La Matrice

☼☼☼☼☼☼☼

IL CARATTERE

Ogni autentico cammino di trasformazione inizia dalla conoscenza di sé. Per questo motivo il primo passo consiste nel comprendere il carattere, cioè quell’insieme di condizionamenti e automatismi che, identificandosi con l’ego, orientano il nostro modo di pensare, di sentire e di vivere. Solo riconoscendone il funzionamento possiamo iniziare ad aprirci alla Matrice Interiore.

Il carattere è la struttura tipica di un individuo, il suo modo stereotipato di agire e di reagire e consiste in una modificazione cronica dell’Io, una sorta di irrigidimento, il cui scopo è proteggere l’Io dai pericoli interni ed esterni. Questa protezione, divenuta stabile, costituisce quella che Reich chiamerà corazza caratteriale.

Esso è di conseguenza l’insieme stabile dei modi di pensare, sentire, comportarsi e reagire che una persona sviluppa nel corso della vita per adattarsi all’ambiente e proteggersi dalle esperienze dolorose. Quando queste modalità diventano cristallizzate e automatiche, si trasformano nella corazza caratteriale, limitando la spontaneità, la vitalità e la libertà interiore. Il carattere è il modo abituale con cui ciascuno di noi affronta la vita. È nato per proteggerci, ma quando determina comportamenti condizionati ed automatici, impedisce di vivere pienamente. L’insieme dei condizionamenti mentali, emozionali, istintuali e psicofisici nel linguaggio de LA MATRICE lo chiameremo struttura dell’ego. La maggior parte di esseri umani vivono completamente identificati con questa struttura nell’illusione di avere un io centralizzato che invece si modifica continuamente per cui si è di fatto delle banderuole che passano da un pensiero all’altro, da un’emozione all’altra, da un desiderio all’altro.

L’essere umano fin dall’infanzia, attraverso i condizionamenti ricevuti, costruisce una struttura caratteriale che genera bisogni, desideri e paure che spesso non appartengono alla nostra natura più autentica, ma sono il risultato dei condizionamenti e degli adattamenti della personalità. L’essere umano finisce così per inseguire soddisfazioni che, proprio perché rivolte a bisogni costruiti, non possono offrire un appagamento stabile. Per questo motivo l’individuo trascorre gran parte della propria vita cercando di soddisfarli. Tuttavia, poiché essi non possono colmare il vuoto da cui hanno origine, ogni soddisfazione è solo temporanea e lascia presto il posto a nuovi desideri, alimentando una rincorsa senza fine. La vera trasformazione inizia quando smettiamo di vivere guidati dai bisogni e dai desideri costruiti dal carattere e impariamo a riconoscere un altro centro dentro di noi: la Matrice Interiore. Da questo centro nascono aspirazioni completamente diverse, che non cercano più di colmare una mancanza, ma esprimono la pienezza della nostra natura più autentica.
La trasformazione non consiste nel cambiare ciò che siamo, ma nello spostare il centro da cui viviamo: dall’ego alla Matrice Interiore, dalla mancanza alla pienezza

Come si manifesta il carattere nella vita quotidiana.

