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QUANDO PARTI DIVERSE DI NOI VOGLIONO COSE DIVERSE
Nel precedente approfondimento dedicato alla paura abbiamo visto come la mente e il corpo possano vivere una stessa situazione in modi differenti. Mère ci ha mostrato che possiamo sapere di non essere in pericolo e scoprire, nello stesso momento, che il corpo continua a reagire come se lo fossimo. Questa osservazione ci introduce a una questione più ampia, che riguarda la complessità della nostra natura e la presenza, dentro di noi, di movimenti che non sempre procedono nella stessa direzione.
Nel percorso della Matrice abbiamo già incontrato la mente, il vitale, il corpo, l’ego e le diverse dimensioni della nostra esperienza interiore. Ora vorrei soffermarmi su un aspetto particolare, che spesso emerge proprio quando cominciamo a conoscerci più profondamente. Quello che abitualmente chiamiamo “io” non costituisce sempre una realtà uniforme e possono convivere in noi volontà differenti, talvolta persino contraddittorie.
Mère affronta direttamente questo tema in una conversazione del 29 luglio 1953, partendo dall’osservazione di un discepolo.
Volontà diverse dentro di noi
Discepolo: «Dentro di noi ci sono volontà contraddittorie.»
Mère: «Sì, molte. È una delle primissime scoperte. C’è una parte che vuole le cose in un modo; poi, in un altro momento, le vuole in un altro modo, e una terza volta vuole ancora qualcos’altro! E c’è persino questo: qualcosa che vuole e qualcos’altro che dice di no. E allora? Ma è proprio questo che bisogna scoprire, se volete almeno un poco organizzarvi.
Perché non proiettarvi su uno schermo, come al cinema, e poi guardarvi mentre vi muovete? È così interessante! Questo è il primo passo.
Vi proiettate sullo schermo, poi osservate e vedete tutto ciò che si muove, come si muove e che cosa accade. Ne fate una piccola rappresentazione e allora diventa molto interessante. Dopo un po’, quando siete ormai abituati a vedere, potete fare un passo ulteriore e prendere una decisione. O fare un passo ancora più grande; organizzare, sistemare tutto questo, mettere ogni cosa al suo posto, in modo da cominciare ad avere un movimento diritto, con un significato interiore. Allora diventate coscienti della vostra direzione e potete dire: “Bene, sarà così; la mia vita si svilupperà in questa direzione, perché questa è la logica del mio essere. Ora ho sistemato tutto questo dentro di me, ogni cosa è stata messa al suo posto e così, naturalmente, comincia a formarsi un orientamento centrale. Io seguo questo orientamento”.»
Mère (La Madre), Questions and Answers 1953, 29 luglio 1953, in Collected Works of the Mother, vol. 5, pp. 197-198.
COMMENTI E RIFLESSIONI PER L’OSSERVAZIONE INTERIORE
di Roberto Maria Sassone
Nella vita quotidiana questa pluralità si manifesta molto più spesso di quanto immaginiamo. Ci capita di prendere una decisione ed essere sinceramente convinti di volerla seguire, ma quando arriva il momento di tradurla in un gesto concreto qualcosa dentro di noi sembra andare nella direzione opposta. Una parte vuole cambiare, un’altra preferisce ciò che conosce; desideriamo avvicinarci a qualcuno e nello stesso tempo sentiamo il bisogno di proteggerci o di allontanarci; comprendiamo che un’abitudine non ci fa bene e continuiamo ugualmente a cercarla. In questi momenti è facile pensare di essere incoerenti o di non avere abbastanza volontà, mentre forse stiamo semplicemente incontrando una complessità che prima non vedevamo.
Questo significa che dobbiamo prendere atto del fatto che in noi sono attive diverse voci, diverse identità. Mente, emozioni e corpo spesso non funzionano in armonia e creano come compartimenti separati che nella nostra esperienza sono continuamente intrecciati. La distinzione può però diventare utile quando ci permette di riconoscere che ciò che abbiamo compreso mentalmente non è necessariamente ciò che tutto il nostro essere è già pronto a vivere.
Infatti, sapere che una situazione è cambiata non impedisce necessariamente di continuare a reagire secondo modalità costruite molto tempo prima. Possiamo aver deciso di non cercare più continuamente l’approvazione degli altri e accorgerci di quanto ci ferisca ancora una critica. Desideriamo una maggiore libertà e nello stesso tempo sentiamo il bisogno della sicurezza che ci offre qualcosa che vorremmo lasciare. In una relazione vorremmo essere più aperti e scopriamo che, proprio quando la vicinanza aumenta, emergono movimenti di chiusura che non avevamo previsto. Non c’è necessariamente qualcosa di falso nel desiderio iniziale; quel desiderio può essere sincero senza essere ancora condiviso da tutto ciò che si muove dentro di noi.
