La Matrice

LA PAURA MENTALE, VITALE E FISICA

Nel precedente argomento, Quando comprendere non basta, abbiamo visto come conoscere e comprendere un nostro meccanismo non significhi necessariamente averlo trasformato. È soprattutto nell’esperienza concreta che possiamo accorgerci di quanto ciò che abbiamo compreso sia realmente entrato nel nostro modo di vivere e di reagire. La paura ci permette di osservare questo passaggio in modo particolarmente evidente, perché possiamo sapere con la mente che non esiste un pericolo e scoprire, nello stesso momento, che qualcosa in noi continua a reagire come se quel pericolo fosse reale.
La paura, infatti, non si manifesta sempre nello stesso modo e non appartiene necessariamente a un solo livello del nostro essere. Può esprimersi attraverso i pensieri, coinvolgere il vitale con emozioni e sensazioni molto intense oppure presentarsi come una reazione più profonda e automatica del corpo. Mère distingue questi diversi movimenti fino a descrivere una paura che può essere percepita nelle stesse cellule. Osservare queste differenze non serve a classificare ciò che proviamo, ma a diventare più coscienti di dove una reazione si manifesta e di quanto profondamente agisca in noi. Ciò che abbiamo compreso mentalmente, infatti, può non aver ancora raggiunto tutte le parti del nostro essere. Nel primo brano Mère ci aiuta proprio a riconoscere questi diversi livelli della paura, mostrando come uno stesso movimento possa assumere forme differenti nella mente, nel vitale e nel fisico.
Domanda: “Che differenza c’è fra la paura mentale, quella vitale e quella fisica?”
Mère: “Se siete coscienti del movimento della vostra mente, del movimento del vostro vitale, del movimento del vostro fisico, lo sapete.
Nel caso della mente, è molto semplice: sono dei pensieri. Vi mettete a pensare, ad esempio, che c’è in giro quella tale malattia, che è molto contagiosa, che potreste prenderla, che se la prenderete sarà terribile; e che cosa bisogna fare per non prenderla?… E la mente si mette a tremare: cosa accadrà domani? ecc.
Nel caso del vitale, la paura invece si sente. Si sente nelle sensazioni. Tutto a un tratto avete caldo, avete freddo, sudate, o vi accade ogni sorta di fenomeni sgradevoli. Sentite il cuore battere, poi di colpo avete la febbre, il sangue si ferma e vi raggelate.
Fisicamente… Quando non si hanno più le altre due paure, ci si può accorgere della paura fisica, poiché in genere delle altre due si è molto più coscienti. Esse mascherano la paura fisica, ma quando non avete più né paura mentale né paura vitale, allora ve ne accorgete. È una strana piccola vibrazione che entra nelle cellule e le fa tremare. Ma le cellule non sono come un cuore che si mette a battere forte: è nelle cellule stesse, qualcosa che trema, un piccolo tremito. Ed è molto difficile da controllare; tuttavia lo si può fare.”
Mère (La Madre), Conversazioni 1953, 22 luglio 1953, in Collected Works of the Mother, vol. 5, Questions and Answers 1953. Nell’edizione italiana La Paura, p. 20.

PERCHÉ SI HA PAURA?

