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DALL’OSSERVATORE AL TESTIMONE

Il percorso compiuto fin qui nella Matrice ci ha portato progressivamente dalla conoscenza dei nostri meccanismi alla possibilità di incontrare uno spazio più profondo dentro di noi.
Siamo partiti dal carattere, cercando di comprendere come la nostra storia abbia costruito nel tempo modalità relativamente stabili di percepire noi stessi, gli altri e il mondo. Abbiamo visto che molte delle nostre reazioni non nascono nel momento presente, ma appartengono a schemi, difese e adattamenti che si sono organizzati nel corso della nostra vita e che spesso continuano ad agire automaticamente.
Da qui siamo arrivati all’Osservatore. Se non impariamo a vederci mentre funzioniamo, infatti, rimaniamo completamente identificati con ciò che accade dentro di noi. Una reazione diventa “io”, una paura diventa “io”, un pensiero diventa “io”. L’Osservatore introduce una prima, fondamentale distanza: posso accorgermi di ciò che sto vivendo senza coincidere completamente con esso.
Abbiamo poi incontrato l’ego e le sue strategie, cercando di riconoscere quanto siano sottili i modi attraverso cui difendiamo l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi, cerchiamo conferme, evitiamo ciò che ci mette in discussione o tentiamo di controllare la realtà. E abbiamo visto che persino il lavoro interiore può essere utilizzato dall’ego per rafforzarsi invece che per trasformarsi.
Il percorso ci ha quindi condotti verso l’Essere Psichico, nella prospettiva di Sri Aurobindo e Mère: un centro più profondo dell’essere, che non coincide con la personalità di superficie e con il movimento abituale dell’ego. Abbiamo cercato di comprenderne il significato e proposto pratiche attraverso cui iniziare a rivolgere l’attenzione verso questa dimensione interiore.
Da qui abbiamo affrontato il surrender, non come rinuncia passiva o sottomissione, ma come progressivo allentamento della pretesa dell’ego di controllare continuamente il processo e come disponibilità ad affidarsi a qualcosa di più profondo della nostra volontà ordinaria.
La sadhana ci ha poi ricordato che tutto questo non appartiene soltanto al tempo dedicato alla meditazione. Il lavoro interiore entra nella vita. Abbiamo parlato della Presenza nella meditazione e della Presenza nella vita quotidiana, perché osservare se stessi soltanto nei momenti protetti della pratica non è sufficiente: è nella quotidianità che incontriamo realmente i nostri automatismi.
Ed è inevitabile, allora, arrivare alle relazioni. L’altro diventa uno dei più potenti luoghi di conoscenza di sé. È nella relazione che emergono bisogni, aspettative, paure, dipendenze, rabbia, desiderio di riconoscimento e strategie dell’ego che da soli potremmo non vedere. Abbiamo quindi iniziato a considerare la relazione non soltanto come qualcosa che può renderci felici o farci soffrire, ma come un possibile luogo di conoscenza e trasformazione di sé.
Tutto questo percorso sembra ora condurci verso una domanda ulteriore.
Se posso osservare il mio carattere, posso osservare una strategia dell’ego, posso rendermi conto di un pensiero mentre nasce, riconoscere una paura, accorgermi di una reazione del corpo e osservare ciò che accade dentro di me durante una relazione, chi è che sta osservando?
Finora abbiamo parlato dell’Osservatore soprattutto come di una capacità da sviluppare. Imparare a fermarsi, riconoscere ciò che accade e creare uno spazio tra noi e la nostra reazione è già un passaggio fondamentale. Ma proseguendo nella pratica può emergere una domanda ancora più profonda: esiste in noi una dimensione della coscienza che può essere presente a ciò che accade senza identificarsi con ciò che accade? Entriamo così nel tema del Testimone.
