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LE STRATEGIE DELL’EGO
Dopo aver compreso la funzione dell’ego nel processo di individualizzazione, Mère ci conduce a un passo ancora più delicato: riconoscere le strategie attraverso cui l’ego continua a sopravvivere anche quando crediamo di aver intrapreso un autentico cammino spirituale.
Potremmo pensare che l’ego si manifesti soltanto attraverso l’orgoglio, l’ambizione o il desiderio di possedere. Mère ci mette invece in guardia da un pericolo molto più sottile. Più la ricerca interiore procede, più l’ego diventa raffinato. Impara a parlare il linguaggio della spiritualità, dell’umiltà, della devozione e perfino dell’amore per il Divino. È proprio allora che diventa più difficile riconoscerlo. Quante volte crediamo di seguire la Volontà divina, mentre in realtà stiamo semplicemente seguendo l’immagine che il nostro ego si è costruito di Dio? Quante volte confondiamo le nostre preferenze interiori con un’autentica guida spirituale? L’ego non si presenta quasi mai come ego: preferisce indossare le vesti della sincerità, della purezza e della certezza assoluta.
Per questo Mère afferma che la vera umiltà non consiste nel sentirsi piccoli o indegni. La vera umiltà nasce dalla disponibilità a riconoscere che la nostra visione può essere limitata, che possiamo sempre ingannarci e che soltanto una sincerità sempre più profonda permette alla coscienza di aprirsi alla Verità.
Mi colpisce particolarmente quando Mère racconta di se stessa e delle Preghiere e Meditazioni. Pur avendo vissuto esperienze spirituali straordinarie, afferma che, se allora avesse saputo ciò che comprende oggi, ne sarebbe rimasta schiacciata. È una testimonianza di rara autenticità. Ci mostra che il cammino non consiste nell’accumulare certezze, ma nel lasciare che ogni conquista diventi il punto di partenza per una comprensione ancora più vasta.
Il messaggio finale è forse il più consolante. Nonostante le nostre illusioni, i nostri errori e le continue strategie dell’ego, la Grazia non smette mai di operare. La Luce continua a discendere, l’Amore continua a sostenerci e ogni esperienza, anche le nostre cadute, può diventare parte del cammino. Qui emerge il senso più profondo dell’umiltà: non confidare nell’ego, ma imparare ad affidarsi sempre più profondamente alla Grazia. Riporto il brano di Mère tratto da Agenda di Mère – libro 1 – maggio 1960:
“C’è una necessità fondamentale, quella dell’umiltà. Essere umili. Non umili nel senso in cui comunemente s’intende; non significa certo dire a se stessi: «Sono piccolo piccolo, non sono niente» — tutt’altro… Ci sono tante di quelle trappole, infatti; e più uno avanza nello yoga, più le trappole diventano sofisticate, più l’ego si maschera sotto apparenze meravigliose e sante. Uno dice: «Non voglio più dipendere da niente, solo da Lui. Voglio chiudere gli occhi e riposare in Lui solo». E quel “Lui”, molto accogliente, tale e quale uno lo vuole, non è nient’altro che l’ego, oppure un Asura bell’e buono o un Titano (a seconda delle capacità di ciascuno). Allora la prima cosa da fare è metter da parte il proprio ego — non per tenerselo stretto, ma per toglierselo di torno il più presto possibile!
E ogni volta che qualcosa dentro insiste: «Ma io sento così e così, penso così e così, vedo così e così, è il mio modo di essere, il mio modo di capire, il mio modo di essere in contatto col Divino, ecc.», allora si può star sicuri che il Dio che ci siamo costruiti è un Dio dell’ego.
Magari uno dice: «Voglio chiudere gli occhi per vedere solo Lui; non ne voglio più sapere del mondo di fuori» — e così dimentica che c’è l’Amore! Ecco il grande Segreto, qualcosa al di là dell’Esistente e del Non-Esistente, del Personale e dell’Impersonale: l’Amore. Non un amore tra due cose o due esseri… Ma un Amore che contiene tutto.
All’inizio del secolo avevo scritto Preghiere e Meditazioni, e anch’io parlavo di “Lui”. Ma l’avevo scritto con tutta la mia aspirazione, con tutta la mia sincerità (perlomeno con tutta la sincerità delle parti coscienti del mio essere) e lo avevo chiuso a chiave in un cassetto, perché nessuno potesse vederlo. È stato Sri Aurobindo, in seguito, a chiedermi di pubblicarlo, perché diceva che avrebbe potuto essere utile… Se allora, cinquant’anni fa, avessi saputo quello che so adesso, ne sarei rimasta schiacciata!… Tutta questa “ignominia”, questa “indegnità”…
In fondo è bene venir a sapere a poco a poco, è bene avere certe illusioni — non in quanto illusioni, ma in quanto tappa necessaria nel cammino.