Dopo aver distinto i diversi livelli nei quali la paura può manifestarsi, nel brano che segue Mère affronta la stessa esperienza da un’altra prospettiva e si interroga sulle sue radici. Il bisogno di sicurezza, il timore dell’ignoto e la mancanza di fiducia diventano così aspetti diversi attraverso cui osservare ciò che accade dentro di noi. Attraverso un episodio molto concreto Mère ritorna poi alla dimensione fisica della paura e mostra quanto una reazione possa essere automatica anche quando la mente sa perfettamente che non esiste un pericolo reale.
Domanda: “Perché si ha paura?”
Mère: “Suppongo perché si è egoisti.
Ci sono tre ragioni. Anzitutto, una preoccupazione eccessiva per la propria sicurezza. Poi, ciò che non si conosce crea sempre un senso di apprensione, il che si traduce nella coscienza con la paura. E soprattutto perché non si ha l’abitudine di una fiducia spontanea nel Divino. Se si guarda bene, questa è la vera ragione. Ci sono persone che non sanno neppure della Sua esistenza, ma si potrebbe dir loro in altre parole: “non avete fiducia nel vostro destino”, oppure “non sapete nulla della Grazia”; si può dirlo come si vuole, ma essenzialmente è una mancanza di fiducia. Se si fosse sempre persuasi che in ogni circostanza avviene il meglio, non si avrebbe paura.
Il primo movimento della paura viene automaticamente. C’era uno scienziato, ed era anche un grande psicologo (non ricordo più il suo nome), che aveva sviluppato la sua coscienza interiore, ma voleva avere delle prove. Allora fece un esperimento. Voleva sapere se con la coscienza si potevano controllare le reazioni del corpo (probabilmente non era ancora abbastanza avanti, perché lo si può fare; ad ogni modo, per lui era ancora impossibile). Dunque, andò al giardino zoologico, dove si custodiscono i serpenti in una gabbia di vetro. C’era un cobra particolarmente aggressivo che quando non dormiva era quasi sempre furioso, perché il vedere la gente attraverso il vetro lo irritava molto. Il nostro scienziato si mise di fronte alla gabbia, sapeva benissimo che era fatta in modo tale che il serpente non avrebbe mai potuto rompere il vetro e che non c’era nessuna possibilità di venire assalito, e cominciò a eccitare l’animale con grida, gesti, ecc. Il cobra, furioso, si lanciava contro il vetro, e ogni volta che lo faceva lo scienziato chiudeva gli occhi! E il nostro psicologo si diceva: “Ma insomma! so che questo serpente non può uscire, perché chiudo gli occhi?” Ebbene, bisogna riconoscere che quella conquista è difficile. C’è un senso di autoprotezione, e se si teme che non ci si può proteggere, si ha paura. Ma il moto di paura che si traduce nel chiudere gli occhi non è una paura mentale, né una paura vitale; è una paura delle cellule del corpo: non si è inculcato in loro che non c’è pericolo, ed esse non sanno come resistervi.
Questo capita perché non si è praticato uno yoga; con lo yoga si può guardare ad occhi aperti, non si chiudono gli occhi: non li si chiude perché si fa appello a qualcos’altro, e questo ‘qualcos’altro’ è il senso della Presenza divina in noi, che è più forte di tutto.
È la sola cosa che possa guarirvi dalla paura.”
Mère (La Madre), Conversazioni 1950-1951, 14 marzo 1951, in Collected Works of the Mother, vol. 4, Questions and Answers 1950–1951, pp. 211-213. Nell’edizione italiana La Paura, pp. 18-19.

RIFLESSIONI E COMMENTO DI ROBERTO MARIA SASSONE

Mère ci porta a osservare la paura non soltanto per ciò che ci fa sentire, ma anche per il livello del nostro essere nel quale continua ad agire. Possiamo accorgerci dei pensieri con cui anticipiamo ciò che temiamo, riconoscere l’agitazione del vitale e arrivare, più profondamente, a incontrare una risposta del corpo che sembra precedere qualsiasi ragionamento. L’esempio del cobra rende molto chiaro questo passaggio. Lo scienziato sa perfettamente che il vetro lo protegge e che il serpente non può raggiungerlo, eppure, quando il cobra gli si scaglia contro, chiude gli occhi. Non gli manca la comprensione; semplicemente, ciò che la mente sa non ha ancora raggiunto tutte le parti del suo essere.
È proprio qui che questi brani incontrano il percorso che abbiamo seguito finora nella Matrice. Abbiamo visto quanto sia importante diventare coscienti dei nostri movimenti interiori, riconoscere un automatismo e imparare a non identificarci immediatamente con ciò che ci attraversa. Possiamo aver compreso una paura e continuare a sentirla, oppure non alimentarla più con i pensieri e scoprire che il vitale o il corpo conservano ancora una loro risposta. Non c’è contraddizione in questo; parti diverse del nostro essere non procedono necessariamente nello stesso modo e con gli stessi tempi.
C’è poi un altro aspetto che mi sembra importante. Mère mette tra le radici della paura anche una preoccupazione eccessiva per la propria sicurezza e il timore di ciò che non conosciamo. Molte volte cerchiamo di sentirci sicuri tentando di prevedere ciò che accadrà, di evitare ogni possibile rischio o di mantenere sotto controllo la realtà. Ma una sicurezza costruita in questo modo rimane inevitabilmente fragile, perché la vita conserva sempre una parte di imprevedibilità. Il lavoro non consiste allora nel riuscire a garantirci che nulla di difficile accadrà, ma nel costruire dentro di noi una maggiore fiducia nelle risorse con cui potremo incontrare ciò che la vita ci presenterà. La paura potrà esserci ancora, ma possiamo imparare a non cercare la nostra sicurezza soltanto nella possibilità di prevedere o controllare ciò che accadrà. Poco alla volta possiamo scoprire di essere capaci di stare anche davanti a ciò che oggi non conosciamo.
La distinzione proposta da Mère può allora aiutarci a osservare con maggiore precisione ciò che accade dentro di noi. Se la paura nasce nella mente possiamo riconoscere i pensieri che la alimentano; se coinvolge il vitale possiamo accorgerci delle emozioni e delle sensazioni attraverso cui si esprime; quando la reazione è più profondamente fisica, cercare semplicemente di convincerci che non abbiamo motivo di avere paura può non essere sufficiente.
Quando Mère parla della Presenza divina introduce un elemento centrale della sua esperienza dello Yoga. Non indica un pensiero rassicurante con cui convincersi che nulla possa accaderci, ma una Presenza che, quando non rimane soltanto un’idea e diventa esperienza, può raggiungere progressivamente anche quelle parti dell’essere che non rispondono semplicemente alla nostra comprensione mentale. La paura diventa allora un terreno molto concreto di conoscenza di sé, perché ci permette di osservare la distanza che può esserci tra ciò che sappiamo, ciò che sentiamo e ciò che il corpo continua a vivere. Riconoscere questa distanza non significa giudicare il punto in cui siamo arrivati, ma vedere con maggiore sincerità dove il lavoro deve ancora scendere più in profondità.

