La Matrice

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L’ATTENZIONE CONSAPEVOLE

Quando parliamo di meditazione rischiamo spesso di identificarla con un momento particolare della giornata: ci sediamo, chiudiamo gli occhi, portiamo l’attenzione al respiro, alle sensazioni del corpo o a ciò che emerge nella mente e rimaniamo così per venti, trenta minuti o più. Questa pratica ha naturalmente una grande importanza. Fermarsi, sottrarsi per un certo tempo alla continua sollecitazione degli stimoli esterni e imparare a osservare ciò che accade dentro di noi crea le condizioni per sviluppare una capacità che nella vita ordinaria utilizziamo molto meno di quanto immaginiamo: essere presenti a noi stessi.
Ma credo che sia necessario comprendere un passaggio fondamentale. La meditazione formale non è il fine della pratica. È un luogo nel quale ci esercitiamo a sviluppare una qualità della coscienza che dovrebbe progressivamente accompagnarci nella vita quotidiana.
Se la consapevolezza rimane confinata ai venti o trenta minuti durante i quali siamo seduti con gli occhi chiusi, rischiamo infatti di creare una nuova scissione. Da una parte esiste il momento della meditazione, nel quale siamo attenti al respiro, al corpo, ai pensieri e alle emozioni; dall’altra esiste il resto della giornata, durante il quale torniamo a muoverci, parlare, reagire e relazionarci quasi completamente immersi nei nostri automatismi.
Possiamo allora diventare persone molto attente mentre meditiamo e sorprendentemente inconsapevoli mentre viviamo.
È proprio questo uno degli aspetti sui quali Thich Nhat Hanh ha insistito con particolare semplicità e profondità. La consapevolezza non appartiene soltanto al cuscino di meditazione. Possiamo essere presenti mentre camminiamo, mangiamo, laviamo una tazza, apriamo una porta, ascoltiamo qualcuno, guidiamo, lavoriamo. Non perché dobbiamo trasformare ogni gesto quotidiano in qualcosa di solenne o artificiale, ma perché ogni momento della nostra vita può diventare un momento nel quale siamo presenti a ciò che stiamo facendo e contemporaneamente a noi stessi mentre lo facciamo. Preferisco chiamare questa qualità attenzione consapevole.
L’attenzione consapevole non consiste semplicemente nel concentrarsi su quello che stiamo facendo. Posso essere estremamente concentrato su un lavoro e contemporaneamente non avere alcuna consapevolezza di ciò che sta accadendo dentro di me. Posso parlare con qualcuno prestando grande attenzione alle sue parole e non accorgermi che il mio corpo si sta irrigidendo, che il respiro si è accorciato, che sto diventando aggressivo o che una sua frase ha risvegliato una mia paura. L’attenzione consapevole comprende invece anche me stesso.
Sto camminando e sento il mio corpo mentre cammina. Sto parlando e, almeno in parte, mi ascolto mentre parlo. Sto provando un’emozione e riconosco che quell’emozione sta attraversando il mio corpo e la mia mente. Mi accorgo della tensione che compare nelle spalle, della contrazione del ventre, del respiro che cambia, dell’impulso a rispondere immediatamente. Non devo necessariamente interrompere quello che sto facendo. Devo imparare, progressivamente, a esserci mentre lo faccio. Questo diventa particolarmente importante nelle relazioni.
Molte delle nostre reazioni avvengono con una velocità impressionante. Qualcuno dice qualcosa, ci sentiamo feriti, giudicati o non riconosciuti e immediatamente rispondiamo. Soltanto dopo, qualche volta, ci rendiamo conto di ciò che è accaduto. L’automatismo ha preceduto la consapevolezza. L’attenzione consapevole cerca lentamente di modificare proprio questo rapporto, non eliminando le emozioni e neppure controllandole rigidamente, ma introducendo uno spazio nel quale possiamo riconoscerle mentre stanno nascendo.
Qualcuno mi dice qualcosa che mi irrita. Sento una contrazione nel corpo. Il respiro cambia. Compare la rabbia. Nasce l’impulso a rispondere. Se sono completamente identificato con questa sequenza, probabilmente reagirò prima ancora di essermi accorto veramente di quello che sto vivendo. Se invece una parte della mia attenzione rimane presente, posso accorgermi che mi sto arrabbiando. Questa è una differenza apparentemente piccola, ma profondissima.
Essere consapevole della mia rabbia non significa non essere arrabbiato, significa che io e la mia rabbia non coincidiamo completamente. C’è la rabbia e c’è contemporaneamente una coscienza che può riconoscerla. Ed è proprio in questo piccolo spazio che comincia a comparire una possibilità di scelta.
Posso parlare oppure tacere. Posso aspettare qualche secondo. Posso accorgermi che ciò che sto per dire appartiene realmente alla situazione presente oppure riconoscere che quella situazione ha toccato qualcosa di molto più antico dentro di me. Posso anche decidere di esprimere con forza ciò che sento, ma farlo consapevolmente è profondamente diverso dall’essere semplicemente trascinato dalla mia reazione.
