La Matrice

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SURRENDER

Il Surrender – La resa al Divino-

Dopo aver visto come la Meditazione del Cuore e il Purna Japa possano orientare la coscienza verso l’essere psichico, sorge spontaneamente una domanda: chi guida realmente il nostro cammino? Finché è l’ego a voler dirigere il processo, ogni trasformazione rimane parziale. Il Surrender non è rinuncia passiva né rassegnazione, ma l’atto consapevole con cui affidiamo la nostra vita alla Coscienza divina, permettendo all’essere psichico di diventare progressivamente il vero centro della nostra esistenza. È uno degli aspetti fondamentali dello Yoga Integrale di Mère e Sri Aurobindo e costituisce il cuore della trasformazione interiore.

La Madre spiega il ‘surrender’ ovvero la resa e l’abbandono al Divino

Domanda alla Madre: L’arrendersi e il dono di sé non consiste forse nell’offrire il proprio lavoro come un buon servo?” Risposta della Madre: Il lavoro è una buona disciplina. Ma l’idea non è questa, il concetto non consiste in una sottomissione passiva, inconsapevole e quasi involontaria. Non è questo. Non si tratta solo del lavoro. La cosa più importante di ciò che in inglese è detto ‘Surrender’, ovvero la resa e l’offerta di sé, consiste nella capitolazione del tuo carattere, del tuo modo di essere, affinché la tua indole e la tua natura possano cambiare. Se non ti arrendi e non fai l’offerta di te stesso, la tua natura non cambierà mai. E questa è la cosa più importante. Tu hai i tuoi specifici modi di capire, modi di reagire, modi di sentire e, più o meno, alcuni modi di progredire e soprattutto un modo speciale di guardare la vita e di aspettarti da essa certe cose: ebbene, è a tutto questo che devi rinunciare. Cioè, se vuoi veramente ricevere la Luce divina e trasformarti, devi offrire tutto quello che è il tuo modo di essere, offrirlo attraverso la tua apertura, rendendoti il più ricettivo possibile affinché la Coscienza divina, che vede come dovresti essere, possa agire direttamente e cambiare tutti quei movimenti in movimenti più veri, più conformi alla tua reale Verità. È chiaro che questo è infinitamente più importante del rinunciare a quello che si fa. Perché la cosa di suprema importanza non è ciò che si fa (anche se quello che si fa ha il suo valore, questo è evidente), ma ciò che si è. Qualunque sia l’attività, l’importante non è tanto il modo di farla, ma lo stato di coscienza in cui la si fa. Puoi lavorare, facendo un lavoro in modo disinteressato senza alcuna idea di profitto personale, lavori per la gioia di lavorare, ma se tuttavia non sei allo stesso tempo pronto a lasciare quel lavoro, a cambiare lavoro o a cambiare il modo di lavorare, se resti aggrappato al tuo modo di operare, il tuo ‘surrender’, ovvero il tuo abbandono e l’offerta di te, non saranno completi. Dovrai arrivare ad un punto in cui farai tutto perché lo senti dentro, molto chiaramente, in modo sempre più imperioso, perché è quello che dovrà essere fatto e in quel modo particolare e che lo farai solo per tale ragione. Non dovrai farlo quindi a motivo di un’abitudine, di un attaccamento o di una preferenza e nemmeno per il convincimento che sia la cosa migliore da fare, perché in tal caso il tuo abbandono e l’offerta di te non saranno totali. Finché ti aggrapperai a qualcosa, finché ci sarà qualcosa in te che dice: “Questo può cambiare, quello può cambiare, o questo e quello non cambieranno”, insomma finché dici qualcosa del tipo: “Quello non cambierà” (non perché si rifiuti di cambiare, ma perché tu non ritieni possa cambiare), il tuo abbandono e l’offerta di te non saranno completi. Va da sé che se nella tua azione, nel tuo lavoro, hai anche solo l’atteggiamento: “Lo faccio perché mi è stato detto di farlo”, e non c’è un’adesione totale dell’essere, non fai quindi quel lavoro perché senti che deve essere fatto e perché ami farlo; se qualcosa frena, si allontana, si separa, “mi è stato detto che doveva essere fatto così e l’ho fatto così”, significa che c’è un grande abisso tra te e il tuo arrenderti. Il ‘surrender’, ovvero abbandono e offerta di sé, risiede nel sentire che si vuole, si ha, questa completa accettazione interiore: non potrai fare che quello che ti è stato dato da fare, mentre quanto non ti è stato dato da fare non lo farai. E tuttavia, da un momento all’altro, la situazione potrebbe cambiare; in qualsiasi momento vi potrebbe essere qualcos’altro, se sarà deciso che vi possa essere qualcos’altro. Allora lì entrerà in gioco la plasticità [del non attaccamento n.d.t.] e questo farà una grande differenza. In tal caso, ben inteso, a chi dovrà svolgere il lavoro si dovrà dire: “Sì, lavora, questo sarà il modo di abbandonarti alla resa e fare l’offerta di te”, nella considerazione che sarà un inizio. Perché la cosa dovrà essere progressiva. Sarà solo un inizio, capisci? 28 aprile 1951 – CWM 04, pp. 371-373.

