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IL TESTIMONE INTERIORE – LO SGUARDO DEL CUORE

Nel passaggio precedente abbiamo lasciato aperta una domanda. Che cosa significa dire che il Testimone è lo sguardo del cuore?
È importante soffermarsi su questa espressione perché potremmo facilmente fraintenderla. Quando parliamo di cuore non stiamo parlando semplicemente del mondo dei sentimenti e delle emozioni. Anche le emozioni fanno parte del movimento della nostra esperienza, nascono, cambiano, si intensificano, scompaiono e ritornano, e possiamo essere travolti da un’emozione esattamente come possiamo essere travolti da un pensiero. Lo sguardo del cuore indica qualcosa di diverso ed è proprio qui che dobbiamo ricordare la distinzione già introdotta tra Osservatore e Testimone. L’Osservatore appartiene ancora al lavoro della mente. Guarda, riconosce, distingue e può comprendere ciò che accade dentro di noi. Anche quando diventa molto sottile, il suo sguardo conserva inevitabilmente una minima coloritura mentale, valutativa o emotiva, perché è ancora una parte della coscienza mentale che osserva l’esperienza. È uno strumento fondamentale della conoscenza di sé, perché crea una prima distanza da ciò con cui eravamo completamente identificati.
Con il Testimone entriamo però in un’esperienza diversa. Non si tratta semplicemente di osservare meglio, con maggiore attenzione o distacco. Il Testimone è uno stato della coscienza, una presenza silenziosa e neutra che è testimone dell’esperienza senza aggiungervi immediatamente interpretazione, giudizio o commento. Per questo abbiamo utilizzato l’espressione “sguardo del cuore”, non perché il Testimone appartenga al mondo emotivo, ma perché il suo vedere non nasce dall’attività analitica della mente. È un vedere che si sente nell’esperienza, nel cuore e nel corpo, come una presenza che c’è mentre qualcosa accade.
La mente, per sua natura, cerca di comprendere. Distingue, confronta, interpreta, mette in relazione ciò che sta accadendo con quello che è già accaduto e davanti a un’esperienza si domanda quasi subito che cosa significhi, da dove provenga, che cosa dovrebbe farne. Tutto questo è necessario, abbiamo bisogno della mente e della capacità di comprendere noi stessi, ma arriva un momento nel lavoro interiore in cui possiamo fare esperienza di qualcosa che viene prima della spiegazione. Possiamo vedere una paura prima di cercarne la causa, accorgerci di una rabbia prima di stabilire se sia giusta o sbagliata, sentire una contrazione del corpo prima di provare a scioglierla, riconoscere un pensiero senza essere costretti a seguirlo immediatamente. Qui la differenza dall’Osservatore diventa più sottile, ma anche più importante. Con l’Osservatore posso ancora dire “Mi accorgo che sto reagendo così e cerco di comprendere perché”. Nel Testimone può esserci invece, almeno per un istante, soltanto la piena presenza a ciò che sta accadendo. Non devo necessariamente comprenderlo o valutarlo e neppure decidere subito che cosa significhi. Lo vedo, lo sento, ne sono cosciente. Questa neutralità non è freddezza e neppure indifferenza. È la possibilità, almeno per un momento, di non dover prendere posizione rispetto a ciò che appare. Il Testimone non stabilisce immediatamente che una cosa sia buona o cattiva, che dovrebbe esserci oppure scomparire, ma è presente.
Nel lavoro su di sé possiamo facilmente costruire una nuova forma di controllo e chiamarla consapevolezza. Cominciamo a sorvegliarci, a controllare quello che pensiamo e proviamo, il modo in cui reagiamo, ciò che sarebbe giusto o sbagliato sentire. Possiamo diventare molto attenti a noi stessi e tuttavia essere ancora governati dall’ego, perché una parte di noi continua a guardare le altre e cerca di correggerle. Il Testimone non è questo, cioè non è una parte migliore di noi che osserva quelle peggiori, non è una voce più evoluta che giudica le nostre reazioni e ne è qualcuno dentro di noi incaricato di mettere ordine. Se cercassimo di costruirlo attraverso uno sforzo della volontà, rischieremmo di creare soltanto un altro atteggiamento dell’ego, quello che ci dice che adesso dobbiamo essere presenti, non dobbiamo identificarci e dobbiamo osservare senza reagire.