Tutto viene al momento giusto.
E la meraviglia è che a ogni istante la Grazia, la Gioia, la Luce non smettono mai di riversarsi, nonostante l’ego, nonostante l’indegnità e l’ignominia. Essere umili…”
Le strategie dell’Ego nel lavoro su di sè.
Ciò che Mère descrive nel cammino spirituale può essere osservato, in forme diverse, anche nel lavoro psicologico. L’ego, infatti, non si oppone necessariamente alla trasformazione: molto spesso impara ad adattarsi ad essa e perfino a servirsene.
Una persona può, per esempio, acquisire una grande capacità di comprendere i propri meccanismi psicologici e trasformare questa conoscenza in una nuova difesa. Sa spiegare perfettamente perché reagisce in un certo modo, conosce le proprie ferite, riconosce i propri condizionamenti, ma continua a comportarsi esattamente come prima. Ha compreso intellettualmente il proprio meccanismo, ma non lo ha ancora attraversato e trasformato. La conoscenza di sé può diventare, paradossalmente, un altro modo per evitare un contatto più profondo con se stessi.
L’ego può appropriarsi anche dell’osservatore. Possiamo cominciare a considerarci “più consapevoli” perché riusciamo a osservare le nostre emozioni e i nostri pensieri, e utilizzare questa nuova capacità per sentirci superiori a chi, secondo noi, vive ancora inconsapevolmente. In quel momento l’ego non è scomparso: ha semplicemente trasformato la consapevolezza in una nuova identità.
Un’altra strategia molto frequente consiste nel trasformare una spiegazione psicologica in una giustificazione: «Sono fatto così per quello che ho vissuto», «è il mio carattere», «questa è la mia ferita». Comprendere l’origine di un comportamento è fondamentale, ma la comprensione diventa trasformativa soltanto quando apre una possibilità nuova. La nostra storia può spiegare perché siamo diventati ciò che siamo, ma non deve necessariamente decidere ciò che continueremo a essere.
Anche il desiderio di cambiare può nascondere una strategia dell’ego. Possiamo voler diventare più calmi, più forti, più spirituali o più consapevoli perché non accettiamo ciò che siamo e inseguiamo un’immagine ideale di noi stessi. In questo caso il cambiamento non nasce dalla conoscenza e dall’accettazione consapevole di ciò che siamo, ma dal rifiuto. E l’ego che volevamo superare ricompare nell’immagine di ciò che pensiamo di dover diventare.
Per questo nel lavoro su di sé è fondamentale sviluppare una sincerità sempre più profonda. Non significa giudicarsi o vivere nel sospetto continuo verso se stessi, ma imparare a domandarsi: «Che cosa sta realmente muovendo questa mia scelta? Che cosa sto difendendo? Che cosa sto cercando di ottenere? Sto vedendo ciò che accade o sto costruendo una spiegazione che mi rassicura?»
È qui che il lavoro sull’osservatore acquista una profondità ulteriore. Non osserviamo più soltanto le manifestazioni più evidenti dell’ego — la rabbia, la paura, il bisogno di approvazione, il controllo — ma cominciamo a riconoscerlo anche nelle sue forme più sottili: nel bisogno di avere ragione, nell’immagine che vogliamo dare di noi stessi, nella necessità di essere riconosciuti, nella certezza di aver compreso e persino nell’idea di essere ormai liberi dall’ego.
Questo può accadere anche nella ricerca spirituale. L’ego può appropriarsi di un’esperienza interiore, di una conoscenza o dell’appartenenza a una determinata via e costruirvi intorno una nuova immagine di sé: «io ho compreso», «io sono più evoluto», «io conosco la verità». Una delle strategie più sottili dell’ego consiste proprio nel farci credere di averlo superato.
Per questo la trasformazione richiede tempo, pazienza e soprattutto sincerità. Non dobbiamo diventare perfetti, né vivere nella continua paura di essere ingannati dal nostro ego. Dobbiamo imparare a riconoscerne i movimenti con sempre maggiore chiarezza. Ogni volta che una strategia diventa cosciente, perde una parte del potere che esercitava su di noi.
Il lavoro non consiste quindi nel dichiarare guerra all’ego, ma nel portare coscienza là dove prima agiva automaticamente. Non dobbiamo distruggere l’individualità che abbiamo faticosamente costruito, ma smettere progressivamente di identificarci con tutto ciò che crediamo di essere.