SPUNTO DI LAVORO INTERIORE

Quando sentiamo emergere una paura possiamo provare, almeno per qualche momento, a non cercare subito di allontanarla o di spiegarcela, ma a fermarci e osservare come la stiamo vivendo. Possiamo accorgerci dei pensieri che attraversano la mente, di quello che sentiamo emotivamente e, nello stesso tempo, portare l’attenzione al corpo per riconoscere dove quella paura si sta manifestando.
Possiamo portare l’attenzione al respiro e sentire che cosa accade nel petto, nella pancia, nella gola o in qualsiasi altra zona nella quale avvertiamo tensione, chiusura, agitazione o tremore, senza cercare immediatamente di modificare quello che sentiamo. Non sempre questo ascolto è semplice, soprattutto se non siamo abituati a rivolgere l’attenzione verso l’interno; all’inizio potremmo sentire poco, avere difficoltà a distinguere le sensazioni oppure accorgerci che la mente cerca immediatamente una spiegazione.
Non dobbiamo forzare nulla. Possiamo cominciare semplicemente riconoscendo un respiro che cambia, una tensione, una parte del corpo che si irrigidisce o un pensiero che ritorna, osservando nel tempo che cosa accade quando, invece di reagire immediatamente alla paura, rimaniamo per qualche momento in contatto con quello che stiamo vivendo.
La paura potrebbe rimanere la stessa oppure potremmo cominciare a sentirla diversamente e a riconoscere prima alcune delle nostre reazioni. Anche questo è già un cambiamento, perché ci permette di conoscere più da vicino ciò che accade dentro di noi senza pretendere di trasformarlo immediatamente.
Possiamo anche domandarci che cosa stiamo cercando di proteggere e che cosa temiamo possa accadere, senza avere la pretesa di trovare subito una risposta. A volte è già importante riconoscere che una parte di noi sta chiedendo sicurezza e concederci il tempo necessario per comprenderne il significato.
Se appartiene alla nostra esperienza, possiamo infine portare l’attenzione più profondamente dentro di noi, cercando quel luogo interiore nel quale percepiamo maggiore silenzio, presenza o fiducia. Non si tratta di produrre uno stato particolare né di convincerci che non accadrà nulla, ma di verificare attraverso l’esperienza se, accanto alla paura, riusciamo a percepire anche qualcosa che non sia soltanto la paura.
Il lavoro può iniziare semplicemente da qui, imparando a sentire, osservare e rimanere presenti senza giudicare quello che troviamo. Con il tempo potremo accorgerci se questo modo di stare con la paura modifica il nostro rapporto con essa e se, accanto alla parte di noi che ha paura, comincia a esserci anche qualcosa capace di rimanere presente e osservare.

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