Nella mia esperienza di psicoterapeuta ho potuto osservare come la struttura caratteriale non si manifesti soltanto nei momenti di difficoltà, ma soprattutto nei piccoli automatismi della vita quotidiana. Spesso ciò che chiamiamo “il mio modo di essere” è in realtà una modalità di risposta che abbiamo imparato molto tempo prima e che continuiamo a ripetere anche quando non è più necessaria.
Una persona che da bambina ha imparato che per essere amata deve compiacere gli altri potrà diventare un adulto incapace di dire di no. Crederà di essere semplicemente disponibile e generosa, ma dietro quella disponibilità potrà nascondersi la paura di perdere l’amore o l’approvazione degli altri.
Chi ha imparato molto presto che mostrare la propria fragilità significa esporsi al pericolo potrà costruire un’immagine di grande forza e autosufficienza. Dirà: “Io non ho bisogno di nessuno”, senza accorgersi che quella indipendenza può essere diventata una difesa contro il bisogno di affidarsi e di entrare realmente in relazione. Un’altra persona potrà avere bisogno di controllare continuamente situazioni e persone. Penserà di essere semplicemente precisa, responsabile o previdente, mentre dietro il controllo potrà esserci una profonda difficoltà a tollerare l’imprevisto e l’insicurezza.
Anche il bisogno costante di riconoscimento può appartenere alla struttura caratteriale. Si può lavorare, ottenere risultati, cercare successo e approvazione non perché ciò che facciamo corrisponda veramente a una nostra aspirazione, ma perché abbiamo imparato a percepire il nostro valore attraverso lo sguardo degli altri. Quando il riconoscimento arriva ci sentiamo appagati, ma per poco: presto avremo bisogno di una nuova conferma.
Lo stesso accade nelle relazioni affettive. Possiamo credere di scegliere liberamente e ritrovarci invece, relazione dopo relazione, dentro dinamiche sorprendentemente simili. Cambiano le persone, ma qualcosa in noi continua a ricreare lo stesso scenario. È uno dei modi attraverso i quali il carattere tende a perpetuare se stesso.
Questi comportamenti non vanno giudicati: hanno avuto una funzione e, in un determinato momento della nostra storia, sono stati probabilmente necessari per proteggerci e adattarci. Il problema nasce quando continuiamo a ripeterli automaticamente e li scambiamo per la nostra identità.
Conoscere il proprio carattere significa allora cominciare a distinguere ciò che facciamo automaticamente da ciò che nasce realmente da noi. Non si tratta di combattere il carattere, ma di osservarlo, riconoscerne le strategie e smettere progressivamente di identificarci con esse. È in questo spazio che può cominciare ad emergere qualcosa di più profondo: la Matrice Interiore.

☼☼☼☼☼☼☼

L’OSSERVATORE

L’OSSERVATORE

Comprendere il carattere non è sufficiente. Perché possa iniziare una reale trasformazione è necessario imparare a osservarlo mentre si manifesta nella vita quotidiana. Nasce così l’osservatore: quella presenza interiore che, senza giudicare né condannare, vede con chiarezza i movimenti del carattere e dell’ego. Da questa capacità di osservazione prende avvio tutto il lavoro interiore.
Per poter trasformare il carattere, o struttura dell’ego, è necessario anzitutto imparare a osservarlo. Finché siamo completamente identificati con i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri desideri e le nostre reazioni, non possiamo comprenderli né trasformarli.
È quindi necessario sviluppare una nuova capacità interiore: l’osservatore.
L’osservatore è quella capacità della coscienza che, senza giudicare e senza condannare, impara a vedere con chiarezza ciò che accade dentro di sé. Questa capacità è al centro della pratica della Mindfulness e della Vipassana, la pratica di meditazione insegnata dal Buddha, il cui significato è proprio “chiara visione” o “visione profonda”. Attraverso un’attenzione calma, continua e consapevole, impariamo a riconoscere i meccanismi automatici del carattere senza esserne immediatamente trascinati. L’osservatore si sviluppa gradualmente attraverso la pratica meditativa, ma deve essere attivato anche nella nostra vita quotidiana.
L’osservazione è il primo passo della trasformazione. Solo ciò che viene visto con chiarezza può gradualmente trasformarsi.
Per sviluppare questa capacità di osservazione, la pratica della Mindfulness e della Vipassana rappresentano strumenti di straordinaria importanza. Attraverso la meditazione impariamo gradualmente a sviluppare un osservatore sempre più lucido, stabile e imparziale. Tuttavia, la meditazione non è il fine, ma l’allenamento. Il suo vero scopo è permetterci di portare questa qualità di presenza nella vita quotidiana.
Impariamo così a osservare i nostri pensieri mentre sorgono, a riconoscere le emozioni mentre le stiamo vivendo, ad accorgerci dei nostri automatismi mentre si manifestano e a vedere il carattere in azione nelle relazioni, nel lavoro, nelle difficoltà e nelle scelte di ogni giorno.

