La Matrice

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✦ La Paura e la Condizione Umana ✦

Tratto daConversazionidi Mère

Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone

Spunti per il lavoro interiore

Mère – Conversazione – 19 Maggio 1929- “Se osservate attentamente la vostra mente fisica per dieci minuti, vi accorgerete che per almeno nove è piena di paure. Essa porta in sé il timore di molte cose, piccole e grandi, vicine e lontane, visibili e invisibili, che è sempre presente anche se non ne siete solitamente consapevoli. Occorrono una disciplina e uno sforzo costanti per liberarsi da ogni paura. Ma anche se con la disciplina e lo sforzo riuscite a liberare la vostra mente e il vostro vitale da ogni apprensione e da ogni timore, è molto più difficile invece convincere il corpo. Eppure, anche questo deve essere compiuto. Quando entrate sul sentiero dello yoga, dovete liberarvi da tutte le paure: paure della mente, paure del vitale e paure del corpo che sono insediate nelle cellule stesse. Uno dei motivi per cui ricevete tanti urti e colpi sul sentiero dello yoga è proprio per liberarvi da ogni timore.”

Riflessioni e Commento di R.M.S.

Questo brano è tratto dalle Conversazioni di Mère del 19 maggio 1929.
Mère ci invita a osservare una realtà che spesso ci sfugge: la paura non si manifesta soltanto nei grandi eventi della vita, ma è presente, in forme molto più sottili, nel nostro modo quotidiano di pensare, sentire e agire.
La paura di non essere all’altezza, di perdere ciò che amiamo, di essere giudicati, di ammalarci, di sbagliare, di non essere compresi, del futuro o dell’ignoto. Molte di queste paure operano silenziosamente e orientano le nostre decisioni senza che ce ne rendiamo conto. Finiscono così per limitare la nostra libertà, inducendoci spesso a scegliere non ciò che sentiamo giusto, ma ciò che ci fa sentire più al sicuro. Per questo Mère ci invita innanzitutto a osservare. Solo diventando consapevoli delle nostre paure possiamo evitare che continuino a guidare la nostra vita nell’ombra.
Ma il suo insegnamento va ancora più in profondità. La paura non vive soltanto nella mente o nelle emozioni: può radicarsi anche nel corpo, nelle sue tensioni, nelle sue abitudini e nei suoi automatismi. È come se ogni esperienza vissuta lasciasse una traccia che il corpo tende poi a ripetere, reagendo automaticamente anche quando il pericolo non esiste più.
Quando Mère parla degli “urti” e delle prove del cammino spirituale, non li interpreta come punizioni o ostacoli da evitare. Li considera occasioni preziose attraverso cui la vita porta alla luce proprio quelle paure che ancora ci condizionano, affinché possano essere riconosciute e trasformate.
Ogni difficoltà diventa così uno specchio. Se invece di domandarci soltanto “Perché mi sta accadendo questo?”, iniziamo a chiederci “Quale paura sta emergendo dentro di me?”, il significato dell’esperienza cambia completamente. La difficoltà non è più soltanto un problema da risolvere, ma un’opportunità per conoscerci più profondamente.
Il cammino spirituale non consiste nell’eliminare la paura con la forza di volontà, ma nel portare sempre più luce della coscienza là dove essa continua a nascondersi. Solo ciò che viene visto con sincerità può essere trasformato.

◦ Spunti per il lavoro interiore ◦

Nella vita quotidiana può essere utile osservare ogni volta che nasce una preoccupazione, un’ansia o un senso di insicurezza. Prima di reagire automaticamente, possiamo fermarci per qualche istante e domandarci:
• Quale paura è presente in questo momento?
• Questa paura nasce da un pericolo reale oppure da un’ipotesi della mia mente?
• In che modo questa paura sta influenzando le mie decisioni?
• Se non avessi questa paura, sceglierei nello stesso modo?
• Riesco a osservare questa emozione senza identificarla con ciò che sono?
Non è necessario eliminare immediatamente la paura. È sufficiente imparare a riconoscerla ogni volta che si manifesta. La paura osservata perde gradualmente il suo potere; la paura inconsapevole continua invece a dirigere la nostra vita. La consapevolezza è già il primo passo verso una libertà interiore sempre più autentica.

