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LA VIA DEL CUORE SILENZIOSO

Domanda: Caro Roberto,
quanto hai proposto nel seminario di luglio “La Via del Cuore Silenzioso” mi ha fatto riflettere sulla possibilità di una pratica meditativa che potremmo chiamare “vipassana del cuore”: l’osservazione consapevole di sensazioni ed emozioni dal cuore.
Il primo passo, che potremmo chiamare “dimorare nel cuore”, si riassume nelle semplici indicazioni che ci hai dato: portare l’attenzione al centro del petto; respirare nel cuore, cioè portare il respiro dal torace al cuore; sostare nel cuore senza aspettative.
A quel punto diventa possibile osservare le sensazioni e le emozioni che emergono, restando in contatto con il cuore. Ho sperimentato che così l’attenzione acquista spontaneamente una qualità di gentilezza e amorevolezza, che ammorbidisce le sensazioni e aiuta ad accogliere anche quelle dolorose, senza avversione.
Arrivo a questa riflessione dalla mia precedente esperienza di meditazione vipassana e di metta: un’esperienza che ha trovato un senso più compiuto nell’incontro con te.
Da tempo mi chiedo se sia possibile fondere metta e vipassana, pratiche distinte nella tradizione buddista, in un’unica pratica: la “vipassana del cuore” sembra offrire una risposta positiva. Mi resta però un dubbio: il contatto con il cuore potrebbe compromettere quella che nella vipassana è una qualità fondamentale dell’osservazione, cioè l’equanimità?
Sono alle prime armi con lo Yoga Integrale di Sri Aurobindo e della Mère (maestri spirituali che inizio ora a conoscere, grazie a te), che intuisco possa dare una prospettiva di senso più ampia sia alle pratiche meditative sia alla vita quotidiana. Le mie esperienze passate mi hanno già convinto che, in questa come in qualsiasi altra pratica spirituale, l’aspirazione conti più delle tecniche e dei metodi. È invece una novità per me la dimensione verticale dell’esperienza della “Forza discendente”, assente nel buddismo e nella mindfulness, che sono curioso di scoprire.
Confido nel tuo aiuto 🙂
Un caro saluto,
Paolo

Risposta di R.M.S : Caro Paolo, rispondo a questa tua condivisione riprendendo di volta in volta le varie parti della tua lettera, così da poter entrare più precisamente nei diversi punti che hai sollevato. Per facilitare la lettura, ho riportato in corsivo le tue parole e in grassetto le mie risposte.

“Caro Roberto, quanto hai proposto nel seminario di luglio ‘La Via del Cuore Silenzioso’ mi ha fatto riflettere sulla possibilità di una pratica meditativa che potremmo chiamare “vipassana del cuore”: l’osservazione consapevole di sensazioni ed emozioni dal cuore.”
Mi fa piacere che il lavoro proposto durante il seminario abbia continuato a vivere dentro di te e abbia incontrato la tua precedente esperienza meditativa. L’espressione “vipassana del cuore” mi sembra significativa proprio perché prova a descrivere qualcosa che non riguarda soltanto ciò che osserviamo, ma anche il luogo interiore dal quale osserviamo. Possiamo infatti rivolgere l’attenzione a una sensazione o a un’emozione mantenendo un atteggiamento prevalentemente mentale, legato all’Osservatore, oppure provare a incontrarla rimanendo in contatto con il cuore. In questo secondo caso non cambia necessariamente ciò che emerge, ma può cambiare profondamente la qualità della nostra presenza. Inoltre la connessione col “cuore” favorisce l’emergere del Testimone.
“Il primo passo, che potremmo chiamare “dimorare nel cuore”, si riassume nelle semplici indicazioni che ci hai dato: portare l’attenzione al centro del petto; respirare nel cuore, cioè portare il respiro dal torace al cuore; sostare nel cuore senza aspettative.”
Sì, e sottolineerei soprattutto quest’ultima indicazione, “senza aspettative”. Dimorare nel cuore non significa cercare di produrre uno stato particolare, né aspettarsi necessariamente pace, amore o benessere. Portiamo l’attenzione al centro del petto, lasciamo che il respiro accompagni questo raccoglimento e restiamo lì, disponibili a ciò che incontriamo. Se trasformiamo il cuore in un luogo nel quale dobbiamo necessariamente sentirci bene, rischiamo di allontanarci proprio dall’ascolto che stiamo incontrando. Il cuore può invece diventare uno spazio nel quale impariamo a sostare anche quando ciò che emerge è difficile, senza avere immediatamente bisogno di modificarlo. Ovviamente “spazio del cuore” è un’espressione che suggerisce uno stato di profondità.
“A quel punto diventa possibile osservare le sensazioni e le emozioni che emergono, restando in contatto con il cuore. Ho sperimentato che così l’attenzione acquista spontaneamente una qualità di gentilezza e amorevolezza, che ammorbidisce le sensazioni e aiuta ad accogliere anche quelle dolorose, senza avversione.”
Quello che descrivi mi sembra un passaggio importante. Quando restiamo in contatto con il cuore, l’attenzione può effettivamente cambiare qualità. Non osserviamo più soltanto ciò che accade dentro di noi, ma possiamo cominciare a sentirlo senza quella immediata separazione tra una parte che osserva e un’altra che deve essere osservata, corretta o superata. Questa è una descrizione del Testimone e non dell’Osservatore che è, per così dire, lo sguardo della mente che osserva la mente. La gentilezza e l’amorevolezza di cui parli non devono però diventare qualcosa che cerchiamo di aggiungere volontariamente all’esperienza. Se emergono spontaneamente dal contatto con il cuore, possono permetterci di stare anche con una sensazione dolorosa senza respingerla e senza doverla trasformare immediatamente. In questo senso, “ammorbidire” non significa necessariamente far diminuire l’intensità di ciò che sentiamo, ma modificare il modo in cui vi entriamo in relazione.