È allora che può avvenire un cambiamento più profondo: il centro della nostra vita può gradualmente spostarsi dall’ego, con le sue paure, difese, immagini e identificazioni, verso un centro più autentico e silenzioso: la Matrice Interiore.
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✦ L’Amore del Vitale ✦

•Tratto da “L’Avventura della Coscienza ” di Satprem
• Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone
• Spunti per il lavoro interiore
Satprem – Sri Aurobindo. L’Avventura della Coscienza – pag. 94 “tranne quando vi è congiunzione di egoismi, il vitale si rivela del tutto impotente ad aiutare chicchessia, o anche semplicemente a comunicare con gli altri. Non c’è UNA SOLA vibrazione vitale da noi emessa, o meglio da noi ritrasmessa, che non possa mutarsi nel proprio contrario appena arriva a destinazione: basta volere il bene di qualcuno per svegliare automaticamente il male corrispondente (o la resistenza corrispondente o la volontà contraria), come se uno fosse il perfetto equivalente dell’altro, ꞏseguendo un meccanismo altrettanto spontaneo e ineluttabile di una reazione chimica. In realtà il vitale non cerca di aiutare nessuno: cerca sempre e soltanto di prendere, in tutti i modi. Tutti i nostri nobili sentimenti hanno sempre una coloritura di accaparramento. Ad esempio provare dolore per il tradimento di un amico- o qualunque altro tipo di dolore -è un segno indiscutibile dell’ego: se infatti amassimo veramente le persone per quelle che sono, e non per noi stessi, vorremmo loro bene in ogni caso, anche quando diventassero nemiche; e comunque proveremmo gioia per il puro fatto che esistono.”
Riflessioni e Commento di R.M.S.
Questo brano è tratto da “L’Avventura della Coscienza” di Satprem, uno dei più importanti discepoli e interpreti del pensiero di Sri Aurobindo e Mère. Questo è uno di quei testi che possono essere facilmente fraintesi se letti con la mente ordinaria. Satprem non sta dicendo che non esistano l’affetto, la bontà o la generosità. Sta semplicemente mostrando che, finché la coscienza è identificata con l’ego, anche i sentimenti più nobili vengono inevitabilmente colorati dal bisogno di ricevere qualcosa. Il vitale, infatti, vive di scambi. Ama, ma desidera essere amato. Dona, ma si aspetta riconoscenza. Aiuta, ma spera che l’altro cambi, migliori o ricambi il favore. Quando questo non accade, nasce la delusione, il risentimento, il senso di ingiustizia o il dolore. È proprio questo il punto sul quale Satprem ci invita a riflettere: quanto del nostro amore è realmente libero e quanto, invece, è ancora una forma raffinata di possesso? Questa osservazione può risultare scomoda perché mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’ego ama definirsi altruista, generoso, disponibile. Ma l’osservazione sincera rivela spesso una realtà diversa: dietro molte sofferenze non c’è soltanto ciò che l’altro ha fatto, ma soprattutto l’immagine che avevamo costruito di quella persona e ciò che inconsciamente ci aspettavamo da lei. Più le aspettative sono forti, maggiore sarà la sofferenza quando la realtà le smentisce. Questo non significa diventare freddi o indifferenti. Al contrario. Significa imparare ad amare senza imprigionare l’altro nelle nostre esigenze emotive. Significa lasciargli la libertà di essere ciò che è, anche quando questo non corrisponde ai nostri desideri. Sri Aurobindo e Satprem parlano di una coscienza diversa, nella quale l’amore non nasce dal bisogno ma dalla pienezza interiore. È un amore che non pretende, non manipola e non misura continuamente ciò che riceve in cambio. È un amore che non dipende dal comportamento dell’altro, perché trae la propria forza da una sorgente più profonda dell’ego. Naturalmente nessuno arriva dall’oggi al domani a questo stato di coscienza. Ma ogni volta che osserviamo una nostra reazione senza giustificarla, ogni volta che scopriamo un’attesa nascosta, un bisogno di approvazione o una forma di possesso, stiamo già compiendo un passo verso una maggiore libertà interiore. Forse il messaggio più importante di questo brano è proprio questo: il vero lavoro spirituale non consiste nel convincersi di essere migliori, ma nell’avere il coraggio di vedere, con sincerità e senza condannarci, quanto ego si nasconda ancora dietro ciò che chiamiamo amore. Solo ciò che viene visto con chiarezza può essere trasformato.