L’ Osservatore nella pratica psicoterapeutica.

Nella mia esperienza di psicoterapeuta, imparare a osservare ciò che accade dentro di sé rappresenta un passaggio fondamentale. Molte delle nostre reazioni avvengono infatti prima ancora che ce ne rendiamo conto: qualcuno ci critica e immediatamente ci difendiamo; ci sentiamo trascurati e reagiamo con rabbia; temiamo di essere rifiutati e ci chiudiamo o cerchiamo rassicurazioni. In quei momenti non stiamo scegliendo consapevolmente come rispondere: è il carattere che sta reagendo attraverso di noi.
L’osservatore introduce uno spazio tra ciò che accade e la nostra risposta. Se, ad esempio, una critica suscita immediatamente rabbia, invece di identificarci completamente con essa possiamo cominciare a osservare: «Sto provando rabbia. Che cosa è stato toccato dentro di me? Perché questa critica mi ferisce così profondamente? Che cosa sto cercando di difendere?». La stessa reazione che prima veniva semplicemente agita diventa così un’occasione di conoscenza.
Con il tempo possiamo accorgerci che dietro la rabbia può esserci una ferita, dietro il bisogno di controllo una paura, dietro la ricerca continua di approvazione il timore di non avere valore, dietro l’aggressività una vulnerabilità che abbiamo imparato a non mostrare. L’osservatore non elimina ciò che sentiamo: ci permette di attraversarlo senza esserne completamente governati.
Questo è un punto essenziale anche in psicoterapia: non si tratta di diventare spettatori distaccati della propria vita, né di reprimere le emozioni in nome della consapevolezza. Al contrario, impariamo a sentirle pienamente, a riconoscerle anche nel corpo e a comprenderne il significato, senza identificarci completamente con esse.
Quando riesco a vedere una mia reazione mentre accade, quella reazione non coincide più interamente con me. Si apre uno spazio di libertà nel quale posso cominciare a scegliere se seguirla oppure no. È in questo spazio che il carattere perde gradualmente il suo automatismo e può iniziare una reale trasformazione.
Solo quando l’osservatore accompagna la nostra vita e non soltanto la meditazione, la trasformazione diventa realmente possibile. All’inizio osserviamo il carattere. Con il tempo, però, scopriamo che anche l’osservatore può approfondirsi. Non osserviamo più soltanto con una mente attenta, ma da un centro sempre più stabile e silenzioso: la Matrice Interiore.