Il Testimone emerge piuttosto quando comincia ad aprirsi uno spazio di coscienza nel quale possiamo essere presenti a ciò che accade senza coincidere completamente con ciò che accade.
Molte volte crediamo di conoscere un’emozione, mentre conosciamo soprattutto quello che pensiamo di quell’emozione. Sentiamo paura e immediatamente pensiamo che non dovremmo averne, sentiamo rabbia e cominciamo a giudicarla, avvertiamo un bisogno e ci diciamo che avremmo già dovuto superarlo. Prima ancora di incontrare ciò che c’è abbiamo già costruito un’interpretazione.
Lo sguardo del cuore introduce una possibilità diversa, quella di vedere senza condannare. Questo non significa approvare ogni movimento che nasce dentro di noi. Posso riconoscere qualcosa di distruttivo senza trasformarlo in un comportamento, posso sentire un desiderio senza essere obbligato a seguirlo, posso accorgermi di una reazione aggressiva e scegliere di non agirla. Ma prima di trasformare qualcosa devo poterla incontrare.
Quando siamo completamente identificati con una reazione, lo spazio interiore sembra scomparire e quella reazione occupa tutto. Quando emerge il Testimone, anche soltanto per un istante, c’è ancora quello che stiamo vivendo ma, contemporaneamente, c’è una presenza cosciente a ciò che stiamo vivendo. Siamo ancora dentro l’esperienza, sentiamo ciò che accade, il corpo continua a reagire e l’emozione può essere intensa, ma non siamo più interamente assorbiti da quel movimento. Qui incontriamo un apparente paradosso; quanto meno siamo identificati con ciò che sentiamo, tanto più possiamo permetterci di sentirlo veramente. Possiamo rimanere davanti a una paura, a una ferita o a una parte di noi che non ci piace anche quando non comprendiamo ancora bene che cosa stia accadendo. Forse è proprio questa capacità di rimanere presenti che ci avvicina maggiormente allo sguardo del cuore.
Il Testimone quindi non crea necessariamente lontananza dall’esperienza. Può creare, al contrario, una maggiore intimità con ciò che c’è, perché non siamo più costretti né a identificarci completamente con ciò che sentiamo né a respingerlo. Da questa posizione interiore può nascere una libertà diversa, che non consiste nel non avere più paura, rabbia, bisogni o ferite, ma nel non essere necessariamente governati da ogni movimento che attraversa la nostra coscienza. Il Testimone non elimina la nostra umanità, ci permette lentamente di abitarla con una presenza più ampia. Ma perché tutto questo non rimanga soltanto una comprensione, dobbiamo fare un passo ulteriore e riconoscere questa presenza proprio là dove la nostra esperienza prende forma, nel corpo e nelle situazioni concrete della vita
IL TESTIMONE NEL CORPO E NELLA VITA REALE
Finché il Testimone rimane qualcosa che comprendiamo, siamo ancora sul piano della conoscenza. Il passaggio decisivo avviene quando quella qualità di presenza comincia a essere riconoscibile nel corpo e ad accompagnarci nelle situazioni concrete della vita.
Abbiamo già visto la differenza fondamentale. L’Osservatore guarda l’esperienza attraverso una funzione ancora mentale, può riconoscere, nominare, collegare e comprendere ciò che accade. Il Testimone non è semplicemente un Osservatore diventato più bravo o più sottile. È una diversa posizione della coscienza, una presenza silenziosa e neutra che non guarda il corpo dall’esterno, ma è presente al corpo mentre il corpo vive l’esperienza. Il corpo ha qui un’importanza particolare perché spesso rivela ciò che ci sta accadendo prima che la mente riesca a riconoscerlo. Una parola ci ferisce e il respiro cambia, entriamo in una situazione che ci mette a disagio e lo stomaco si contrae, incontriamo qualcuno e avvertiamo un’apertura oppure una chiusura. Qualcosa ci spaventa e il corpo reagisce prima ancora che abbiamo formulato chiaramente il pensiero “Ho paura”. Solo dopo interviene la mente e costruisce il suo racconto.
