La Matrice

– Dall’incontro con noi stessi all’incontro con l’altro –

Fin qui il percorso della Matrice ci ha condotti soprattutto verso l’osservazione di noi stessi: abbiamo incontrato il carattere, l’ego e le sue strategie, le nostre ombre e i nodi psicologici; abbiamo esplorato alcune qualità interiori, l’essere psichico, il surrender, la meditazione e la presenza, fino a portare questa presenza nella vita quotidiana.
Ma il lavoro su di sé non avviene soltanto nel silenzio della nostra interiorità. Uno dei luoghi in cui possiamo conoscere più profondamente noi stessi è la relazione con l’altro.
È nell’incontro che molte delle strutture osservate fino a questo momento diventano particolarmente visibili. L’altro può suscitare affetto, apertura e gioia, ma può anche toccare le nostre paure, le nostre ferite, il bisogno di riconoscimento, le aspettative, la gelosia, il desiderio di controllo, la paura dell’abbandono o del rifiuto. Ciò che nella solitudine può rimanere silenzioso, nella relazione spesso prende vita.
Per questo la relazione può diventare un vero campo di osservazione e di lavoro interiore. Non si tratta di considerare l’altro responsabile di ciò che accade dentro di noi, né, all’opposto, di attribuire sempre a noi stessi la responsabilità di ciò che accade nella relazione. Si tratta di imparare a distinguere: vedere l’altro per ciò che è e, contemporaneamente, riconoscere ciò che il rapporto con lui mette in movimento dentro di noi.
La presenza, che abbiamo incontrato nel percorso precedente, acquista qui un significato ancora più concreto. Possiamo imparare a osservare ciò che accade dentro di noi mentre siamo in relazione: quando ci difendiamo, quando pretendiamo, quando idealizziamo, quando proiettiamo, quando abbiamo paura di perdere l’altro o quando chiediamo inconsapevolmente alla relazione di colmare qualcosa che manca dentro di noi.
La relazione diventa così un passaggio ulteriore della conoscenza di sé: non più soltanto osservarci dentro di noi, ma imparare a riconoscerci mentre incontriamo l’altro.

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La relazione come luogo di conoscenza e trasformazione di sé –

Finché siamo soli, può essere relativamente facile credere di avere raggiunto una certa calma, una certa consapevolezza o un certo equilibrio. È soprattutto nell’incontro con l’altro che molte parti di noi diventano visibili.
Le relazioni hanno infatti la capacità di mettere in movimento il nostro mondo interiore. Una parola, un silenzio, una critica, un rifiuto, una distanza, ma anche l’affetto, il desiderio e il bisogno di essere riconosciuti possono risvegliare emozioni, paure, aspettative e modalità di comportamento che spesso non sapevamo neppure di avere.
È qui che tutto il lavoro fatto fino a questo momento può cominciare a essere osservato nella realtà concreta. Il carattere manifesta le proprie difese, l’ego cerca conferme e riconoscimento, le sue strategie entrano in azione, le ferite e i nodi psicologici vengono toccati e ciò che avevamo incontrato come “ombra” può emergere proprio attraverso il rapporto con l’altro.
Per questo la relazione può diventare uno straordinario luogo di conoscenza di sé. Non perché tutto ciò che accade in una relazione dipenda da noi, né perché l’altro debba essere considerato semplicemente uno “specchio” delle nostre parti interiori. L’altro è una persona reale, con la propria storia, i propri bisogni, i propri limiti e la propria responsabilità. Ma ciò che il rapporto suscita in noi può offrirci un materiale prezioso da osservare.
La presenza assume allora un significato ancora più concreto. Essere presenti nella relazione significa imparare a riconoscere ciò che sta accadendo dentro di noi mentre sta accadendo: accorgersi di una reazione prima che diventi automaticamente un comportamento, riconoscere una paura senza attribuirla immediatamente all’altro, vedere un bisogno senza pretendere necessariamente che sia l’altro a soddisfarlo.
Tra ciò che l’altro fa e la nostra risposta può così aprirsi quello spazio che abbiamo già incontrato nel lavoro sulla presenza: uno spazio nel quale non siamo più costretti a reagire sempre secondo i nostri automatismi.
La relazione diventa così un luogo in cui il lavoro psicologico e il lavoro spirituale possono incontrarsi profondamente. Conoscere le proprie ferite, i propri bisogni, le proprie difese e le proprie modalità relazionali appartiene al lavoro psicologico; imparare a non identificarsi completamente con esse, sviluppando presenza, consapevolezza e una maggiore apertura all’altro, apre invece verso un processo più ampio di trasformazione della coscienza.
L’altro, allora, non è soltanto qualcuno con cui entriamo in relazione: può diventare anche l’occasione attraverso cui scopriamo parti di noi che, senza quell’incontro, sarebbero forse rimaste invisibili.

