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DALLA COMPRENSIONE ALL’ESPERIENZA

Fin qui il percorso della Matrice ci ha portati ad affrontare diversi aspetti del nostro modo di essere e di reagire. Siamo partiti dal carattere e dagli automatismi che nel tempo diventano modalità abituali con cui ci rapportiamo alla realtà; abbiamo incontrato l’ego e le strategie attraverso cui cerca sicurezza, approvazione e controllo, il mondo del vitale e ciò che emerge nelle relazioni, dove aspettative, paure, attaccamenti e bisogni possono diventare più evidenti. Accanto a questi temi, il percorso si è progressivamente rivolto verso una dimensione più interiore, attraverso l’Essere Psichico, la meditazione, il surrender e l’attenzione consapevole.
Abbiamo parlato di ciò che accade quando proviamo a non identificarci immediatamente con ogni pensiero, emozione o reazione e della possibilità di creare uno spazio rispetto a ciò che ci attraversa. Con il Testimone interiore abbiamo approfondito questa posizione di coscienza e provato a portarla anche nella quotidianità attraverso quel “piccolo passo indietro” indicato da Mère, non per allontanarci da ciò che viviamo, ma per osservare un movimento senza esserne completamente assorbiti. È emerso anche un punto importante; vedere un automatismo non significa che quell’automatismo sia scomparso e riuscire a prendere una certa distanza da ciò che accade dentro di noi non coincide ancora necessariamente con la sua trasformazione.
Con “Quando l’aspirazione incontra l’Ego” siamo entrati in un aspetto ancora più sottile del lavoro interiore, perché anche una sincera aspirazione al cambiamento non ci mette automaticamente al riparo dall’ego. Il bisogno di essere riconosciuti, l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi o la convinzione di avere ormai superato determinati meccanismi possono continuare a emergere proprio all’interno di un percorso che sentiamo autentico.
A questo punto può essere utile fermarci un momento, non per fare un bilancio di quanto abbiamo appreso, ma per porci una domanda più concreta. Che cosa accade a tutto ciò quando entriamo nelle situazioni reali della nostra vita? Quanto riusciamo a riconoscere ciò di cui abbiamo parlato quando una relazione ci coinvolge davvero, qualcuno ci contraddice, un’aspettativa viene delusa, sentiamo il bisogno di difenderci o ritorna una reazione che pensavamo di conoscere bene? Gli argomenti trattati finora ci permettono di avvicinare da prospettive diverse molti aspetti del nostro funzionamento interiore; il punto, ora, è chiederci quanto ciò che abbiamo compreso riesca a tradursi nel modo in cui viviamo quello che ci accade. Possiamo accorgerci di una reazione e continuare a reagire, riconoscere una strategia dell’ego e continuare ad alimentarla, vedere un nostro bisogno e continuare a esserne condizionati. È proprio in questa distanza tra ciò che riusciamo a comprendere e ciò che siamo realmente in grado di vivere che il lavoro su di sé incontra una delle sue difficoltà più concrete.
È da qui che nasce il passaggio che segue.
Domanda: “Dolce Madre, che cos’è “la riduzione dell’essere mentale alla posizione di testimone”.
Mère: “Come se foste un pò distaccati, o al di sopra delle cose, guardandole passare senza che voi stessi facciate niente. Un testimone vuol dire un osservatore, qualcuno che guarda ma che non agisce di persona(…) ciò porta ad un grande distacco , dà una grande tranquillità e anche un senso molto esatto del valore delle cose, perchè toglie l’attaccamento all’azione .” Mère- Conversazioni 13 Ottobre 1954
Riflessioni e Commento di Roberto Maria Sassone
Questo passaggio di Mère richiama un aspetto essenziale del lavoro su di sé. Possiamo conoscere molto bene alcuni nostri meccanismi, comprenderne l’origine, riconoscere le situazioni nelle quali tendono a manifestarsi e accorgerci persino delle strategie con cui l’ego cerca di mantenere determinate posizioni. La comprensione è necessaria, ma da sola non modifica automaticamente ciò che nel tempo si è strutturato in noi. La verifica arriva inevitabilmente nella vita, soprattutto quando veniamo coinvolti in qualcosa che ci riguarda da vicino. Un’aspettativa delusa, una critica, il mancato riconoscimento, una relazione che ci mette in difficoltà possono far riemergere reazioni che conosciamo molto bene e che, proprio per questo, pensavamo di avere già superato. Scoprire che sono ancora presenti non rende inutile quanto abbiamo compreso; ci mostra semplicemente fino a che punto quella comprensione è riuscita a raggiungere il nostro modo di reagire. Anche il Testimone assume allora un valore diverso. Fare quel piccolo passo indietro di cui abbiamo parlato non significa soltanto riuscire a guardarci con maggiore chiarezza, ma accorgerci del momento in cui stiamo nuovamente aderendo a un vecchio movimento. All’inizio possiamo rendercene conto quando tutto è già accaduto, in seguito mentre sta accadendo e, con una presenza maggiore, sempre più vicino al momento in cui la reazione prende forma. Non è necessario trasformare questa possibilità in una misura dei nostri progressi; è molto più utile riconoscere con sincerità quello che riusciamo realmente a vedere. Carattere, ego, vitale, relazioni, attenzione, Osservatore e Testimone, del resto, sono distinzioni che ci aiutano a comprendere meglio il nostro funzionamento, ma nell’esperienza non si presentano ordinatamente separati. Una sola situazione può coinvolgere contemporaneamente il bisogno di approvazione, una ferita narcisistica, un automatismo del carattere, una reazione del vitale e la possibilità, più o meno presente, di non identificarci completamente con tutto questo. È proprio qui che una conoscenza di noi stessi smette di rimanere soltanto mentale e comincia a misurarsi con ciò che siamo realmente. Non si tratta quindi di dimostrare a noi stessi quanto siamo cambiati e neppure di considerarci tornati indietro ogni volta che qualcosa si ripresenta. Ciò che ritorna può mostrarci semplicemente che avevamo riconosciuto un meccanismo senza averne ancora modificato profondamente la forza. La differenza, allora, può essere nel modo in cui lo incontriamo, nel tempo che impieghiamo ad accorgercene, nella minore adesione che gli concediamo e nella possibilità di non lasciargli ogni volta l’ultima parola. La comprensione diventa trasformativa quando, poco alla volta, comincia a cambiare il nostro rapporto con ciò che prima ci governava quasi automaticamente.
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