☼☼☼☼☼☼☼

L’EGO

Quando si parla di ego si tende quasi sempre a considerarlo come il nemico da eliminare. Mère ci offre invece una visione molto più sottile. L’ego non nasce come un errore della natura, ma come uno strumento necessario dell’evoluzione. È ciò che permette alla coscienza di individualizzarsi, di acquisire una forma, una storia, un carattere e il senso di essere un individuo distinto dagli altri.
Per questo motivo Mère afferma che abolire troppo presto l’ego sarebbe persino pericoloso. Senza un’individualità sufficientemente formata, l’essere rischierebbe di ricadere in una massa indistinta, incapace di una vera coscienza personale. L’ego svolge dunque un compito preciso: costruire l’individuo. Il problema nasce quando continua a governare anche dopo aver assolto questa funzione.
Molto interessante è anche l’idea che non esista un solo ego. Mère parla di una molteplicità di piccoli ego: mentali, vitali, fisici, individuali e perfino collettivi. Ogni volta che crediamo di aver superato un limite, scopriamo che un altro meccanismo di identificazione prende il suo posto. È un’esperienza che molti ricercatori interiori conoscono bene: il lavoro non consiste nello sconfiggere un unico avversario, ma nel riconoscere progressivamente le molte forme attraverso cui il senso dell’«io separato» continua a manifestarsi.
Particolarmente attuale è il riferimento agli ego collettivi. Non ci identifichiamo soltanto con il nostro nome o con la nostra storia personale, ma anche con una nazione, una religione, una scuola spirituale, una professione, un gruppo sociale o un’ideologia. L’ego cambia semplicemente dimensione, ma continua a creare separazione e opposizione.
Il passaggio decisivo avviene quando l’individualità è ormai sufficientemente matura. A quel punto l’ego, da strumento dell’evoluzione, diventa un ostacolo. Non perché l’individuo debba scomparire, ma perché il centro della coscienza può finalmente spostarsi verso una realtà più profonda: l’essere psichico, il Sé, quella Presenza che non vive più nella separazione ma nell’unità.
Trovo estremamente preziosa questa prospettiva perché evita due errori molto diffusi: da una parte l’esaltazione dell’ego, così tipica della cultura moderna; dall’altra il desiderio ingenuo di distruggerlo prematuramente. La vera trasformazione non consiste nel combattere l’ego con violenza, ma nel comprenderne la funzione, ringraziarlo per il lavoro che ha svolto e, quando l’essere è pronto, lasciarlo gradualmente cedere il posto a una coscienza più ampia, libera e universale. Per comprendere più profondamente questa prospettiva, riporto il brano di Mère tratto da Conversazioni del 12 gennaio 1955, nel quale viene illustrata con straordinaria chiarezza la funzione dell’ego, il suo ruolo nell’individualizzazione della coscienza e il motivo per cui, giunto il momento, esso deve gradualmente lasciare il posto a una coscienza più vasta, libera e unitaria:

Mère, Conversazioni del 12 gennaio 1955: Domanda :”Madre, qui Sri Aurobindo ha parlato della “formazione dell’ego individuale”. Cosa vuol dire ego individuale?”
Mère: “Ci sono degli ego individuali e degli ego collettivi. Per esempio un ego nazionale è un ego collettivo. Anche un gruppo può avere un ego collettivo. La specie umana ha un ego collettivo. È più o meno grande.
L’ego individuale è l’ego di una persona definita; è il tipo minore di ego. Oh, certamente c’è un ego vitale, un ego mentale e un ego fisico, ma sono degli ego individuali minori. Ma questo vuol dire l’ego di una persona definita.”
Domanda: “Cosa vuol dire ego?”
Mère:”Penso che sia l’ego che fa di ciascuno un essere separato, in tutti i modi possibili. È l’ego che dà il senso della separazione di una persona dagli altri. È certamente l’ego che vi dà il senso dell’“io”, “io sono”, “io voglio”, “io faccio”, “io esisto”…
… Ciò che ti dà l’impressione di essere Manoj è l’ego; e che tu sei totalmente diverso da questo e da quello; e quello che impedisce al tuo corpo di andare a fondersi così, di diluirsi in una massa generale di vibrazioni fisiche, è l’ego; quello che ti dà una forma definita, un carattere definito, una coscienza separata, il senso che esisti in te stesso, indipendentemente da qualsiasi altro, qualcosa così; se non si riflette, si ha spontaneamente il senso che, anche se il mondo scomparisse, si sarebbe, si resterebbe ciò che si è. Questo è il superego.
Si hanno molti ego in se stessi. Ci se ne accorge quando si comincia a distruggerli: quando si è distrutto un ego, quello che era più fastidioso generalmente, ciò procura una specie di ciclone interiore…
… Ma nel giro di un certo tempo, ci si accorge che ce n’è un altro, e poi un altro, e poi un altro ancora, e che in effetti si è fatti da un mucchio di piccoli ego che sono totalmente noiosi e che bisogna superare uno dopo l’altro.
Certamente che se si perdesse troppo presto il proprio ego, dal punto di vista vitale e mentale, si ritornerebbe in una massa amorfa. L’ego è certamente lo strumento dell’individualizzazione, cioè che finché si è un essere individualizzato, costituito in se stesso, l’ego è un elemento del tutto necessario. Se si avesse il potere di abolire l’ego prima del tempo, si perderebbe la propria individualità. Ma una volta che l’individualità è formata, l’ego non solo diventa inutile ma anzi nocivo. E allora solamente è il momento in cui bisogna abolirlo. Ma naturalmente, siccome ci si è dati molto da fare per costruirlo, l’ego non abbandona il suo lavoro facilmente e domanda la ricompensa per i suoi sforzi, cioè di godere della vostra individualitàlità.