Per questo l’attenzione consapevole riguarda almeno tre dimensioni fondamentali della nostra esperienza: il sentire, l’agire e il parlare.
Essere consapevoli del proprio sentire significa imparare ad ascoltare il corpo, le emozioni, le tensioni, i desideri e le paure senza doverli immediatamente giudicare o modificare. Essere consapevoli del proprio agire significa accorgersi di ciò che stiamo facendo mentre lo facciamo e, progressivamente, anche delle motivazioni che ci stanno muovendo. Essere consapevoli del proprio parlare significa ascoltare non soltanto le parole che pronunciamo, ma il luogo interiore dal quale quelle parole stanno nascendo.
Posso dire una cosa apparentemente gentile ed essere mosso dal bisogno di approvazione. Posso formulare una critica giusta ma farlo con l’intenzione inconsapevole di ferire. Posso tacere credendo di essere equilibrato mentre in realtà sto evitando un conflitto che mi spaventa. Posso aiutare qualcuno e contemporaneamente desiderare che quella persona abbia bisogno di me.
L’attenzione consapevole non serve a trasformarci in giudici ossessivi di noi stessi. Sarebbe soltanto un’altra forma di controllo. Serve piuttosto a vedere.
E vedere richiede una qualità particolare: la capacità di osservare ciò che accade senza identificarci immediatamente con ciò che osserviamo.
È qui che la pratica meditativa formale acquista tutto il suo significato. Sedersi in silenzio, osservare il respiro, riconoscere una sensazione, vedere comparire un pensiero e lasciarlo passare sono esercizi attraverso i quali sviluppiamo progressivamente l’osservatore. Ma l’osservatore non viene coltivato affinché rimanga seduto sul cuscino. Deve alzarsi insieme a noi, deve accompagnarci quando apriamo la porta e usciamo di casa, quando incontriamo una persona che amiamo, quando qualcuno ci contraddice, quando riceviamo una telefonata spiacevole, quando siamo stanchi, quando abbiamo paura, quando desideriamo qualcosa, quando siamo felici.
Anzi, direi che è proprio allora che comincia la parte più interessante della pratica.
Perché nella meditazione formale abbiamo creato intenzionalmente condizioni favorevoli all’osservazione. Nella vita, invece, la consapevolezza incontra il carattere, le difese, le ferite, le relazioni, il desiderio, la paura, l’aggressività, il bisogno di essere amati e quello di essere riconosciuti. È lì che possiamo realmente vedere quanto siamo presenti a noi stessi e quanto invece continuiamo a essere governati da automatismi che conosciamo appena.
Per questo non considero il lavoro meditativo separabile dal lavoro psicologico. La consapevolezza mi permette di vedere ciò che accade; la conoscenza della mia struttura mi aiuta a comprendere perché proprio quella situazione produce in me proprio quella risposta. Le due dimensioni possono allora sostenersi reciprocamente.
C’è però un equivoco che vorrei evitare. Vivere con attenzione consapevole non significa stare continuamente a sorvegliarsi. Non dobbiamo trasformare la vita in una interminabile autoanalisi nella quale controlliamo ogni pensiero, ogni emozione e ogni gesto. Sarebbe faticoso, innaturale e probabilmente nevrotizzante. L’attenzione consapevole, quando matura, dovrebbe produrre esattamente l’effetto contrario: una maggiore naturalezza.
All’inizio dobbiamo ricordarci di essere presenti. Poi, progressivamente, qualcosa comincia a cambiare. Diventa più facile sentire il corpo mentre parliamo, riconoscere una tensione prima che diventi troppo intensa, accorgerci che stiamo entrando in una vecchia dinamica, ascoltare realmente una persona invece di preparare mentalmente la nostra risposta mentre sta ancora parlando.
La pratica formale rimane importante proprio perché continua ad alimentare questa possibilità. Ma i venti minuti di meditazione e le altre ventitré ore e quaranta minuti della giornata non dovrebbero appartenere a due mondi differenti. La meditazione dovrebbe lentamente entrare nella vita e la vita dovrebbe entrare nella meditazione.
A un certo punto diventa persino difficile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Camminare può essere meditazione. Ascoltare può essere meditazione. Accorgersi del proprio corpo durante una discussione può essere meditazione. Riconoscere una paura prima che diventi una reazione automatica può essere meditazione. Anche fermarsi un istante prima di pronunciare una parola che sappiamo potrebbe ferire qualcuno è pratica. Non perché stiamo facendo qualcosa di speciale, ma perché in quel momento siamo presenti.
Forse uno dei significati più profondi della meditazione è proprio questo, ovvero non costruire nella nostra giornata un piccolo spazio privilegiato nel quale essere consapevoli, ma lasciare che quella consapevolezza lentamente si diffonda fino a comprendere che il luogo della pratica non è soltanto il cuscino sul quale ci sediamo. Il luogo della pratica è la nostra vita.

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