Osservatore e Testimone possono sembrare inizialmente la stessa cosa, ma non lo sono. Possiamo dire, per cominciare, che l’Osservatore è ancora uno sguardo della mente che impara a osservare la mente e i suoi movimenti. Riconosce un pensiero, una reazione, un’emozione, una strategia dell’ego e può interrogarsi su ciò che sta accadendo. È uno strumento fondamentale del lavoro di conoscenza di sé.
Il Testimone appartiene invece a un altro spazio: è lo sguardo del cuore che VEDE. Non cerca necessariamente di comprendere, interpretare o spiegare ciò che appare. È presente. Vede il pensiero, l’emozione, il movimento della mente e ciò che accade nel corpo, ma non ha bisogno di intervenire immediatamente su ciò che vede. È uno sguardo più silenzioso, che non nasce dallo sforzo di analizzare se stessi. È un esserci nell’esperienza.
Potremmo dire allora che con l’Osservatore impariamo a guardarci, mentre con il Testimone cominciamo a scoprire un vedere che non appartiene più alla mente.
PRIMA DI ENTRARE NEL TESTIMONE
Prima di entrare direttamente nella spiegazione approfondita del Testimone, che rappresenta un passaggio molto importante del nostro percorso, vorrei proporvi un semplice spunto per il lavoro interiore, per avvicinarci inizialmente attraverso l’esperienza, lasciando che sia l’esperienza stessa ad aprire alcune domande.
SPUNTI PER IL LAVORO INTERIORE
Dedicate qualche minuto a questa esperienza senza cercare di ottenere uno stato particolare. Sedetevi in silenzio e lasciate semplicemente che ciò che accade possa accadere.
Portate inizialmente l’attenzione a ciò che è presente. Può esserci un pensiero, una sensazione nel corpo, un’emozione, un’immagine, un ricordo oppure semplicemente un rumore proveniente dall’esterno.
Questa volta, però, non cercate di comprendere ciò che emerge. Se compare un pensiero, non domandatevi perché è comparso. Se sentite un’emozione, non cercatene la causa. Se avvertite una tensione nel corpo, non provate a modificarla. Questo è un lavoro diverso dall’auto-osservazione di cui ho già parlato nel capitolo dedicato all’Osservatore. Limitatevi a riconoscere ciò che appare.
Un pensiero compare e poi scompare. Un altro prende il suo posto. Una sensazione nel corpo cambia. Un rumore arriva e finisce. Un’emozione può intensificarsi e poi diminuire. Provate ad accorgervi di questo continuo movimento senza seguirlo.
A un certo punto spostate delicatamente l’attenzione da ciò che state osservando al fatto stesso che siete consapevoli di ciò che sta accadendo.
Non cercate di capire chi sta osservando. Non costruite mentalmente un osservatore e non cercate una risposta.
Rimanete semplicemente con alcune domande:
Se i pensieri cambiano continuamente, che cosa si accorge del loro passaggio?
Se le emozioni appaiono e scompaiono, che cosa è presente mentre questo accade?
Se posso percepire il mio corpo, i miei pensieri e le mie emozioni, che cos’è in me che è consapevole di tutto questo?
Non rispondete: «È il Testimone». Sarebbe soltanto una risposta della mente e trasformeremmo immediatamente un’esperienza in un concetto.
Rimanete invece per qualche istante nella semplice esperienza dell’essere presenti.
Il punto di questo lavoro non è trovare qualcosa, raggiungere uno stato speciale o riuscire a fermare i pensieri. È cominciare ad accorgersi che, mentre i contenuti della nostra esperienza cambiano continuamente, esiste la possibilità di essere presenti a ciò che accade senza doverci identificare, spiegare o intervenire.
È da questa esperienza, inizialmente anche molto breve, che possiamo cominciare ad avvicinarci al Testimone.
Nel prossimo passaggio cercheremo allora di comprendere più profondamente che cosa intendiamo quando parliamo di Testimone, perché lo sguardo del cuore non è semplicemente un altro modo di osservare: introduce una diversa qualità della coscienza e della presenza.
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