Per chi desidera approfondire questo argomento, Gianfranco Bertagni propone nel video seguente una spiegazione chiara e approfondita del significato del Surrender nello Yoga Integrale. ► VIDEO : https://www.youtube.com/watch?v=xE_1skthhag&t=24s

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INIZIARE A MEDITARE CON SEMPLICITÀ

Mentre dedicherete il vostro tempo alla lettura e all’approfondimento degli argomenti proposti in questa stanza, desidero lasciarvi una playlist composta da tre brevi video nei quali spiego, in modo semplice e concreto, come iniziare a meditare.
Si tratta di indicazioni introduttive, pensate per chi desidera avvicinarsi alla meditazione e cominciare a comprenderne alcuni aspetti fondamentali. Resta ben inteso che un insegnamento profondo e reale della meditazione non può esaurirsi in alcuni video: richiede tempo, pratica e, soprattutto nelle fasi iniziali, la presenza e la guida di un istruttore esperto, capace di accompagnare direttamente l’allievo nel percorso.
Queste quattro lezioni vogliono quindi essere un primo avvicinamento alla pratica, un modo per iniziare a conoscerla e, magari, sentire nascere il desiderio di approfondirla attraverso un percorso più completo.

► Guarda la playlist – Iniziare a meditare con semplicità

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“La maggior parte delle persone non riesce a credere che sia sufficiente camminare come se non avessi un posto dove andare. Pensano che lo sforzo e la competizione siano normali e necessari. Prova a praticare l’assenza di scopo per soli cinque minuti e vedrai quanto sei felice durante quei cinque minuti. Il Sutra del Cuore dice che non c’è “nulla da raggiungere”. Meditiamo non per raggiungere l’illuminazione, perché l’illuminazione è già in noi. Non dobbiamo cercare da nessuna parte. Non abbiamo bisogno di uno scopo o di un obiettivo. Non pratichiamo per ottenere una posizione elevata. Nella mancanza di scopo, vediamo che non ci manca nulla, che siamo già ciò che vogliamo diventare, e il nostro sforzo si ferma. Siamo in pace nel momento presente, solo vedendo la luce del sole che filtra attraverso la nostra finestra o ascoltando il suono della pioggia. Non dobbiamo correre dietro a niente. Possiamo goderci ogni momento. La gente parla di entrare nel nirvana, ma noi ci siamo già. La mancanza di scopo e il nirvana sono una cosa sola.”
Thich Nhat Hanh

Commento di R.M.S.

Una riflessione
Dopo aver parlato del Surrender e avervi proposto queste prime indicazioni su come iniziare a meditare, le parole di Thich Nhat Hanh ci riportano a un punto essenziale della pratica. Possiamo imparare una postura, un modo di respirare, educarci all’attenzione e alla presenza, ma tutto questo non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima corsa verso un risultato.
Siamo talmente abituati a vivere in funzione di uno scopo che rischiamo di portare lo stesso meccanismo anche nella ricerca interiore: medito per diventare più calmo, più consapevole, più spirituale, per liberarmi da qualcosa o per raggiungere qualcosa. E così, quasi senza accorgercene, continuiamo a proiettarci nel futuro. Anche la pratica può diventare un altro luogo nel quale l’Io cerca di arrivare da qualche parte.
È qui che ritrovo un legame profondo con il Surrender. Arrendersi non significa rinunciare alla pratica o diventare passivi, ma lasciare progressivamente quella volontà di appropriazione che vuole continuamente ottenere, controllare e raggiungere. La “mancanza di scopo” di cui parla Thich Nhat Hanh ci invita proprio a questo: essere pienamente presenti a ciò che c’è, senza pretendere che questo momento diventi diverso da quello che è.
Questo significa non fare della trasformazione un oggetto da conquistare. Pratichiamo, perseveriamo, impariamo, ma nello stesso tempo impariamo a non afferrare. Ed è forse uno dei segreti più profondi del cammino interiore: procedere senza che il cammino diventi una meta.
Per questo ho voluto lasciare queste parole di Thich Nhat Hanh a conclusione di questa prima parte del percorso. Dopo aver parlato del Surrender e di come iniziare a meditare, ci ricordano qualcosa di essenziale: il cammino non consiste soltanto nell’andare verso una meta, ma anche nell’imparare ad abitare pienamente il passo che stiamo facendo.

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