Imparare ad abitare il corpo ci permette di avvicinarci a un livello dell’esperienza che precede molte delle nostre interpretazioni. Non occorre analizzare continuamente le sensazioni corporee, si tratta piuttosto di diventare più presenti a quello che accade in noi, accorgerci di una tensione improvvisa, di un cambiamento del respiro, di una spinta ad agire, del desiderio di allontanarci, di un’energia che sale o di una sensazione di chiusura. Il corpo ci permette di percepire il movimento mentre sta nascendo.
Pensiamo a una discussione. Spesso ci accorgiamo della nostra reazione quando siamo già completamente dentro ciò che sta accadendo. Abbiamo alzato la voce, ci siamo difesi, abbiamo pronunciato parole che forse non avremmo voluto dire e soltanto dopo, quando tutto è finito, riusciamo a ricostruire quello che è successo. Questo accorgersi dopo appartiene ancora soprattutto al lavoro dell’Osservatore e non è affatto inutile, anzi, spesso è proprio così che cominciamo realmente a conoscerci. Con la pratica, però, qualcosa può cambiare. La consapevolezza può avvicinarsi sempre di più all’esperienza presente e allora sentiamo la voce che cambia, il corpo che si irrigidisce, l’impulso a colpire l’altro con una parola o la chiusura che sta arrivando. A quel punto non stiamo necessariamente pensando “Sto facendo questo perché…”. Possiamo semplicemente esserci mentre accade.
È qui che possiamo cominciare a intravedere il passaggio dall’Osservatore al Testimone. Non è più soltanto vedere con la mente ciò che stiamo facendo, ma essere presenti mentre il movimento nasce, senza avere immediatamente bisogno di interpretarlo. Tra l’impulso e l’azione può allora comparire uno spazio. Forse parleremo comunque, forse reagiremo e forse faremo esattamente ciò che avremmo fatto prima, ma per un momento non siamo stati soltanto la reazione, eravamo presenti alla reazione.
Le relazioni sono uno dei luoghi in cui questo diventa più evidente perché l’altro tocca continuamente zone di noi che, quando siamo soli, possono rimanere silenziose. Possiamo sentirci molto centrati nella solitudine e poi scoprire quanto poco basti per perdere quella centratura quando qualcuno non ci risponde come desideriamo, ci critica, ci delude, ci esclude o mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi. La relazione rende visibile ciò che la solitudine può nascondere e una situazione che ci coinvolge profondamente può mostrarci dove siamo vulnerabili, dove cerchiamo conferma, dove abbiamo paura, dove vogliamo controllare o continuiamo a difendere una vecchia immagine di noi stessi.
Progressivamente cambia anche il tempo della consapevolezza. All’inizio comprendiamo soprattutto dopo, poi cominciamo ad accorgerci di ciò che accade mentre sta accadendo e qualche volta riusciamo a essere presenti mentre il movimento sta ancora nascendo. È soprattutto qui che possiamo intuire la qualità del Testimone, non più soltanto una mente che guarda ciò che è successo, ma uno stato di coscienza presente a ciò che sta succedendo.
Anche il rapporto con il corpo comincia allora a modificarsi. Il corpo non è più soltanto qualcosa che osserviamo dall’esterno o di cui cerchiamo di interpretare i segnali, diventa il luogo stesso nel quale possiamo sentire il movimento della vita mentre accade. Impariamo così a percepirne i segnali prima che diventino tanto forti da imporsi, la stanchezza prima dell’esaurimento, la tensione prima che diventi una chiusura, l’agitazione prima che ci trascini, il bisogno di fermarci prima di arrivare al limite. Ma il corpo non parla soltanto attraverso il disagio. Possiamo percepire anche un’apertura, un respiro che improvvisamente diventa più libero, una quiete inattesa, una sensazione di ampiezza, qualcosa dentro di noi che si distende. Diventiamo sensibili non soltanto alla contrazione, ma anche ai movimenti di apertura.