◦ Spunti per il lavoro interiore ◦
Se ci osserviamo con sincerità nella vita quotidiana, possiamo accorgerci che molte delle nostre sofferenze non derivano tanto da ciò che gli altri fanno, quanto dalle aspettative che, spesso inconsapevolmente, riponiamo in loro. Quando una persona ci delude, prima di giudicarne il comportamento, può essere utile rivolgere l’attenzione verso noi stessi e domandarci: • Che cosa mi aspettavo da questa persona? • Che cosa speravo di ricevere? • Se non mi avesse dato nulla in cambio, proverei ancora lo stesso sentimento? • Sto realmente cercando il suo bene oppure desidero che si comporti come vorrei io? • È presente in me un bisogno di essere riconosciuto, apprezzato, rassicurato o ricambiato? Non è necessario trovare immediatamente una risposta. L’aspetto più importante è osservare con sincerità ciò che emerge, senza giudicarlo e senza cercare di giustificarlo. Ogni volta che diventiamo consapevoli di un movimento dell’ego, si apre la possibilità di una maggiore libertà interiore. La consapevolezza rappresenta già il primo passo verso la trasformazione.
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✦ Le Relazioni Umane nello Yoga ✦

• Tratto da “Lettere sullo Yoga” di Sri Aurobindo
• Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone
• Spunti per il lavoro interiore
Sri Aurobindo – Lettere sullo Yoga – Libro II- Cap XII-Parte I -Pag 22 ” Soltanto quando si è trovato il Divino e la coscienza si è innalzata nella vera coscienza, si possono stabilire vere relazioni con gli altri……”
Riflessioni e Commento di R.M.S.
Questo brano è tratto da “Lettere sullo Yoga”, Libro II, Capitolo XII, Parte I, di Sri Aurobindo.
Questa frase può apparire molto esigente, ma Sri Aurobindo non intende affermare che, finché non realizziamo il Divino, siamo incapaci di amare o di costruire relazioni. Ci invita piuttosto a comprendere che, finché la coscienza rimane identificata principalmente con l’ego, anche le relazioni più sincere saranno inevitabilmente influenzate dai nostri bisogni, dalle paure, dalle aspettative e dagli attaccamenti.
Quante volte desideriamo essere amati perché abbiamo paura della solitudine? Quante volte cerchiamo approvazione, comprensione o conferme? Quante volte soffriamo perché l’altro non corrisponde all’immagine che avevamo costruito? In questi momenti non è soltanto l’amore a esprimersi. Agiscono anche le nostre insicurezze, le nostre ferite e i nostri bisogni inconsapevoli.
Sri Aurobindo ci invita a un cambiamento di prospettiva. Più la coscienza si apre al Divino, meno sentiamo il bisogno di prendere qualcosa dall’altro e più diventiamo capaci di incontrarlo nella libertà. L’amore smette gradualmente di essere una richiesta e diventa una presenza. La relazione non nasce più dalla mancanza, ma dalla pienezza interiore.
Questo non significa diventare indifferenti o rinunciare ai legami affettivi. Al contrario. Significa vivere le relazioni con maggiore autenticità, lasciando progressivamente cadere il bisogno di possedere, controllare o cambiare l’altro perché corrisponda alle nostre aspettative.
Ogni relazione diventa così un’occasione di conoscenza di sé. L’altro ci mostra continuamente aspetti della nostra coscienza che non avevamo ancora riconosciuto: le nostre paure, gli attaccamenti, i bisogni di conferma, ma anche la nostra capacità di amare in modo sempre più libero.
Il messaggio di Sri Aurobindo ci conduce a un punto essenziale: il vero lavoro nelle relazioni non consiste tanto nel cambiare l’altro, quanto nel trasformare la coscienza con cui entriamo in relazione. Man mano che questa coscienza si avvicina al Divino, anche il modo di incontrare gli altri cambia naturalmente.
◦ Spunti per il lavoro interiore ◦
Le relazioni sono uno degli specchi più preziosi per conoscere noi stessi. Ogni volta che nasce un conflitto, una delusione o un forte coinvolgimento emotivo, può essere utile fermarsi e domandarsi:
• Che cosa sto cercando di ricevere da questa persona?
• Quale mia aspettativa è stata delusa?
• Sto cercando di comprendere l’altro oppure di farlo corrispondere ai miei desideri?
• Se questa persona cambiasse completamente, il mio modo di amarla rimarrebbe lo stesso?