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✦ La Coscienza del Corpo ✦

Tratto da “Guida di Sri Aurobindo – Lettere a un giovane discepolo”, raccolte da Nagin Doshi.
Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone

Spunti per il lavoro interiore

“Guida di Sri Aurobindo – Lettere a un giovane discepolo”, raccolte da Nagin Doshi.Discepolo: Ieri, mentre lavoravo e mi concentravo interiormente nello stesso tempo, sono caduto dallo sgabello su cui stavo in piedi. Come accade un incidente del genere? Sri Aurobindo: Qualche incoscienza nel corpo è stata presa da piccole forze che godono di questi incidenti. Qualcosa nel tuo fisico deve avere abbassato la guardia e ricevuto una spinta o fatto un movimento sbagliato. Discepolo: Come arriva l’incoscienza nel corpo? Sri Aurobindo: Il corpo è per la maggior parte incosciente o abbastanza subcosciente: deve essere reso conscio. Discepolo: Come si fa a renderlo consapevole? Sri Aurobindo: Portando giù la vera coscienza in esso ed essendo quieti, vigili e consapevoli nella mente e nel vitale. Discepolo: Durante tutto il giorno sono stato così pieno di tamas da non riuscire nemmeno a chiedere l’aiuto del Divino. Cosa fare in certe circostanze? Sri Aurobindo: Devi o rigettarlo attraverso la volontà o chiamare la forza dentro esso. Discepolo: Cos’è che rende il fisico così debole al punto che io non posso far nulla senza l’aiuto del vitale? Sri Aurobindo: Il fisico non è debole, è inerte perché l’inerzia è il suo principio: è creato per essere uno strumento. Discepolo: Talvolta quando si sta lavorando, anche se piace lavorare e il corpo continua ad agire, la mente sembra tamasica e sembra impedire di vivere nella Madre e sentire la sua forza. Se c’è il tamas, ci permette di lavorare come al solito? Sri Aurobindo: Sì, in questo caso non è un tamas del vitale ma un tamas del fisico mentale che rimane inerte e passivo.”

Riflessioni e Commento di R.M.S.

Questo dialogo è tratto da “Guida di Sri Aurobindo – Lettere a un giovane discepolo”, raccolte da Nagin Doshi.
In questo dialogo Sri Aurobindo ci invita a riflettere su una parte di noi alla quale normalmente prestiamo poca attenzione: la coscienza fisica.
Siamo abituati a considerare il corpo come un insieme di organi, muscoli e ossa che esegue automaticamente ciò che la mente decide. Sri Aurobindo ci propone invece una visione diversa: anche il corpo possiede una propria coscienza. Non è ancora una coscienza pienamente sveglia, ma una coscienza che può evolvere e diventare sempre più partecipe della nostra vita interiore.
Quando parla di “incoscienza del corpo”, non intende dire che il corpo sia privo di coscienza, ma che vive prevalentemente attraverso automatismi e abitudini. Quante volte camminiamo senza renderci conto dei nostri movimenti, lavoriamo mentre la mente è altrove o svolgiamo azioni quotidiane come se fossimo guidati dal pilota automatico? In questi momenti il corpo agisce, ma la coscienza non è realmente presente.
Secondo Sri Aurobindo questa incoscienza rende il fisico più vulnerabile alle distrazioni, agli errori e talvolta anche ai piccoli incidenti. Il problema non è il corpo in sé, ma la mancanza di una presenza cosciente che lo illumini e lo guidi.
Per questo, quando il discepolo chiede come rendere il corpo più consapevole, Sri Aurobindo risponde che occorre portare la vera coscienza nel fisico, imparando a vivere con calma, vigilanza e presenza. È un lavoro graduale, che richiede pazienza e continuità.
Un altro concetto fondamentale è quello del tamas, termine sanscrito che indica l’inerzia, la pesantezza e la tendenza della coscienza a rimanere passiva. Sri Aurobindo chiarisce che il corpo non è debole: è naturalmente inerte, perché la materia è costruita per essere uno strumento. Il lavoro spirituale consiste proprio nel risvegliare progressivamente questa inerzia attraverso una coscienza sempre più presente.
Molto significativa è anche la distinzione tra il tamas del vitale e quello del fisico mentale. Possiamo continuare a lavorare, parlare e svolgere normalmente le nostre attività, mentre una parte della mente rimane spenta, passiva o distratta. Esteriormente tutto funziona, ma interiormente manca quella presenza che rende ogni gesto realmente cosciente. Il tamas del vitale si manifesta come mancanza di slancio, desiderio, entusiasmo ed energia nell’azione; il tamas del fisico-mentale come ottusità, automatismo, distrazione e scarsa presenza cosciente, anche mentre continuiamo normalmente ad agire.
L’insegnamento di Sri Aurobindo è quindi estremamente concreto. La trasformazione spirituale non riguarda soltanto la mente o le emozioni, ma coinvolge anche il corpo. Ogni gesto quotidiano può diventare un’occasione per risvegliare la coscienza fisica e sostituire, poco alla volta, l’automatismo con la presenza. In questa prospettiva, il corpo non è qualcosa da cui fuggire o da trascendere, ma una dimensione da rendere sempre più cosciente, affinché anche la materia possa partecipare al cammino dell’evoluzione.