Credo che questo sia un punto importante anche sul piano psicologico, perché ci permette di uscire da una rappresentazione troppo semplice del cambiamento. A volte pensiamo che, una volta compreso un nostro meccanismo, dovremmo riuscire a modificarlo e, quando questo non accade, rischiamo di sentirci frustrati o di giudicarci. Una comprensione può invece essere autentica senza avere ancora raggiunto altre dimensioni della nostra esperienza. Il corpo conserva abitudini, le emozioni portano con sé la traccia di esperienze precedenti, il vitale continua a cercare ciò che lo gratifica o gli dà sicurezza, mentre la mente può avere già scelto una direzione differente. Il cambiamento, proprio per questo, non procede sempre nello stesso momento e nello stesso modo in tutte le parti di noi.
Riconoscere questa pluralità non significa giustificare qualsiasi comportamento dicendo che “una parte di me lo voleva”. Diventare più consapevoli dovrebbe portarci, al contrario, ad assumerci maggiormente la responsabilità di ciò che facciamo, perché riconoscere un movimento non significa essere obbligati a seguirlo. Posso accorgermi che una parte di me vorrebbe reagire con rabbia senza per questo trasformare quella rabbia in un comportamento, così come posso sentire il desiderio di tornare verso qualcosa che conosco e scegliere ugualmente di procedere in una direzione nuova. La consapevolezza non elimina immediatamente il conflitto, ma cambia la posizione dalla quale lo viviamo.
È qui che l’immagine dello schermo utilizzata da Mère diventa particolarmente concreta. Guardare ciò che si muove non significa osservarsi continuamente dall’esterno o trasformare ogni esperienza in un’analisi di sé, ma cominciare a riconoscere i diversi movimenti senza identificarci immediatamente con quello che, in quel momento, parla più forte. Se oggi sentiamo con grande intensità il desiderio di qualcosa, non è detto che quel desiderio rappresenti tutto ciò che siamo; allo stesso modo, una paura o una resistenza non devono necessariamente diventare la misura di ciò che siamo in grado di fare.
Una delle difficoltà nasce forse proprio dal fatto che tendiamo a chiamare “io” ogni movimento nel momento in cui compare. “Io non ce la faccio”, “io non voglio”, “io ho bisogno di questo”, “io devo andarmene”. Poco dopo può emergere qualcosa di completamente diverso e anche quel movimento viene vissuto come se rappresentasse interamente ciò che siamo. Accorgerci di questa alternanza non significa dover stabilire immediatamente quale parte abbia ragione, ma ci permette di non trasformare ogni impulso, paura o desiderio in una definizione di noi stessi o in una scelta da seguire.
L’armonizzazione di cui parla Mère suggerisce un processo attraverso il quale impariamo a conoscere meglio ciò che ci muove e, progressivamente, a dare una direzione più consapevole alla nostra vita. A volte sarà necessario lasciare che qualcosa maturi, altre volte scegliere anche se una parte di noi continua a resistere; in altri momenti potremmo scoprire che proprio quella resistenza contiene qualcosa che non avevamo ancora ascoltato e che merita di essere compreso prima di procedere.
Quindi un possibile lavoro interiore non consiste nel mettere a tacere le parti che non corrispondono all’immagine di ciò che vorremmo essere, né nel pretendere di risolvere immediatamente ogni contraddizione. Se una parte ha paura, desidera, resiste o continua a cercare qualcosa che un’altra parte vorrebbe superare, possiamo innanzitutto riconoscere che quel movimento esiste e provare a comprenderne il significato senza identificarci completamente con esso. È in questo spazio che diventa più facile distinguere un’abitudine che continua a ripetersi, una paura che cerca sicurezza, un bisogno che chiede di essere ascoltato o una direzione che sentiamo più profondamente nostra.
Diventare più uniti interiormente non significa smettere di avere movimenti differenti, ma non essere continuamente trascinati dall’uno o dall’altro senza accorgercene. La direzione di cui parla Mère può allora formarsi nel tempo attraverso una conoscenza sempre più sincera di ciò che accade dentro di noi, senza combattere una parte attraverso un’altra e senza pretendere che tutto cambi nello stesso momento. Non si tratta di diventare perfettamente coerenti, ma di arrivare progressivamente a riconoscere da dove stiamo scegliendo e quale direzione vogliamo realmente portare nella nostra vita, sviluppando sempre più un Centro interiore.
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«Un sorriso spontaneo dissolve gli ostacoli, come i raggi del sole dissolvono le nuvole.» La Madre – Rose Bianche – 1 novembre 1967

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✦ Pagina in costruzione… il percorso continua…✦
Con questo si conclude una prima tappa del Percorso della Matrice.
Prossimamente saranno pubblicati nuovi argomenti, accompagnati da riflessioni, spunti per il lavoro interiore e approfondimenti ispirati agli insegnamenti di Sri Aurobindo, Mère e Satprem.
Buona lettura e buon cammino.

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