A questo punto il Testimone comincia a perdere quella dimensione eccezionale che facilmente potremmo attribuirgli quando ne parliamo in termini spirituali. Non dobbiamo aspettare una meditazione profonda, può emergere mentre parliamo con qualcuno, lavoriamo, riceviamo una telefonata, aspettiamo una risposta o attraversiamo un conflitto. La vita quotidiana diventa il luogo della pratica perché è proprio la vita a mostrarci continuamente da dove stiamo vivendo ciò che viviamo. Lentamente può accadere qualcosa di semplice e profondo. Non incontriamo più noi stessi soltanto attraverso quello che pensiamo di essere, cominciamo a sentirci mentre siamo vivi. Il corpo, le emozioni, la mente e le relazioni continuano a muoversi, ma può esserci una coscienza silenziosa presente a questo movimento. È qui che il Testimone smette di essere soltanto un concetto e comincia a diventare esperienza.
Come possiamo favorire concretamente questo passaggio? Un’indicazione sorprendentemente semplice ci viene da Mère, imparare, proprio nel momento in cui siamo coinvolti in un movimento, a fare interiormente un piccolo passo indietro.
IL TESTIMONE – FARE UN PASSO INDIETRO
Possiamo ora avvicinarci ancora di più all’esperienza del Testimone attraverso un’indicazione molto semplice di Mère, nata durante una conversazione con i discepoli.
Il 4 aprile 1956, durante uno degli incontri raccolti nelle Conversazioni, Mère commenta un brano della Sintesi dello Yoga di Sri Aurobindo. Nel testo viene descritta una particolare condizione della coscienza, da una parte ciò che osserva e fa esperienza, dall’altra il movimento della Natura che agisce. Entriamo così nella distinzione tra Purusha e Prakriti, importante per comprendere più profondamente ciò che intendiamo quando parliamo del Testimone.
Non dobbiamo immaginare due entità separate dentro di noi. Possiamo avvicinarci inizialmente a questi termini in maniera semplice. Prakriti è la Natura nel suo movimento e in noi si manifesta attraverso i processi mentali, le emozioni, gli impulsi, le reazioni e le azioni. Il Purusha è l’essere cosciente che può diventare consapevole di questo movimento.
A questo punto possiamo comprendere meglio anche la differenza dall’Osservatore. L’Osservatore rimane uno strumento della mente che impara a vedere se stessa e i propri meccanismi e il suo sguardo può quindi conservare una coloritura interpretativa, valutativa o emotiva. Nel Testimone cambia invece la posizione della coscienza rispetto al movimento della natura. Non si tratta tanto di interpretare meglio ciò che vediamo, quanto di essere presenti mentre l’esperienza accade.
Nella nostra condizione abituale questa distinzione è difficile da percepire perché siamo immersi nel movimento. Pensiamo, desideriamo, reagiamo e agiamo sentendo tutto questo semplicemente come “io”. Sri Aurobindo descrive invece la possibilità che la coscienza assuma una posizione diversa rispetto a ciò che si muove nella natura ed è qui che possiamo avvicinarci all’esperienza del Purusha nella posizione di Testimone.
Durante la lettura del brano qualcuno domanda a Mère che cosa sia l’anima testimone. Mère risponde descrivendo una condizione nella quale l’anima osserva senza partecipare direttamente all’azione, si ritrae dal movimento e guarda. La cosa interessante è che non lascia questa indicazione sul piano teorico e spiega immediatamente come possiamo cominciare a sperimentarla.
Quando siamo coinvolti in un movimento, in un’attività o in uno stato di coscienza dal quale vogliamo prendere una certa distanza, suggerisce un gesto interiore molto semplice, fare un piccolo passo indietro. Naturalmente non si tratta di uno spostamento fisico, è un movimento della coscienza. Qualcosa sta accadendo dentro di noi e, invece di continuare a essere trascinati nella stessa direzione, arretriamo interiormente quel tanto che basta perché possa aprirsi uno spazio.
Mère utilizza l’immagine di una scena che si svolge davanti a noi. Per qualche momento guardiamo quello che accade senza entrare immediatamente nell’azione. La scena continua, il pensiero può continuare il suo movimento, l’emozione può essere ancora presente e il corpo può reagire, ma è cambiata la posizione della coscienza rispetto a tutto questo. Quel piccolo arretramento può essere sufficiente perché ciò che pochi istanti prima ci occupava completamente non coincida più interamente con noi.
Proprio qui, però, Mère introduce una precisazione fondamentale. Questo distacco non è ancora trasformazione. Possiamo separarci da un movimento e raggiungere una condizione di calma mentre quel movimento continua a esistere nella nostra natura. Una paura può non trascinarci più come prima ed essere tuttavia ancora presente, una reazione può perdere momentaneamente il suo potere su di noi senza essere stata trasformata alla radice.