◦ Spunti per il lavoro interiore ◦

Durante la giornata possiamo osservare quante azioni compiamo automaticamente, senza essere realmente presenti. Camminare, mangiare, guidare, lavorare, aprire una porta, prendere un oggetto o parlare con qualcuno sono gesti che spesso eseguiamo mentre la mente è occupata altrove.
Può essere utile fermarsi, di tanto in tanto, e domandarsi:
• Sono realmente presente in ciò che sto facendo oppure sto agendo per abitudine?
• Il mio corpo è rilassato e vigile oppure si muove automaticamente?
• Riesco a portare maggiore attenzione ai miei gesti, al respiro e alla postura?
• Quali attività della giornata svolgo quasi sempre senza accorgermene?
Non è necessario modificare subito le proprie abitudini. È sufficiente iniziare a osservarle. Ogni volta che riportiamo la coscienza nel corpo interrompiamo, anche solo per un istante, il dominio dell’automatismo. È così che, poco alla volta, la coscienza fisica comincia a risvegliarsi e il corpo diventa sempre più partecipe del lavoro interiore.

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✦ Gli Oggetti Materiali e la Coscienza della Materia ✦

Tratto daLettere sullo Yogadi Sri Aurobindo

Riflessione e commento di Roberto Maria Sassone

Spunti per il lavoro interiore

Sri Aurobindo – Lettere sullo Yoga – Libro II – Capitolo IX – Parte IX pag. 158 “Gli oggetti materiali hanno in sé una coscienza che sente e risponde all’attenzione ed è sensibile al contatto negligente e al trattamento rude. Saperlo o sentirlo, e imparare ad essere attenti verso le cose, rappresenta un grande progresso della coscienza.”

Riflessioni e Commento di R.M.S.

Questo brano è tratto da “Lettere sullo Yoga”, Libro II, Capitolo IX, Parte IX, di Sri Aurobindo.
A prima vista queste parole possono sorprendere. Come possono degli oggetti materiali avere una coscienza? Sri Aurobindo non ci invita a immaginare che un tavolo, una sedia o un libro pensino come un essere umano. Nello Yoga Integrale il termine “coscienza” ha un significato molto più ampio: tutta l’esistenza, anche la materia, partecipa in modi diversi alla manifestazione della coscienza.
Per Sri Aurobindo la materia non è qualcosa di completamente inerte o privo di valore spirituale. È una forma della manifestazione divina che, come ogni altro livello dell’esistenza, partecipa al processo evolutivo della coscienza.
Per questo ci invita a sviluppare un atteggiamento di rispetto e di attenzione anche verso gli oggetti che utilizziamo ogni giorno, ovviamente non perché abbiano consapevolezza, ma perché il modo in cui ci rapportiamo alla materia riflette il nostro stato di coscienza.
Quando trattiamo gli oggetti con distrazione, li usiamo con violenza o li abbandoniamo senza cura, molto spesso stiamo semplicemente manifestando la nostra stessa disattenzione interiore. Al contrario, quando agiamo con presenza, ordine e rispetto, non stiamo soltanto prendendoci cura delle cose: stiamo educando la nostra coscienza a essere più vigile in ogni gesto.
In questa prospettiva anche le azioni più semplici acquistano un significato diverso. Riporre un libro con attenzione, chiudere una porta senza sbatterla, sistemare gli strumenti del proprio lavoro o prendersi cura degli oggetti che utilizziamo quotidianamente non sono semplici gesti di buona educazione. Possono diventare occasioni per sviluppare una presenza sempre più consapevole.
Uno degli aspetti più originali dello Yoga Integrale è proprio questo: la spiritualità non è separata dalla vita materiale. Non riguarda soltanto la meditazione o i momenti di raccoglimento, ma si esprime anche nel modo in cui viviamo il rapporto con il corpo, con la natura, con gli altri e persino con gli oggetti che ci accompagnano ogni giorno.
Il messaggio più profondo di questo brano è che non esistono gesti insignificanti. Ogni azione, anche la più semplice, può diventare un’espressione della coscienza con cui scegliamo di vivere.

◦ Spunti per il lavoro interiore ◦

Durante la giornata possiamo osservare il modo in cui ci rapportiamo agli oggetti che utilizziamo abitualmente. Può essere utile domandarci:

• Tratto le cose con attenzione oppure con fretta e distrazione?

• Mi accorgo di quando sbatto una porta, lascio cadere un oggetto o utilizzo qualcosa con poca cura? • Riesco a essere presente anche nei gesti più semplici della vita quotidiana?

• Il modo in cui tratto gli oggetti riflette ordine, calma e consapevolezza oppure agitazione, fretta e automatismo?

L’obiettivo non è attribuire qualità umane agli oggetti, ma osservare noi stessi. Il modo in cui ci relazioniamo alla materia rivela spesso il nostro stato interiore. Ogni gesto compiuto con maggiore attenzione e presenza rappresenta un piccolo passo verso una coscienza più ordinata, più vigile e più consapevole.

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