“Arrivo a questa riflessione dalla mia precedente esperienza di meditazione vipassana e di metta: un’esperienza che ha trovato un senso più compiuto nell’incontro con te.”
È naturale che una pratica nuova venga inizialmente compresa anche attraverso ciò che abbiamo già sperimentato. La tua esperienza della vipassana e della metta ti offre un linguaggio e una sensibilità attraverso i quali stai cercando di comprendere il lavoro che abbiamo fatto insieme. Non si tratta di rinnegare ciò che appartiene al tuo percorso precedente, ma di aggiungere ad esso un diverso atteggiamento. Può essere più interessante osservare ciò che accade quando esperienze nate in contesti differenti entrano in dialogo, mantenendo però la consapevolezza che non sono necessariamente sovrapponibili e che ciascuna nasce all’interno di una propria visione del cammino.

“Da tempo mi chiedo se sia possibile fondere metta e vipassana, pratiche distinte nella tradizione buddista, in un’unica pratica: la “vipassana del cuore” sembra offrire una risposta positiva.”
Più che parlare subito di una fusione tra metta e vipassana, sarei prudente nel dare una definizione precisa a ciò che stai sperimentando. “Vipassana del cuore” può essere un’espressione utile per descrivere la tua esperienza, ma non sentirei la necessità di trasformarla immediatamente in una nuova tecnica. Quello che mi sembra interessante è il movimento che hai riconosciuto: la possibilità di osservare ciò che emerge mantenendo contemporaneamente il contatto con il cuore. Continuerei innanzitutto a esplorarlo nell’esperienza, lasciando che sia la pratica stessa a mostrarti che cosa accade, prima di stabilire a quale tradizione o metodo appartenga.
“Mi resta però un dubbio: il contatto con il cuore potrebbe compromettere quella che nella vipassana è una qualità fondamentale dell’osservazione, cioè l’equanimità?”
Non credo che gentilezza ed equanimità debbano necessariamente essere considerate in opposizione. Dipende da che cosa intendiamo per equanimità. Se la intendiamo come una neutralità che mantiene una certa distanza da ciò che osserviamo, allora il contatto con il cuore può effettivamente introdurre una qualità diversa. Ma se per equanimità intendiamo la capacità di rimanere presenti a ciò che emerge senza aggrapparci a ciò che è piacevole e senza respingere ciò che è doloroso, l’apertura del cuore non mi sembra necessariamente un ostacolo. Potrebbe anzi permetterci di accogliere più profondamente l’esperienza senza trasformare l’accoglienza in identificazione. L’amorevolezza non ci chiede di preferire una sensazione a un’altra, ma può modificare il modo in cui stiamo con entrambe. Naturalmente qui stiamo mettendo in dialogo esperienze e linguaggi appartenenti a tradizioni differenti, quindi eviterei di stabilire equivalenze troppo rigide. Mi interessa soprattutto ciò che puoi verificare direttamente nella tua esperienza: se il contatto con il cuore ti rende meno capace di vedere ciò che accade oppure, al contrario, ti permette di vederlo con maggiore apertura e senza avversione.