È una distinzione essenziale perché impedisce di fare del Testimone il punto d’arrivo del lavoro interiore. Il Testimone ci libera progressivamente dall’identificazione, ma la disidentificazione non coincide ancora con la trasformazione della natura.
Nella prospettiva di Sri Aurobindo il passaggio può svilupparsi ulteriormente. Il Purusha può inizialmente assumere la posizione di Testimone dei movimenti della Prakriti, ma il rapporto tra coscienza e natura non è destinato a rimanere quello di una semplice contemplazione passiva. Diventando coscienti dei movimenti che prima ci governavano automaticamente, possiamo cominciare a riconoscere anche il consenso che continuiamo a dare loro e ciò che prima agiva quasi meccanicamente può non trovare più la stessa adesione.
Prima siamo immersi nel movimento, poi impariamo a osservarlo e, a un certo punto, può aprirsi una presenza che non coincide più completamente con esso. Da questa diversa posizione della coscienza può iniziare un lavoro più profondo di trasformazione.
Il piccolo passo indietro indicato da Mère acquista così un significato molto preciso. Non è un modo per sottrarci alla vita, ma una possibilità concreta di sperimentare quella separazione tra coscienza e movimento che la completa identificazione ci impediva di riconoscere. Il Testimone non deve diventare un rifugio nel quale proteggerci dalle emozioni, dalle relazioni o dalle difficoltà dell’esistenza, è piuttosto uno stato della coscienza dal quale possiamo essere presenti con maggiore libertà a ciò che si muove dentro di noi.
Mère ci offre quindi un gesto sorprendentemente semplice per avvicinarci a qualcosa di molto profondo, fare un piccolo passo indietro. Ed è da questo gesto che possiamo partire per entrare direttamente nell’esperienza.
MÈRE – CONVERSAZIONE DEL 4 APRILE 1956
Si riporta integralmente, tradotta dall’originale inglese, la parte della Conversazione di Mère del 4 aprile 1956 dedicata al Testimone. L’incontro prende avvio dalla lettura di un brano di Sri Aurobindo tratto da La Sintesi dello Yoga, nel quale viene descritta la coscienza testimone. A partire da questo testo, Mère risponde alle domande dei presenti e approfondisce concretamente l’esperienza del Testimone, introducendo l’immagine del “piccolo passo indietro” come movimento interiore attraverso cui è possibile prendere distanza da ciò che accade e osservarlo senza esserne immediatamente coinvolti.
Provenienza del testo – Mère, Questions and Answers 1956 (Conversazioni 1956), conversazione del 4 aprile 1956, in Collected Works of the Mother, vol. 8. Il brano di Sri Aurobindo letto e commentato durante l’incontro è tratto da The Synthesis of Yoga (La Sintesi dello Yoga), SABCL, vol. 20, p. 113; nel corso della conversazione viene inoltre richiamato un successivo passaggio della stessa opera, p. 115.
“Da una parte, egli [il ricercatore] diventa consapevole di una Coscienza testimone, ricettiva, che osserva e fa esperienza, che non sembra agire, ma per la quale sembrano essere intraprese e continuare tutte queste attività dentro e fuori di noi. Dall’altra parte, egli diventa contemporaneamente consapevole di una Forza esecutiva o di un’energia del Processo, che appare costituire, muovere e guidare tutte le attività concepibili, creare una miriade di forme, visibili e invisibili per noi, e utilizzarle come sostegni stabili del suo incessante fluire di azione e creazione.
Entrando esclusivamente nella coscienza testimone, egli diventa silenzioso, non toccato, immobile; vede che fino a quel momento aveva passivamente riflesso e attribuito a se stesso i movimenti della Natura e che, proprio attraverso questo riflesso, essi avevano ricevuto dall’anima testimone dentro di lui ciò che sembrava conferire loro un valore e un significato spirituale. Ora, invece, egli ha ritirato questa attribuzione, questa identificazione riflessa; è cosciente soltanto del suo sé silenzioso e rimane separato da tutto ciò che si muove intorno ad esso; tutte le attività sono fuori di lui e immediatamente cessano di essere intimamente reali; appaiono ora meccaniche, separabili, suscettibili di cessare.”
