smettere di intervenire sulle circostanze. Possiamo accogliere ciò che c’è e nello stesso tempo riconoscere che qualcosa chiede di essere cambiato. Mi sembra più importante comprendere da dove nasce il nostro fare. C’è un fare alimentato dalla paura, dall’insoddisfazione e dall’idea che soltanto ottenendo qualcosa potremo finalmente sentirci completi; ma può esserci anche un’azione che nasce da una percezione più quieta di ciò che sentiamo giusto. Essere non significa non fare. Forse si tratta, poco alla volta, di lasciare che anche il fare nasca dal contatto con l’essere.
Mi sento un ibrido, ho sia il terrore di perdere quel contatto tanto delicato con l’Essere, e sia, sul piano materiale, temo che non agendo, finirò a vivere una vita mediocre, come impiegata aziendale, schiacciata in un tempo che non mi appartiene, senza un amore autentico da vivere, che è un mio profondo desiderio.
È proprio qui che non ti vedrei come un “ibrido”. Vedo piuttosto una persona che ha incontrato qualcosa di prezioso dentro di sé e che, nello stesso tempo, ha ancora una vita da vivere. Il timore di perdere quel contatto può portarti a proteggere l’esperienza spirituale dal movimento della vita, mentre la paura di sprecare la tua esistenza può spingerti nella direzione opposta, verso un fare carico di urgenza. Ma forse non devi scegliere tra queste due paure. Puoi provare a portare ciò che hai incontrato dentro il lavoro, le scelte, le relazioni e anche dentro il tuo desiderio di amare. La vita concreta, allora, non è necessariamente ciò che ti allontana dal cammino. Può diventare proprio il luogo nel quale ciò che hai scoperto interiormente prende corpo.
Non so davvero come gestire questo conflitto… mi viene in mente Tilopa quando dice “Liberati dalla malattia del divenire”, mi chiedo, io non sono libera perché ho dei desideri? Grazie Roberto per l’ascolto.
Non credo che la libertà consista semplicemente nel non avere desideri. Mi chiederei piuttosto quale posto occupano dentro di noi e quanto affidiamo alla loro realizzazione la possibilità di sentirci finalmente in pace. Puoi desiderare un amore, un lavoro diverso, una vita che senti più tua senza che questo debba allontanarti dall’Essere. La sofferenza può nascere quando il desiderio diventa la convinzione che soltanto in un futuro diverso potremo finalmente essere completi, come se il presente fosse soltanto un tempo da superare in attesa della nostra vera vita. Rispetto a ciò che racconti, mi sembra significativo anche il richiamo che fai a Tilopa e alla “malattia del divenire”. Non lo leggerei come un invito a smettere di desiderare, scegliere o trasformare la propria vita, ma come un’occasione per interrogarci sul rapporto che abbiamo con ciò che ancora non c’è. Possiamo ascoltare i nostri desideri senza condannarli e senza essere obbligati a seguirli, cercando di comprendere che cosa li muove. Alcuni possono nascere dalla paura, dal bisogno di colmare un vuoto o dall’urgenza di fuggire dal presente; altri possono esprimere qualcosa di autentico che cerca una forma nella nostra vita. Forse essere e divenire smettono di essere in conflitto quando non chiediamo più al divenire di darci ciò che pensiamo ci manchi per essere, ma nello stesso tempo non utilizziamo l’essere per sottrarci alla vita. Puoi restare in contatto con ciò che hai riconosciuto dentro di te e da lì continuare a scegliere, agire, amare e, quando è necessario, cambiare. Forse allora la domanda non è più “sono libera se non ho desideri?”, ma “posso desiderare senza perdere me stessa in ciò che desidero?”.  

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