“Sono alle prime armi con lo Yoga Integrale di Sri Aurobindo e della Mère (maestri spirituali che inizio ora a conoscere, grazie a te), che intuisco possa dare una prospettiva di senso più ampia sia alle pratiche meditative sia alla vita quotidiana.”
Questa intuizione tocca un aspetto essenziale dello Yoga Integrale. La ricerca interiore non è separata dalla vita e non ha come scopo soltanto il raggiungimento di particolari stati di coscienza. Ciò che scopriamo interiormente è chiamato progressivamente a entrare nel modo in cui pensiamo, sentiamo, agiamo, ci relazioniamo e viviamo. Per questo preferirei non considerare lo Yoga Integrale semplicemente come una cornice più ampia nella quale collocare pratiche precedenti. Incontrandolo potresti scoprire una prospettiva che modifica anche il significato stesso che attribuiamo alla pratica e alla trasformazione.

“Le mie esperienze passate mi hanno già convinto che, in questa come in qualsiasi altra pratica spirituale, l’aspirazione conti più delle tecniche e dei metodi.”
Su questo sento una forte consonanza. Le tecniche possono essere utili, possono aiutarci a raccoglierci e creare determinate condizioni interiori, ma non sostituiscono la direzione profonda dell’essere. Nel Purna Yoga l’aspirazione non è mai il desiderio di ottenere un’esperienza spirituale; è un movimento verso qualcosa che percepiamo come più vero e più profondo di ciò che abitualmente governa la nostra coscienza. Anche una pratica molto semplice può allora acquistare un significato diverso se è sostenuta da un’aspirazione sincera, mentre una tecnica raffinata può rimanere soltanto una tecnica se manca quella direzione interiore. Inoltre è proprio la concentrazione sul cuore che attiva ulteriormente l’Aspirazione.

“È invece una novità per me la dimensione verticale dell’esperienza della “Forza discendente”, assente nel buddismo e nella mindfulness, che sono curioso di scoprire.”
Qui entriamo in uno degli aspetti che caratterizzano maggiormente lo Yoga Integrale. Accanto al movimento della nostra aspirazione verso una coscienza più alta, Sri Aurobindo e Mère descrivono anche un movimento discendente, una Forza che può essere percepita come qualcosa che non costruiamo attraverso lo sforzo personale, ma alla quale possiamo progressivamente aprirci e diventare ricettivi. Questo introduce una prospettiva diversa rispetto a un lavoro fondato prevalentemente sull’osservazione e sulla consapevolezza. Non siamo soltanto noi a cercare di trasformare noi stessi. Possiamo imparare anche a fare spazio, a ricevere, a permettere che qualcosa operi in noi. Non cercherei però di provocare questa esperienza né di immaginare in anticipo come dovrebbe manifestarsi. La curiosità che esprimi può rimanere un’apertura, senza trasformarsi in aspettativa. Continuerei a coltivare l’aspirazione e quella disponibilità del cuore di cui hai parlato fin dall’inizio, lasciando che l’esperienza maturi secondo i suoi tempi.

“Confido nel tuo aiuto. Un caro saluto, Paolo”
Ti ringrazio, Paolo, per aver condiviso con tanta precisione il percorso che ti ha portato a queste domande. Credo che, almeno per ora, non sia necessario decidere se la “vipassana del cuore” costituisca davvero una sintesi tra pratiche differenti. Continuerei piuttosto a esplorare ciò che hai scoperto, senza irrigidirlo troppo presto in un metodo. Dimorare nel cuore, osservare ciò che emerge e verificare direttamente se quella presenza rende il tuo sguardo meno equanime oppure, come sembra dalla tua esperienza, più capace di accogliere senza avversione. Il passaggio verso lo Yoga Integrale potrà poi aprire altre domande e forse modificare anche quelle che oggi ti stai ponendo. In un cammino interiore non sempre abbiamo bisogno di trovare subito una risposta; qualche volta è importante lasciare che una domanda diventi abbastanza viva da trasformare il nostro modo di fare esperienza.

Un caro saluto

Roberto

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