Sri Aurobindo, La Sintesi dello Yoga
Che cos’è l’anima testimone?
Mère – “È l’anima che entra in uno stato nel quale osserva senza agire. Un testimone è colui che guarda ciò che viene fatto, ma non agisce egli stesso. Così, quando l’anima si trova in uno stato nel quale non partecipa all’azione, non agisce attraverso la Natura, ma semplicemente si ritrae e osserva, diventa l’anima testimone.
Se si vogliono arrestare le attività esteriori, questo è il metodo migliore. Ci si ritira nella propria anima, fino al limite estremo del proprio essere, in una sorta di immobilità: un’immobilità che osserva ma non partecipa, che non impartisce neppure ordini. Tutto qui.
Non capite?
Quando ci si vuole distaccare da qualcosa, da un certo movimento, da un’attività o da uno stato di coscienza, questo è il metodo più efficace: si fa interiormente un piccolo passo indietro, si guarda la cosa in questo modo, come si guarderebbe una scena rappresentata a teatro, e non si interviene.
Poco dopo, quella cosa non ci riguarda più nello stesso modo; è qualcosa che si svolge al di fuori di noi. Allora si diventa molto calmi.
Soltanto, quando si fa questo, non si pone rimedio a nulla nel movimento esteriore: esso rimane quello che è, ma non ci tocca più. Lo abbiamo già detto non so quante volte: è soltanto un primo passo, ci aiuta a non essere troppo turbati dalle cose. Ma le cose rimangono come sono, indefinitamente. È uno stato negativo.”
È questo ciò di cui parla Sri Aurobindo quando dice: “l’aspetto separativo è liberatore”?
Mère – “Sì. Libera, precisamente. È proprio questo. Lo si pratica per questo, capite, per la liberazione: per essere liberi dagli attaccamenti, liberi dalle reazioni, liberi dalle conseguenze.
Coloro che comprendono la Gita in questo modo vi dicono – non vanno molto oltre nella loro comprensione –: “Perché volete cercare di cambiare il mondo? Il mondo sarà sempre ciò che è e rimarrà ciò che è. Dovete soltanto fare un passo indietro, distaccarvi, guardarlo come un testimone guarda qualcosa che non lo riguarda, e lasciarlo stare”.
Questo fu il mio primo contatto con la Gita a Parigi. Incontrai un indiano che era un grande appassionato della Gita e un grandissimo amante del silenzio. Diceva: “Quando vado dai miei discepoli, se sono nello stato giusto non ho bisogno di parlare. Così osserviamo insieme il silenzio e nel silenzio qualcosa si realizza. Ma quando non sono in uno stato abbastanza buono per questo, parlo un poco, appena un poco, per cercare di portarli nello stato giusto. E quando si trovano in uno stato ancora peggiore, fanno domande!””
SPUNTI PER IL LAVORO INTERIORE – FARE UN PICCOLO PASSO INDIETRO
Proviamo ora a portare nella nostra esperienza l’indicazione molto semplice che Mère ci ha dato, fare un piccolo passo indietro.
Prima di iniziare ricordiamo la distinzione che accompagna tutto questo lavoro. Nell’Osservatore c’è ancora una mente che guarda, riconosce e può comprendere e, anche quando è molto sottile, può rimanere una piccola coloritura emotiva, interpretativa o valutativa. Qui però non stiamo cercando di osservare meglio, ma di sperimentare, anche soltanto per pochi istanti, uno stato di coscienza diverso, una presenza silenziosa e neutra che è testimone dell’esperienza. Non dobbiamo pensare il Testimone, dobbiamo provare a sentirne la presenza nel cuore, nel corpo e nell’esperienza mentre qualcosa accade.
Questa volta non è necessario sedersi in meditazione o creare una condizione particolare. Anzi, è preferibile provare proprio mentre stiamo vivendo qualcosa che ci coinvolge nella vita quotidiana. All’inizio possiamo scegliere una situazione non troppo intensa, una piccola irritazione, un’attesa che ci rende impazienti, una frase che ci ha infastidito, il desiderio insistente di ricevere una risposta o una preoccupazione che continua a tornare. Lasciamo che la situazione sia reale, senza crearla apposta per fare l’esercizio. Quando ci accorgiamo di essere entrati completamente in quel movimento, fermiamoci per qualche istante prima di fare ciò che faremmo abitualmente. È proprio qui che possiamo provare il gesto indicato da Mère e fare interiormente un piccolo passo indietro.