Non è necessario modificare subito il proprio comportamento. È sufficiente osservare con sincerità ciò che emerge. Ogni volta che riconosciamo un bisogno, un attaccamento o una pretesa, la relazione diventa un’occasione di crescita interiore. È così che, poco alla volta, impariamo a incontrare l’altro con maggiore libertà, consapevolezza e autenticità.
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✦ Lo Spirito Giusto ✦

• Tratto da “Lettere sullo Yoga” di Sri Aurobindo
• Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone
• Spunti per il lavoro interiore
Mère – Conversazioni – 12 gennaio 1955 (La Madre commenta queste parole di Sri Aurobindo dalla “Basi dello Yoga” ) “Quando si fa fronte alla difficoltà con lo spirito giusto e la si conquista, ci si accorge che un ostacolo è scomparso …” Che cos’è questo spirito giusto? lo spirito giusto, vuol dire non perdersi di coraggio, non perdere la fede, non spazientirsi, non essere depressi; restare molto tranquilli, e in pace con molta aspirazione, quanta più se ne possa avere, e non tormentarsi per quello che accade. Avere la certezza che passerà, e che tutto andrà bene.”
Riflessioni e Commento di R.M.S.
Questo brano è tratto dalle Conversazioni di Mère del 12 gennaio 1955, nelle quali commenta un passaggio di Sri Aurobindo tratto da “Le basi dello Yoga”.
Quando Sri Aurobindo afferma che, affrontando una difficoltà con “lo spirito giusto”, un ostacolo scompare, Mère ci aiuta a comprendere che il punto centrale non è tanto la difficoltà in sé, quanto il modo in cui scegliamo di viverla.
Istintivamente, quando incontriamo una prova, la mente e il vitale reagiscono con paura, scoraggiamento, rabbia, impazienza o sfiducia. Vorremmo che tutto si risolvesse immediatamente e finiamo spesso per identificarci completamente con il problema. In questo modo perdiamo il nostro equilibrio interiore.
Lo “spirito giusto” di cui parla Mère è l’esatto contrario.
Non significa negare la sofferenza, fingere che tutto vada bene o reprimere le emozioni. Significa non lasciarsi dominare da esse. Significa conservare, per quanto possibile, uno spazio di tranquillità interiore anche quando le circostanze esterne sono difficili.
Per questo Mère ci invita a non scoraggiarci, a non perdere la fede, a non lasciarci trascinare dall’impazienza o dalla depressione. Non è una richiesta di perfezione, ma un invito a ricordare che ogni difficoltà è transitoria e che il nostro stato di coscienza può fare una grande differenza nel modo in cui la attraversiamo.
Tra le parole di Mère ve ne sono due particolarmente significative: tranquillità e aspirazione.
La tranquillità non è passività né rassegnazione. È quella calma interiore che permette di vedere con maggiore chiarezza, senza essere travolti dalle reazioni immediate. L’aspirazione è invece il movimento profondo dell’essere verso una coscienza più alta, il desiderio sincero di comprendere, di crescere e di avvicinarsi sempre di più al Divino.
Quando queste due qualità si sviluppano insieme, anche la difficoltà cambia significato. Non è più soltanto qualcosa da eliminare, ma può diventare un’occasione per riconoscere aspetti di noi stessi che, senza quella prova, sarebbero rimasti nascosti.
Infine, Mère ci invita a coltivare una fiducia profonda. Non la certezza che tutto andrà secondo i nostri desideri, ma la fiducia che ogni esperienza, anche la più difficile, possa contribuire alla nostra evoluzione se viene vissuta con la giusta disposizione interiore.
Lo “spirito giusto” può essere inteso proprio così: non pretendere una vita senza ostacoli, ma imparare ad attraversarli senza perdere il contatto con la pace, la fiducia e l’aspirazione che possono guidare il nostro cammino.
◦ Spunti per il lavoro interiore ◦
Quando incontriamo una difficoltà, prima di cercare una soluzione immediata, può essere utile osservare il nostro stato interiore e domandarci:
• Qual è stata la mia prima reazione davanti a questo problema?
• Mi sono lasciato guidare dalla paura, dalla rabbia, dall’impazienza o dallo scoraggiamento?
• Riesco a mantenere un minimo di tranquillità anche mentre cerco una soluzione?
• Sto vivendo questa esperienza soltanto come un ostacolo oppure posso considerarla anche un’occasione per conoscermi meglio?
Non è necessario riuscire subito a mantenere lo “spirito giusto”. È sufficiente accorgerci ogni volta che lo perdiamo. Ogni presa di coscienza ci aiuta a ritrovare il nostro centro e a vivere le difficoltà con maggiore equilibrio. Anche questo è un passo nel cammino della trasformazione interiore.
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