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Ciò che l’altro risveglia in noi: proiezioni, aspettative e ferite

Entrare in relazione con qualcuno significa incontrare una persona reale, diversa da noi, ma significa anche entrare in contatto con tutto ciò che quella relazione può risvegliare nel nostro mondo interiore. È per questo che talvolta una parola, un gesto o persino un silenzio dell’altro possono suscitare reazioni molto più intense di quanto la situazione, osservata dall’esterno, sembrerebbe giustificare.
Non reagiamo infatti soltanto a ciò che sta accadendo nel presente. In ogni relazione portiamo con noi la nostra storia, le esperienze precedenti, le ferite, i bisogni, le paure e le immagini che abbiamo costruito di noi stessi e degli altri.
Una delle modalità attraverso cui questo mondo interiore entra nella relazione è la proiezione. Possiamo attribuire all’altro intenzioni, sentimenti o caratteristiche che appartengono, almeno in parte, al nostro modo di interpretare la realtà. Questo non significa che tutto ciò che vediamo nell’altro sia una nostra proiezione: l’altro possiede realmente qualità, limiti e comportamenti propri. Il lavoro consiste piuttosto nell’imparare a distinguere ciò che appartiene realmente all’altro da ciò che noi stiamo aggiungendo attraverso la nostra storia e i nostri condizionamenti.
Accanto alle proiezioni agiscono le aspettative. Spesso entriamo nelle relazioni portando, più o meno consapevolmente, un’immagine di come l’altro dovrebbe comportarsi con noi, di ciò che dovrebbe comprendere, darci o riconoscere. Finché queste aspettative rimangono inconsce, possiamo trasformarle facilmente in pretese e interpretare la loro mancata soddisfazione come mancanza d’amore, disinteresse o rifiuto.
Dietro molte aspettative si trovano dei bisogni. Il bisogno di essere riconosciuti, rassicurati, approvati, scelti, ascoltati o confermati nel nostro valore non è qualcosa da giudicare o negare. Diventa però importante riconoscerlo, perché quando un bisogno rimane inconsapevole può guidare silenziosamente il nostro comportamento e trasformare la relazione nel luogo in cui chiediamo all’altro di colmare qualcosa che non riusciamo ancora a vedere in noi stessi.
Ed è proprio qui che possono riemergere le ferite psicologiche. Una situazione presente può toccare qualcosa che appartiene a una storia molto più antica. Possiamo sentirci nuovamente rifiutati, abbandonati, svalutati, non visti o non amati. La reazione che nasce in quel momento appartiene certamente al presente, ma può contenere anche l’eco di esperienze precedenti.
La presenza diventa allora fondamentale. Invece di chiederci soltanto: «Perché l’altro mi sta facendo questo?», possiamo cominciare ad aggiungere un’altra domanda: «Che cosa sta accadendo dentro di me in questo momento?»
Questa domanda non serve ad assolvere l’altro dalle proprie responsabilità, né a trasformare ogni conflitto in un problema esclusivamente nostro. Serve a recuperare quella parte dell’esperienza sulla quale possiamo realmente lavorare: noi stessi.
Posso riconoscere la mia rabbia senza negare il comportamento dell’altro. Posso osservare la mia paura del rifiuto senza convincermi che ogni distanza sia necessariamente un abbandono. Posso riconoscere un mio bisogno senza pretendere automaticamente che sia l’altro a soddisfarlo.
È in questo spazio che la relazione comincia a trasformarsi in lavoro interiore. L’altro non è più soltanto colui che soddisfa o frustra i nostri bisogni, ma diventa anche qualcuno attraverso il quale possiamo vedere più chiaramente il nostro modo di amare, di difenderci, di attaccarci, di avere paura e di entrare in contatto.
La relazione può così mostrarci ciò che la solitudine spesso riesce a nascondere. E ciò che viene alla luce, se accolto con presenza e sincerità, può diventare materiale prezioso di conoscenza e trasformazione di sé.