Non cerchiamo di osservarci mentalmente dall’esterno come se dovessimo analizzare quello che ci sta succedendo, perché questo ci riporterebbe al lavoro dell’Osservatore. Proviamo piuttosto a lasciare che si apra uno spazio di coscienza tra la presenza che siamo e il movimento che ci sta attraversando. Non dobbiamo immaginare di spostarci fisicamente e neppure costruire mentalmente un luogo nel quale ritirarci, basta provare, per qualche istante, a non continuare nella stessa direzione in cui il movimento ci sta portando.
Se abbiamo voglia di rispondere immediatamente a qualcuno, aspettiamo. Se sentiamo l’impulso di controllare ancora una volta se è arrivato un messaggio, non prendiamo subito il telefono. Se stiamo continuando mentalmente una discussione già avvenuta, lasciamo per qualche momento che quella discussione rimanga lì senza alimentarla. È come fare mezzo passo fuori dalla scena.
Mère utilizza proprio l’immagine del teatro, guardare ciò che accade come guarderemmo una scena che si svolge davanti a noi senza intervenire. Restiamo così per qualche momento, senza cercare spiegazioni, e sentiamo ciò che sta accadendo. Il movimento è ancora presente, ma nello stesso tempo può esserci la possibilità di non coincidere completamente con esso.
Proviamo a riconoscere quella presenza senza darle subito un nome, senza giudicarla e senza trasformarla in un pensiero su di noi. È qui che la pratica del Testimone si distingue dall’auto-osservazione che abbiamo già sperimentato. Non stiamo cercando di capire il nostro meccanismo, stiamo facendo esperienza, anche soltanto per pochi secondi, di una diversa posizione della coscienza, pienamente presente e, per quanto possibile, neutra rispetto a ciò che attraversa l’esperienza. Poi possiamo vedere che cosa è successo. La situazione è ancora la stessa? L’impulso è ancora presente? Abbiamo ancora voglia di dire, fare o ottenere quella cosa? Può darsi di sì e questo è uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza, perché ciò che stavamo vivendo potrebbe non essere scomparso affatto e tuttavia, per qualche istante, non ci ha portati con sé.
Possiamo allora sentire la differenza tra due momenti molto vicini, quello in cui eravamo completamente dentro la scena e quello in cui abbiamo fatto un piccolo passo indietro. Non cerchiamo però di prolungare artificialmente questa posizione. Dopo qualche istante possiamo tornare alla situazione e decidere che cosa fare, possiamo rispondere, parlare, aspettare o agire. Il punto non è diventare spettatori della nostra vita, ma scoprire che non siamo necessariamente costretti a coincidere con ogni movimento che nasce dentro di noi.
Ripetendo questa esperienza in situazioni diverse potremmo accorgerci di qualcosa di ancora più sottile. Alcuni movimenti perdono rapidamente forza quando non li alimentiamo, altri rimangono. Una paura può tornare, una gelosia può ripresentarsi, un bisogno può continuare a chiedere soddisfazione, una vecchia reazione può riapparire alla prima occasione. Possiamo allora comprendere attraverso l’esperienza ciò che Mère sottolinea nella conversazione, il piccolo passo indietro può liberarci dal coinvolgimento immediato, ma non modifica necessariamente il movimento che abbiamo incontrato. Quel movimento può rimanere nella nostra natura e ripresentarsi. Alla fine della pratica possiamo quindi rimanere con una domanda. Ciò che ho incontrato è realmente cambiato oppure, per un momento, ho smesso di coincidere completamente con esso?
Non abbiamo bisogno di rispondere subito, ma possiamo portare questa domanda con noi e verificare che cosa accade nelle situazioni successive, perché proprio qui si apre un passaggio nuovo del nostro percorso. Una cosa è diventare coscienti di un movimento e non esserne più completamente governati, un’altra è trasformare ciò che continua a produrre quel movimento dentro di noi. Ed è da questa differenza che proseguiremo.
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