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PERDONARE È DAVVERO NECESSARIO?
Domanda: Ciao Roberto, sono Mauro. Ti ringrazio per l’opportunità che ci dai attraverso il sito di poterci confrontare e di porti delle domande. So bene che una risposta non può sostituire un lavoro personale, ma ci terrei ad avere il tuo punto di vista su una cosa che mi accompagna da tempo.
Si sente spesso dire che, per stare bene e andare avanti, bisogna perdonare chi ci ha ferito. A volte questa idea viene proposta quasi come una tappa necessaria del lavoro su di sé, come se continuare a provare rabbia o risentimento significasse non avere ancora veramente elaborato ciò che è accaduto. Ma è davvero così? Ci sono esperienze nelle quali il dolore è stato profondo e l’idea di dover perdonare può diventare quasi un’altra imposizione. È possibile comprendere ciò che è successo, liberarsi progressivamente dal rancore e ritrovare una propria serenità senza arrivare necessariamente al perdono? E come possiamo distinguere un perdono autentico da un perdono che nasce soltanto dall’idea che dovremmo essere capaci di farlo? Grazie mille, Mauro.
Risposta R.M.S. : Caro Mauro, credo che intorno al perdono ci sia molta confusione, anche perché siamo cresciuti in una cultura nella quale perdonare viene spesso considerato qualcosa di moralmente o spiritualmente superiore. Può così diventare quasi una prova da superare e farci pensare che, se proviamo ancora rabbia o dolore, il nostro lavoro interiore non sia stato abbastanza profondo. Io non credo che il perdono possa essere un obbligo. Possiamo comprendere una persona, la sua storia e le sue fragilità senza cancellare ciò che abbiamo vissuto. Comprendere non significa giustificare, né rendere accettabile ciò che per noi non lo è stato.
Quando avviene realmente, il perdono è piuttosto un processo che riguarda profondamente anche noi. Dietro la difficoltà di perdonare possono esserci rabbia, dolore, senso di ingiustizia, una fiducia tradita o ferite più antiche che sono state nuovamente toccate. Per questo non credo che il perdono possa essere semplicemente deciso. Può essere necessario attraversare ciò che sentiamo e riconoscere la ferita, senza negarla ma anche senza continuare ad alimentarla. A poco a poco qualcosa può allora sciogliersi, la rabbia e il risentimento perdono intensità, diminuisce il bisogno che l’altro riconosca ciò che ci ha fatto o ripari ciò che forse non potrà più riparare. In questo senso il perdono può diventare una forma di liberazione interiore, non perché cancelli il male ricevuto, ma perché ci libera progressivamente dal peso che quell’esperienza continua ad avere dentro di noi. Ma, se accade, dovrebbe nascere naturalmente come esito di un processo interiore, non dalla convinzione che perdonare sia qualcosa che dobbiamo fare. Non possiamo imporci un sentimento perché lo consideriamo moralmente o spiritualmente più giusto. Il perdono autentico non si decide e non si forza; può maturare quando qualcosa dentro di noi è realmente pronto a lasciare andare. Possiamo dirci che abbiamo capito e che dobbiamo lasciare andare, mentre una parte di noi è ancora ferita e non è mai stata realmente ascoltata. Per me il primo movimento rimane la sincerità verso ciò che c’è. Posso riconoscere la mia rabbia senza condannarla né alimentarla, comprendere chi mi ha ferito senza giustificarlo e, se ne ho bisogno, prendere una distanza. Il lavoro interiore non consiste nel costringerci a provare sentimenti che riteniamo più giusti o più evoluti, ma nel diventare consapevoli di ciò che realmente accade dentro di noi.
Naturalmente una cosa sono le ferite e i conflitti che appartengono alle relazioni umane, altra cosa sono traumi gravi, violenze, abusi o rapporti profondamente dannosi. In queste situazioni non credo abbia senso parlare di un dovere psicologico o spirituale di perdonare o riconciliarsi. Comprendere non obbliga a riavvicinarsi e perdonare, qualora accada, non significa ristabilire un rapporto. A volte la distanza è una necessità di protezione.
Il perdono autentico può quindi essere un punto di arrivo, ma non una meta imposta in partenza. Forse la domanda più importante non è “sono riuscito a perdonare?”, ma “quanto spazio occupa ancora dentro di me ciò che è accaduto?”. Lasciare andare non significa cancellare il passato o assolvere chi ci ha ferito, ma poterlo ricordare senza sentire che quella ferita conserva ancora lo stesso potere sulla nostra vita.
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