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La ricerca interiore e le relazioni con gli altri

Vorrei soffermarmi su un aspetto che considero particolarmente importante nel lavoro di conoscenza di sé: il modo in cui il percorso interiore modifica progressivamente il nostro rapporto con gli altri e con il mondo.
Un autentico lavoro su di sé, spirituale ma anche psicologico, inevitabilmente ci trasforma. Possono cambiare alcuni comportamenti, alcuni valori e anche il nostro modo di vivere le relazioni. Con il tempo possiamo avvertire maggiormente il bisogno di rapporti più autentici e profondi e accorgerci che alcune modalità di scambio, che un tempo ci appartenevano, non ci corrispondono più.
Questo non significa però che la ricerca interiore debba portarci ad allontanarci dal mondo. Al contrario, dovrebbe renderci ancora più partecipi della vita, più capaci di coglierne la ricchezza e di entrare realmente in relazione, sviluppando nello stesso tempo quel discernimento che ci permette di riconoscere ciò che favorisce la nostra crescita e ciò che invece tende ad allontanarci da noi stessi.
Anche sul piano psicologico accade qualcosa di simile. Conoscere meglio il nostro carattere, le nostre ferite e soprattutto i bisogni inconsapevoli attraverso i quali talvolta ci leghiamo agli altri può portarci a comprendere diversamente alcune relazioni. Possiamo accorgerci che determinati legami erano sostenuti più dal bisogno, dalla dipendenza o dal conflitto che da un autentico incontro.
Discernere, però, non significa giudicare. Possiamo riconoscere che una determinata relazione o situazione non ci fa bene senza per questo negare il valore dell’altro. La capacità di vedere oltre l’apparenza, mantenendo apertura e amorevolezza, può convivere con la capacità di scegliere consapevolmente quali relazioni e quali situazioni favoriscono il nostro cammino.
C’è inoltre un rischio più sottile sul quale credo sia importante vigilare: anche l’ego può appropriarsi della ricerca spirituale e utilizzarla come una forma di fuga dal mondo. Se il cammino interiore ci conduce progressivamente a chiuderci alla vita e agli altri, vale la pena domandarci che cosa stia realmente accadendo. La ricerca autentica dovrebbe portarci, al contrario, a sentirci sempre più profondamente connessi alla vita, pur conservando la capacità di discernere.
Sri Aurobindo ci ricorda che lo Yoga mira a una vita nuova e trasformata. Anche le nostre relazioni fanno parte di questa trasformazione: non sono qualcosa di separato dal cammino, ma uno dei luoghi nei quali il lavoro interiore può diventare esperienza concreta.
Nel video che segue approfondisco proprio il rapporto tra ricerca interiore, lavoro psicologico e relazioni con gli altri. Partendo da una riflessione di Choran e richiamando anche Sri Aurobindo, affronto alcuni aspetti che considero fondamentali: come il lavoro su di sé possa modificare nel tempo la qualità delle nostre relazioni; la necessità di distinguere tra un autentico discernimento e una chiusura verso gli altri; il modo in cui alcuni legami possono essere sostenuti da bisogni inconsapevoli e dinamiche conflittuali; la possibilità che, attraverso una maggiore integrazione psicologica, alcune relazioni si trasformino o si interrompano naturalmente; e il rischio, più sottile, che sia lo stesso ego ad appropriarsi della ricerca spirituale trasformandola in una forma di fuga dal mondo.
Mi soffermo inoltre su un punto per me essenziale: crescere interiormente non significa separarsi dalla vita e dalle persone, ma imparare a parteciparvi con maggiore consapevolezza, discernimento e capacità di riconoscere la qualità degli scambi che viviamo.
Chi desidera approfondire questi aspetti può ascoltare l’intervento completo nel video.

Per vedere il video di Roberto Maria Sassone, clicca qui sotto

▶ Video di Roberto Maria Sassone: Relazioni con gli altri e con il mondo

Per chi preferisce la lettura, è disponibile anche la trascrizione completa dell’intervento. Basta cliccare qui sotto per aprire il file PDF.

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