Dalla costruzione dell’Ego al superamento dell’ Io.

Questa indicazione di Mère permette di comprendere un aspetto fondamentale anche sul piano psicologico: il lavoro interiore non consiste nel distruggere l’ego. Un ego sufficientemente strutturato è necessario per vivere, scegliere, assumersi responsabilità, stabilire confini e costruire relazioni con gli altri.
Ci sono persone che arrivano in psicoterapia non perché abbiano un ego “troppo forte”, ma perché possiedono un senso di sé fragile e dipendente dallo sguardo degli altri. Possono avere difficoltà a dire di no, non sapere chiaramente che cosa desiderano, modificarsi continuamente per essere accettate oppure sentirsi prive di valore quando non ricevono approvazione. In questi casi il primo compito non è indebolire ulteriormente l’io, ma aiutarlo a diventare più stabile, autonomo e consapevole.
Pensiamo, per esempio, a una persona che per tutta la vita abbia cercato di corrispondere alle aspettative degli altri. Prima di poter trascendere l’ego dovrà forse imparare qualcosa di apparentemente molto semplice: riconoscere «questo lo voglio» e «questo non lo voglio», porre un limite, sostenere un conflitto senza sentirsi annientata, distinguere i propri bisogni da quelli delle persone che ama. Anche questa è una tappa dell’individualizzazione.
Ma quando l’individualità è sufficientemente costituita, può iniziare un lavoro diverso. Possiamo osservare che anche quell’io che abbiamo costruito e che ci è stato necessario non esaurisce ciò che siamo. Le nostre opinioni, i nostri ruoli, la professione, l’immagine che abbiamo di noi stessi, persino la nostra storia personale possono diventare nuove forme di identificazione.
È interessante osservare questo processo anche nella ricerca interiore. L’ego può appropriarsi persino della spiritualità: «io sono più consapevole», «io ho compreso», «io appartengo alla via giusta». In questo caso non è scomparso: ha semplicemente trovato un’identità più raffinata attraverso cui continuare ad affermarsi.
Lo stesso può accadere attraverso gli ego collettivi descritti da Mère. Possiamo sentirci separati e contrapposti agli altri non più soltanto come individui, ma attraverso l’identificazione con una nazione, una religione, un gruppo, una professione, una scuola psicologica o persino una via spirituale. Cambia l’oggetto dell’identificazione, ma rimane il meccanismo dell’«io» contrapposto al «non-io».
Il lavoro psicoterapeutico e il lavoro interiore possono allora incontrarsi in un punto fondamentale: costruire un’individualità sufficientemente solida senza trasformarla in una prigione. Prima impariamo a essere un “io”; successivamente possiamo scoprire che non siamo soltanto quell’io.
È qui che l’osservatore, di cui abbiamo parlato precedentemente, diventa essenziale. Cominciamo a vedere l’ego mentre cerca approvazione, si difende, vuole avere ragione, teme di perdere il controllo o si identifica con un ruolo. Non dobbiamo combatterlo: possiamo riconoscerlo senza identificarci completamente con esso.
Gradualmente il centro della nostra esperienza può allora spostarsi. L’ego continua a svolgere le funzioni necessarie alla vita individuale, ma non è più necessariamente il padrone della nostra coscienza. È questo passaggio che, nel linguaggio de La Matrice, apre progressivamente la possibilità di vivere a partire da un centro più profondo: la Matrice Interiore.

☼☼☼☼☼☼☼

Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13